FRANCESCO ORMANDO/NETFLIX
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La sesta stagione di Skam Italia è disponibile da ieri in streaming su Netflix: ritroviamo alla regia Tiziano Russo, subentrato a Ludovico Bessegato la scorsa stagione (di cui abbiamo parlato qui), che dopo il suo primo film, Noi anni luce, uscito in sala lo scorso luglio e distribuito da Notorious Pictures, torna dietro la macchina da presa per continuare a raccontare la quotidianità delle ragazze e dei ragazzi del liceo J. F. Kennedy di Roma.

Regista e sceneggiatore, Tiziano Russo (nato a Nardò nel 1985), ha lavorato nel mondo della musica, girando videoclip per artisti come Negramaro, Ghali, Mina, Canova, Francesco Gabbani, Biagio Antonacci e molti altri. Il suo primo documentario, Habemus Mister, è stato presentato in anteprima al Bifest 2014. Ha firmato il cortometraggio L’uomo proibito, prodotto da À Bout De Film e vincitore del premio RAI CINEMA CHANNEL al Festival del cinema Europeo 2018 come miglior corto.

Impegnato in vari progetti, collabora dal 2022 con Netflix e Cross Production per la regia di Skam, nelle stagioni originali scritte appositamente per la versione italiana. Ci ha raccontato qualcosa a proposito del lavoro dietro alla sesta stagione di una delle serie più amate degli ultimi anni.

Intervista a Tiziano Russo

Tu arrivi alla quinta stagione di Skam ricevendo l’eredità di Ludovico Bessegato: in che modo ci sei arrivato e come è stato subentrare in un prodotto già così codificato?

Sono arrivato a Skam perché già a Cross Production mi conoscevano, si erano interessati a un mio cortometraggio intitolato L’uomo proibito; era piaciuto alla produzione e stavamo portando avanti un progetto, poi si sa che tra i tanti progetti alcuni vanno avanti e altri no, così sono passati un po’ di anni, c’è stata una pandemia di mezzo, e subito dopo la pandemia mi hanno contattato per Skam tramite la mia agente, Federica Remotti, e hanno ricostruito questo contatto volendomi incontrare.

È stato bello tornare in contatto con Cross perché con loro si instaura subito un bel dialogo, vogliono conoscere più che altro la persona prima del regista e dello stile che poi porterà in scena.

A quanto pare è andata bene, gli sono piaciuto e mi hanno fatto leggere quello che era il soggetto di Skam 5. Mi sono confrontato con Ludovico (Bessegato, N.D.R), con Alice Urciolo, e diciamo che, sì, ho ricevuto l’eredità da Ludovico, ma qual è poi il bello di questa serie? Che in ogni stagione emergano le differenze di chi l’ha girata, di chi l’ha scritta, mantenendo un grande rispetto per quello che è il linguaggio. Quindi ho provato a mettere il mio stile, il mio punto di vista, il mio rapporto con gli attori, con la scena, ricordando però al tempo stesso che Skam deve essere Skam, deve essere super autentica, realista, vera, e questo è da difendere sempre.

Infatti ciò che emerge in Skam è proprio l’immediatezza, a questo proposito come ti sei rapportato con il cast e che tipo di lavoro hai svolto con loro?

Innanzitutto la quinta stagione, la prima original perché Skam Norvegia si ferma alla quarta, era quella un pochino più libera, in cui potevamo prendere anche scelte diverse senza essere vincolati dal format norvegese, e il cast di Skam 5 è un ibrido: c’erano i giovani che ho scelto grazie ai provini, confrontandomi con Netflix, come Viola interpretata da Lea Gavino e Asia da Nicole Rossi, ma anche il cast storico, che ho incontrato e con cui mi sono confrontato, e lì ho cercato di tirare un po’ le somme, di unire queste due avventure formate da personalità completamente diverse.

È vero quello che dici, con loro ho lavorato benissimo, soprattutto con Francesco (Centorame, N.D.R): con lui e Lea ci siamo presi un mese prima delle riprese per provare, per cercare di arrivare a quella naturalezza, alla spontaneità che serviva, che Skam deve avere. Non come obbligo, ovviamente, ma più vai avanti e più capisci che chi guarda Skam e chi lo ha amato, lo apprezza perché è come se avvertisse i personaggi dentro casa. Quando guardi la serie è come se quei personaggi fossero con te, come se non ti lasciassero neanche dopo che hai finito di vedere la puntata.

Succede perché si parla come parliamo nella vita reale, è questa la dialettica, il linguaggio, il vocabolario che mettiamo prima in sceneggiatura e poi in scena, è quello di tutti i giorni. Altrimenti non risulterebbe credibile, viste le tematiche che affrontiamo, visto che raccontiamo il mondo giovanile.

Quello che si riscontra nei tuoi lavori, in Skam come in Noi anni luce, è il racconto delle difficoltà fatto con grande naturalezza, che si inserisce nella vita di tutti i giorni: scavalca quasi il teen drama stesso arrivando a tutti. Sei d’accordo?

All’inizio temevo non fosse così, anche nel film; temevo di non riuscire ad entrare a pieno nella vita e nel pensiero degli adolescenti, poi invece diventa tutto immediato e facile, perché più stai con loro più ti rendi conto che quel periodo l’hai vissuto, ti appartiene.

Ti dico, Skam l’ho conosciuta grazie a delle mie amiche e coetanee, quindi non proprio adolescenti, che mi consigliavano di guardare la prima e la seconda stagione, poi ho iniziato a seguirla ed effettivamente ha colpito anche me, perché diventa universale, parla, nel caso non fossimo più adolescenti, del nostro passato, facendolo in modo autentico.

Di fatto è quello che ricordiamo e che abbiamo vissuto, ed è un po’ anche quello che io ho provato a ricreare nel film, trattando tematiche importanti, come la malattia, con le quali spesso si rischia di cadere in alcune trappole, che ti fregano, come quelle di un linguaggio pesante, magari retorico, o didascalico. Con Noi anni luce avevo questa grande paura, ma usando poi la leggerezza, l’ironia e un modo di fare spontaneo, tutto è diventato vero, credibile.

Noi anni luce, Notorious Pictures

In Skam 5 lo sguardo sembra che diventi molto più cinematografico, si sente sia nella ripresa degli spazi vuoti sia nei momenti di sospensione narrativa. Quali sono state le tue fonti d’ispirazione?

Mi fa piacere sentirti dire che hai notato un linguaggio cinematografico; sicuramente nella quinta stagione volevo che i silenzi fossero i protagonisti, le cose non dette a volte dicono davvero molto di più, e i silenzi di Elia raccontano tutto. Lui è stato molto bravo a rispettarli, a dosarli, a gestirli. Ci abbiamo lavorato tantissimo su questo.

Per quanto riguarda i riferimenti sono un grande amante di Lanthimos, però ecco, dire di essere vicino a quel tipo di cinema con Skam non è possibile. Le grandi references, o forse una delle più importanti per me è l’approccio documentaristico, c’è tanto cinema, questo sì, però c’è anche un po’ di quello sguardo documentario nella quinta stagione. Questa è la più grande reference che ho avuto, che mi sono dato anzi, poi ad esempio sono un grande estimatore di Garrone; il primo Garrone che lavorava tanto con la macchina a mano e allo stesso tempo sapeva quando allontanarsi e regalare queste inquadrature dove il protagonista, visto sempre da vicino, all’improvviso diventa piccolo mentre il contesto intorno lo schiaccia.

Questo con Elia l’ho fatto spesso, anche nella scena con le statue che gli puntano lo sguardo. Lui ci cammina in mezzo e per la prima volta è un Elia solo nel contesto, prigioniero del giudizio esterno, e questo l’ho voluto raccontare con quell’inquadratura.

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La protagonista di Skam 6 è Asia, interpretata da Nicole Rossi: come è stata caratterizzata la narrazione visiva in termini di aderenza al suo personaggio?

Ogni stagione di Skam ha una sua caratterizzazione, si differenzia per fotografia, per colori, per regia, anche per recitazione a volte, perché in base alla tematica cambiano i toni. Nella quinta stagione con il personaggio di Elia ho cercato di essere il più claustrofobico possibile, con questa macchina a mano molto presente e molto vicina al protagonista: avendo tante cose addosso inesplorate e tante problematiche era giusto secondo me stargli addosso, e raccontarlo da più vicino possibile.

Con Asia la sesta stagione è molto più femminile: ho provato ad avere uno sguardo a volte più distante, ponendomi come un osservatore della vita della protagonista, delle sue giornate, un osservatore però non invadente. Io la definirei, a proposito di visione, un po’ più elegante rispetto alla quinta, con una regia più pulita, perché forse vedo nella femminilità un’eleganza che magari a volte il maschile non ha. Poi, anche se questo forse è un aspetto che emerge successivamente, ho provato anche ad essere più colorato; ad esempio con il rosso, che è predominante.

Questa sarà una stagione molto femminile anche perché oltre ad Asia c’è il suo gruppo di amiche, che è quello della quinta ovvero La Lista Rebelde. Ma non solo, è femminile anche nel modo in cui abbiamo provato, sia nella scrittura di Alice Urciolo ed Elisa Zagaria, ma anche di Ludovico come showrunner e come autore, a rispettare quelli che erano pensieri ovviamente femminili, mettendoci (e mettendomi) nei panni di Asia e cercando di capire come si guardava intorno, e come ci si muove da donna. È stimolante perché sfrutti uno sguardo e un punto di vista diversi, cerchi anche qualcosa in te stesso: un modo di vedere in più, un’attenzione ai dettagli. Per questo mi sono divertito tantissimo su questa stagione.

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In Skam le immagini e la colonna sonora sono da sempre in continuo dialogo, questo come continua in Skam 6?

In Skam già dalla prima stagione viene data molta importanza alle musiche: si vede che hanno avuto, prima Ludovico, poi Di Martino (Ludovico Di Martino, regista della terza stagione, N.D.R), un’attenzione alla colonna sonora e un grande gusto musicale.

Io ho cercato di fare questo lavoro: sia nella quinta che nella sesta, da una parte ho proposto ciò che mi piaceva in fatto di musica, perché è inevitabile, ti devi innamorare delle scene che giri; normalmente ascolto molta musica anche prima di girare, prendo le mie playlist e poi le porto sul set, e già mentre giro cerco di capire se è la musica giusta, dall’altra parte ho cercato di allontanarmi totalmente dal mio gusto musicale, andando a cercare delle chicche neomelodiche, dei brani anni ’60, provandole poi su scene dove sapevo di potermi lasciare andare, anche musicalmente: il risultato è divertentissimo, una delle cose più belle di questo mestiere.

Considero la musica come una terza regia: prima c’è la regia sul set, poi c’è il montaggio e poi questo elemento che può cambiare davvero il messaggio di una scena o di un’inquadratura, e su Skam fortunatamente abbiamo la possibilità di usare tantissima musica, di grandi autori e di altri sconosciuti, e quindi è veramente una ricerca stimolante e un laboratorio continuo.

Dopo Skam 6: progetti futuri? Cinema, serie?

Dopo Skam serie no, perché sono in preparazione da pochissimo di una cosa di cui ancora non posso dire niente, ma posso dirti che non sarà un teen drama.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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