Letizia Zatti. Foto di Davide Esposito per GOGA Film Festival
Letizia Zatti. Foto di Davide Esposito per GOGA Film Festival

Il gatto di Monica di Letizia Zatti si aggiudica il Premio Apnea assegnato dalla critica alla seconda edizione di Goga Film Festival, un premio che trova, nella storia di Adele, il racconto ironico dello stordimento giovanile di una ragazza, scivolata in una tragicomica odissea d’estate. La protagonista è una catsitter che sfrutta le case altrui per incontrare Pietro, un ragazzo col quale intrattiene una relazione di solo sesso. Solo quando il gatto di Monica scomparirà, i due faranno i conti con i propri desideri e responsabilità.

Il corto, interpretato da Eco Andriolo e Diego Giangrasso, vede la sceneggiatura di Giulia Denaro, Sebastian Petri e Letizia Zatti, è prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale di Cinema e distribuito da Premiere Film.

Il gatto di Monica vince il premio della critica alla seconda edizione di Goga; essendo anche il tuo corto di diploma, e quindi il conseguimento di un percorso, cosa significa per te questo riconoscimento?

Il critico studia una vita per disimparare a dire “mi piace, non mi piace” e in un mare di intrattenimento aiuta il pubblico a navigare, ricordandoci che ci sono opere da interpretare, prima ancora che prodotti da consumare. Credo sia molto importante allenare il nostro pensiero critico e approcciarci alle opere consapevoli che non tutto ci riguarda così direttamente. Proprio per questo per me il premio della critica è un riconoscimento speciale e soprattutto un incoraggiamento a portare avanti un cinema che spinga lo spettatore al di là di ciò che gli piace o non gli piace.

Il tuo corto sfrutta una visione tragicomica dei rapporti e delle insicurezze, perché hai scelto questa chiave di racconto?

Volevo una storia che si bevesse come un bicchiere d’acqua fresca, e che dissetasse. Ancora non lo sapevo, ma cercavo la leggerezza. Per Calvino la leggerezza non è superficialità, ma una “sottrazione di peso” dal linguaggio e dalla struttura del racconto. È intesa come planare sulle cose dall’alto, con precisione e determinazione, reagendo così alla pesantezza del vivere. Credo che, nel mio piccolo, volessi allietare la pesantezza del vivere. 

Che ruolo ha il bisogno di controllo della protagonista nel corto, ma anche nella vita dei suoi coetanei nel mondo reale?

Domanda dolorosa! Adele si sporge per guardare Pietro mentre slega la bici. Ma quando lui guarda in su, lei si ritrae. Lei vuole vedere, ma senza essere vista. Il controllo è una difesa. E le difese ci difendono, appunto, ma ci isolano anche.

Abbassare il ponte levatoio richiede un atto di fede, perché è proprio in quella fessura che permettiamo all’Altro di entrare e gli consegniamo la facoltà di amarci o di distruggerci. Oggi il rischio è troppo alto. Amare richiede tempo. E il tempo è un lusso che non ci si può più permettere.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.