Non abito più qui, Il fattore umano, Rai3
Alyesha Wise. Non abito più qui, Il fattore umano, Rai3. Foto di Luigi Montebello e Davide Rinaldi.

Non abito più qui è il titolo della seconda puntata de Il fattore umano, programma di reportage giornalistici sulla violazione dei diritti umani nel mondo, in onda in seconda serata su Rai3.

Non abito più qui sembrano le parole di una poesia che parla di esplosioni e proiettili, e dopo di rassegnazione, in vista di una festa nazionale che celebra la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America. La verità si assesta sopra una serie di episodi dolorosi (come la morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020) e su una nazione che nasconde dalla visibilità tante piccole storie personali. Ascoltare in prima persona queste storie è ciò che Il fattore umano propone.

Non abito più qui, Il fattore umano, Rai3. Foto di Luigi Montebello e Davide Rinaldi

Il processo di marginalizzazione

Con la regia di Luigi Montebello, in collaborazione con Davide Rinaldi e Marco Della Monica, e le musiche originali di Filippo Manni e Massimo Perin, il reportage indaga cause e conseguenze di un razzismo mai risolto, verso la popolazione afroamericana e le minoranze. Ma non sembra di guardare un didattico inserto televisivo, bensì l’analisi lucida e limpida di una situazione che come una scossa sismica continua a dividere e spaccare una realtà. Un documentario vivo eppure asciutto su una parte di mondo che mette a tacere di continuo le stesse voci.

Ma attraverso quanti modi il razzismo può manifestarsi? Si parla di Black Lives Matter, ma c’è un altro fenomeno che gli autori prendono in considerazione, molto più lento eppure lampante: la gentrificazione e il suo porre ai margini le minoranze, in un viaggio da Washington DC a San Francisco, Non abito più qui approfondisce la controversa storia di segregazione razziale americana, che confina vere a proprie comunità nelle periferie, o addirittura in altre città che non sono casa loro. Il razzismo della gentrificazione è di tipo economico, ma riesce a piegare comunque famiglie e cittadini, emarginandoli.

Colonizzazione/gentrificazione

Dalla poesia prende piede la puntata, protagonista dell’intervista cornice è la poetessa e performer Alyesha Wise. I suoi versi rap parlano di lotte, e con il progetto Street Poets, insegna poesia ai ragazzi delle carceri minorili.

Sono molti gli interventi, oltre al suo, che testimoniano una verità scomoda ed inesorabile, volta al risultato finale di quartieri acquistati interamente classi benestanti, quasi esclusivamente bianche. Essere privati della propria casa, avendo il bisogno di spiegazioni, mentre il governo non lascia che le briciole, è l’effetto di questo meccanismo. Dalla comunità afroamericana a Washington DC a quella latina a San Francisco, ogni persona intervistata cerca di spiegare questa nuova forma di colonizzazione, e i loro Stati Uniti, incredibilmente divisi.

Non abito più qui, Il fattore umano, Rai3. Foto di Luigi Montebello e Davide Rinaldi

Il fattore umano

Il fattore umano è il programma di Rai3 che fa da fact-checking per monitorare quanto i diritti umani siano realmente rispettati nei paesi del mondo. Una serie di 8 reportage giornalistici di 45 minuti che svelano come la libertà, in tutte le sue declinazioni, e l’uguaglianza delle persone siano violate da regimi autoritari, da autocrazie e anche in paesi democratici nei confronti dei più deboli e delle minoranze. Otto diverse tematiche, raccontate dai protagonisti senza la presenza del giornalista inviato, per lasciare spazio al racconto corale delle vittime e dei “carnefici”, alle immagini, ai contesti, al materiale di repertorio. Il fil rouge del racconto è costituito da uno scrittore, un intellettuale o un artista, profondo conoscitore del problema che si affronta.

Non abito più qui andrà in onda il 4 luglio alle 23:15 su Rai3. Dal giorno seguente la puntata sarà disponibile in lingua originale e in versione estesa su RaiPlay.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.