
L’Orvieto Cinema Fest 2025 torna dal 21 al 28 settembre 2025 con un ricco concorso internazionale di cortometraggi. Anche quest’anno ve lo raccontiamo su Framed Magazine con una selezione quotidiana di film in programma.
Qui i cortometraggi che abbiamo visto della seconda giornata di proiezioni di Orvieto Cinema Fest 2025.
Petrolia di Giulia Mancassola – Sezione Nuove Visioni (Italia, 17′)
L’ex polo petrolifero di Kuçovë, in Albania, un tempo nota come Petrolia, è un luogo ormai dimenticato dallo stesso sistema che l’ha sfruttato. La regista, che ha vissuto qui la sua infanzia, vi torna per mostrarci una serie di brevi ritratti umani di varie età e varie attività, mentre tutt’intorno la città porta i segni della rovina e dell’abbandono. Se il prologo pittorico iniziale sembra condurci verso l’estetismo della decadenza, ma anche dell’efferatezza, tutto cambia repentinamente quando veniamo a contatto con i colori freddi ma realistici della città, con la povertà quotidiana della vita.
Due storie infantili narrano la ricerca della spensieratezza laddove è ancora possibile trovarla. Mentre Serxho e i suoi amici provano il brivido violento del fuoco e delle esplosioni, la piccola Fiori gioca con il suo gatto e i suoi trucchi. Intorno a loro gli adulti cercano a loro volta un rifugio dalla desolazione civile, chi nel lavoro, chi nella musica. È una testimonianza della speranza che nasce in mezzo alla miseria. Un sottomondo pulsante, vivo, che incornicia una città che sembra provenire da una realtà post-atomica, o semplicemente post-capitalista e post-colonialista.
Agapito di Arvin Belarmino e Kyla Romeo (Filippine, 13′)
Mira (Nour Hooshmand) è la giovane responsabile di un bowling retrò che non funziona mediante macchinari elettronici, ma manualmente. Quando a fine mese chiude prima l’attività, Mira deve badare al fratello con disabilità fisica, che accudisce con genuino amore.
I due registi mostrano la routine arcaica del lavoro nel bowling, inoculando però in essa un tocco di surrealismo che non svelerò, poiché costituisce un apice visivo, lirico e solenne, da non rovinare. Qui il realismo viene spezzato con abilità attraverso l’uso accorto di determinate scelte registiche, in particolare nell’uso della semi-soggettiva, e attraverso la musica, che in questa scena insieme alla danza diventa protagonista. Il realismo, dopo questa scena, viene poi ricomposto con altrettanta maestria nella fase finale dell’opera.
La cura formale della fotografia e della scenografia risaltano di lucente compostezza, quasi il bowling, nonostante l’arretratezza, fosse un luogo magico; un luogo gentile e sereno, com’è Mira con suo fratello.

Behind the Wall di Martin Guevara (Argentina, Spain, 16′)
In quest’opera documentaria il regista argentino Martin Guevara intervista Tareq Samhan, ex combattente di Hamas liberato dopo 13 anni di prigionia a Ktzi’ot. Poco a poco si delinea di fronte a noi spettatori un ritratto vivo, attualissimo, dell’occupazione israeliana in Cisgiordania, specialmente nelle comunità di Nablus e Ramallah. La ferocia dell’esercito israeliano si riversa sui palestinesi, anche ragazzini, senza troppa distinzione, arrestando con brutalità le persone casa per casa. È una situazione tragica e inammissibile, dove, come dice Tareq, si passa da una prigione a un’altra, che sia un carcere gestito o un enclave cittadino occupato e brutalizzato dagli israeliani.
La disumanizzazione e l’occupazione illegale di Israele, ci dice Tareq, sono problemi odierni da risolversi con metodi pacifici o violenti. Molti adulti però, incluso lui, sognano per i giovani bambini palestinesi un futuro di libertà, in cui si potranno riappropriare della loro terra e soprattutto dei loro diritti civili. La storia di Tareq andrà incontro ad un epilogo drammatico. La Palestina che resiste si staglia qui nella sua più fulgida e ardente vitalità: un popolo che nonostante tutto è capace ancora di sperare e lottare.

Iskra di Snejina Latev (Bulgaria,Svezia, 21′)
Iskra (“Scintilla”) è una Cenerentola senza fata madrina, il suo unico amico animale è un pollo che, dice lei, cova noci anziché uova. Iskra è una Sisifo condannata a pulire una casa che ogni giorno si riempie di fuliggine. Iskra è il titolo del corto di Snejina Latev in concorso all’Orvieto Cinema Fest, ed è il nome della sua giovane protagonista, interpretata da Ani Ellen Åkerman Sarkisian.
Il film ci propone «un’allegoria assurda sul desiderio di liberarsi», per citare la sua regista, migrata più volte nel corso della sua vita: dalla Bulgaria sovietica (dove è nata), da New York, dal Messico e poi ancora dalla metropoli statunitense al tempo del trumpismo. La sua biografia, dunque, si presenta (anche) come una continua fuga dagli autoritarismi. E proprio a questi ultimi, e a quel pervicace totalitarismo che è il patriarcato, rimanda la routine soffocante di Iskra.
La prigione in cui è rinchiusa dal nonno-padrone (Nikola Dodov) è anche quella di un passato che non diventa mai conoscenza condivisa, ma resta solo eterna, impossibile rimozione, nell’ossessione dell’uomo per il rito di dare quotidianamente fuoco ai fogli di giornale accumulati. «Non hai idea, nessuna idea di niente!», dice all’altra. «Come faccio a sapere qualcosa, se tu bruci tutto?», risponde lei, in un moto di rivolta che la cineasta ci narra attraverso le corde di un realismo magico e onirico. Dove i sogni sono, una volta di più, desideri d’amore e di liberazione.
Grandma’s Four Colour Cards di Sally Tran (Vietnam, 10′)
Che cosa significa avere 101 anni in una baraccopoli del Vietnam di oggi? Ce ne offre uno scorcio Sally Tran nel suo Grandma’s Four Color Cards, in concorso all’Orvieto Cinema Fest. Al centro c’è Ngoai, nata nel 1918, che per guadagnarsi ogni giorno il fabbisogno necessario a vivere ospita partite a carte, da cui nascono momenti comunitari di (ri)unione e divertimento tra le difficoltà materiali del contesto.
C’è un paradosso quasi inafferrabile per un Occidente drogato di abbondanza e insieme iper-ansioso di perdere tutto, nella protagonista interpretata da Lê Thị Liêng. La cui quotidianità è precaria come quella di chi deve conquistare all’età e all’indigenza ogni singolo, non scontato giorno in più, e insieme serena nel suo gustare pacatamente ciascun contatto, ciascun cibo assaporato, ciascun risveglio al mattino.
Lo sguardo della regista si stringe sui volti e corpi segnati dal tempo e dalla povertà, ma soprattutto inquadra e celebra le mani, anziane eppure in continuo movimento. Mani che, nel loro concerto senza note, ci parlano non di miseria e morte, ma di attaccamento a una vita capace di aprirsi alla levità resistente del gioco.

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