
L’Orvieto Cinema Fest 2025 torna dal 20 al 27 settembre 2026 con un ricco concorso internazionale di cortometraggi. Anche quest’anno ve lo raccontiamo su Framed Magazine con una selezione quotidiana di film in programma.
Qui i cortometraggi che abbiamo visto della seconda giornata di proiezioni di Orvieto Cinema Fest 2026.
Art and Future Are Not Unidirectional di Achraf Karkaba e Theo Roland (Italia, 4′)
È un film-manifesto, Art And Future Are Not Undirectional di Achraf Karkaba e Theo Roland, in concorso all’Orvieto Cinema Fest 2026 nella sezione Nuove Visioni e già premiato a Bellaria. Il manifesto è quello di Lucille, un’antropologa, come noi l’avremmo definita nella nostra epoca. Perché Lucille, attraverso un malware, ci parla dal futuro, dove le derive del capitalismo hanno prodotto il definitivo collasso del vivere sociale.
«Abbiamo perso memoria di quando c’era vicinanza e unità tra gli esseri umani, ma voi potete aiutarci a ricordare: stiamo cercando di creare un archivio video per ricordare cosa sono i legami significativi», ci dice la studiosa di domani. È davvero possibile inviare un video, attraverso un QR-code che rimanda al manifesto stesso e a un form. I materiali saranno poi la fonte per realizzare un successivo corto.
Il lavoro di Karkaba e Roland rompe così il confine tra opera e azione non meno di quello tra presente e distopia (o utopia, se sapremo invertire la rotta) a venire. È cinema d’avanguardia, dunque, che si muove tra le tecniche e i linguaggi più avanzati dell’audiovisivo contemporaneo, dal found footage alla modalità Screenrant. Per (ri)svegliarci, per scuoterci, per renderci parte di un progetto dove la posta in gioco è tornare ad essere comunità. La cosa più notevole? Ci riesce, in soli quattro minuti.
Incarno di Lucia Invernizzi e Giuseppe Zampella (Italia, 11′)
Presentato nella sezione Nuove Visioni, Incarno di Lucia Invernizzi e Giuseppe Zampella porta il lutto in una dimensione sospesa, dove una figlia rivive attraverso le parole, gli oggetti, la presenza di sua madre. In un gioco in cui Lucia prende il posto del genitore, rimettendo in atto un teatro familiare, un rituale curativo, la giovane donna ripercorre azioni e parole, elaborando il senso di assenza. Così facendo, la protagonista trascende la semplice memoria passiva per entrare in uno spazio liminale, in cui il tempo cronologico perde valore.
Diventando il contenitore fisico delle parole e dei gesti della madre, Lucia attua un’incarnazione (come suggerisce il titolo) che azzera la distanza tra chi è rimasto e chi non c’è più.
God Is Shy di Jocelyn Charles (Francia, 15′)
Un viaggio in treno, due amici, Ariel e Paul, entrambi illustratori, si stanno esercitando con una penna e un foglio a rappresentare le loro paure più recondite, paure che sembrano provenire dal loro lato più oscuro e fragile. L’incontro con una donna rende improvvisamente tangibili quelle paure: la sconosciuta vedendo i disegni inizia a raccontare ai due la storia più spaventosa di sempre, personale eppure universale, che ne rivela l’ossessione soffocante per l’origine dell’esistenza umana.
Quella storia si tramuta in un esperimento, una confessione; parole impronunciabili riempiono la percezione, la reazione di Paul disintegra la barriera tra reale e onirico, e quelle paure che erano relegate al subconscio, prendono posto nella realtà, materializzandosi.
La regia di God Is Shy è in grado di portare lo spettatore in uno spazio incomprensibile, onirico, terrificante, che rende possibile un’adesione totale alle immagini, ipnotizzando chi guarda fino all’ultima immagine. Merito anche di una tecnica d’animazione che volutamente non restituisce il vero, neanche nei colori, spostandosi su una rotta estremamente misteriosa e volutamente perturbante.
The Spectacle di Bálint Kenyeres (Ungheria, Francia, 17′)
Un bambino rom ha un dono straordinario: riesce a sollevarsi in aria, fluttuando. Per questo motivo attira l’attenzione della TV locale, per essere però poi, immediatamente ignorato e dimenticato appena arriva una notizia leggermente più accattivante per il pubblico. Il film di Bálint Kenyeres è una puntuale e tagliente critica dello sguardo, del modo in cui le minoranze – la minoranza rom nel caso specifico – vengono fagocitate dai media e date in pasto a spettatori che non hanno intenzione o mezzi per comprenderle. Al tempo stesso il corto è un elegante esercizio di stile in cui reale e surreale si intersecano attraverso l’ottimo uso degli effetti speciali e della luce, che crea una dimensione cruda ma alternativa, quasi sospesa nel tempo e nello spazio, e gli effetti speciali (per la levitazione).
Minningaspor di Grima Irmudottir (Islanda, 19′)
La magnificenza della natura islandese, quasi come un balsamo, cura il dolore vissuto e filmato da Grima Irmudottir. Il suo è un racconto del reale, ma non solo. È una storia personale, intima, che riguarda da vicino la perdita del padre e il rito, esclusivamente familiare, della ricerca di una pietra per la sua lapide.
La regista osserva e ascolta la madre, l’accompagna insieme alla sorella mentre insieme esplorano le distese di rocce islandesi, provando a riconoscere in quei pezzi di pietra qualcosa che possa riposare per sempre accanto al padre, che possa conservarne l’energia intrinseca. È il senso stesso del titolo, “impronta della memoria”, il concetto per cui una persona cara o un’esperienza vissuta lasciano un’impronta nell’anima o nel paesaggio. Qualcosa di viscerale che la regia di Irmudottir riesce a trasmettere attraverso la restituzione di una natura indomabile, eppure in armonia con l’umano.
Always Wanted to Be God, Never Wanted to Be Good di Noa Epars e Marvin Merkel (Svizzera, 20′)
Ispirato alla vera storia della guida alpina Patrick Bussard, che nel 2009 tagliò una croce di legno da una cima alpina, subendo una condanna giudiziaria. Il corto di Noa Epars e Marvin Merkel vuole portarci a riflettere sulla malsana necessità di portare il segno della croce nei luoghi più impervi, attribuendo ovunque nel creato, un significato cristiano imposto. Il tutto bilanciato dalla vicenda, i gesti e i pensieri di Bussard stesso.
Il corto stenta a raggiungere un apice espositivo, inciampando in scene dal forte significato visivo e simbolico, che la regia coglie con abilità, e altre che invece sembrano estranee all’intero corto; manca di mordente la riflessione stessa, che poteva ragionare veramente sull’abitudine europea di piantare una croce in luoghi remoti. Non c’è bisogno necessariamente di essere atei o cristiani per cogliere la portata di questo tema estremamente importante in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato; si tratta di restituire il paesaggio a tutti, e toglierlo dagli artigli simbolici di una singola religione. Si ha l’impressione che il tema venga solo “accennato con forza”, ma non veramente trattato, neanche da Bussard stesso nelle sue riflessioni. Peccato.
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