
Robin Hood – Il prezzo del sangue, al cinema dal 12 agosto distribuito da I Wonder Pictures, è un film che parla di menzogne. L’uomo con cui facciamo conoscenza all’inizio del film, interpretato da Hugh Jackman, ha ben poco a che vedere con l’eroico ladro in calzamaglia protagonista di innumerevoli racconti e adattamenti cinematografici: è un tagliagole senza scrupoli, capace di uccidere con la stessa facilità con cui sa accendere un fuoco e che, per denaro, ha tolto la vita a uomini, donne e bambini senza alcuna distinzione.
Della sua vita passata non rimangono altro che storie fantastiche raccontate oralmente: non c’è alcuna foresta di Sherwood, nessuna Lady Marian, e dei suoi merry men non rimangono altro che mucchi di ossa sparsi ai quattro angoli d’Inghilterra. Il vecchio bandito vive relegato all’esistenza di un fantasma, dormendo tra le tombe dei suoi inseguitori (figli e nipoti degli innumerevoli uomini a cui ha tolto la vita), con ormai un unico desiderio: riuscire finalmente a morire in battaglia con onore.
Quando la richiesta d’aiuto dell’ultimo dei suoi uomini ancora in vita, il suo vecchio braccio destro Little John (Bill Skarsgård), lo precipita in una nuova spirale di sangue e di violenza, Robin pensa finalmente di aver trovato la sua fine. Si troverà invece presto naufrago in una nuova realtà, in cui si troverà a fare i conti con la sua vita passata e con la possibilità di iniziarne una nuova.
“Non conosco bene le preghiere di Nostro Signore, ma conosco le ballate di Robin Hood.”
A circa cinque anni dall’uscita del bellissimo Pig, Michael Sarnoski si cimenta nuovamente nel racconto di un personaggio tormentato, in un mondo segnato forse in modo indelebile dalla violenza, ma con una disperata sete di redenzione.
Dopo un primo tempo assolutamente adrenalinico e violento, dove il regista mescola l’azione alla John Wick al cinema cappa e spada contemporaneo, la narrativa del film si sposta nel monastero insulare di St. Clement, gestito dalla badessa Brigid (Jodie Comer).
Mentre il suo rapporto con la giovane badessa si intensifica, un sentimento intimo che avrà una risoluzione del tutto inaspettata, Robin si vedrà costretto a costruirsi una nuova identità e forgiare legami con gli abitanti di questo nuovo microcosmo, (come l’enigmatico lebbroso interpretato da Murray Bartlett), imparando ad osservare la sua vita passata dall’esterno e mettendo in discussione gli aspetti più bassi e impulsivi della sua natura.
Questa però, come già detto, non è una storia che offre risposte facili a interrogativi difficili. Il sottotitolo italiano scelto in questo caso, Il prezzo del sangue, è quanto mai appropriato: la storia di Robin Hood non è una storia di perdono o di redenzione, ma bensì di accettazione e di speranza.

Materia di Britannia
A qualche settimana dall’uscita dell’Odissea di Christopher Nolan, opera che ha fatto discutere per la sua interpretazione del canone omerico e per il modo in cui cerca di coniugare il suo protagonista con messaggi e sensibilità odierne, il Robin Hood di Michael Sarnoski è un’altra interessante rilettura dei miti popolari in una chiave moderna, distaccata ma anche ossequiosa nei confronti della storia di Robin Hood.
L’antieroe di Sarnoski vive a cavallo del tredicesimo secolo in un’Inghilterra lacerata dalla prima guerra dei Baroni e dalle tensioni tra popoli di origine diversa, ancora lontani dal raggiungere un’identità collettiva nazionale. In questa terra insanguinata, ben lontana dalle corti nobiliari e dalle mura dei vasti centri abitati, la religione si mischia con il racconto, e il dolore e la sofferenza si trasformano, con il tempo, in storia.
La parabola di Robin nel film è proprio questa: in un mondo che non conosce la penitenza, proprio perché non riconosce il peccato, l’unica speranza è quella di diventare racconto. E, nelle battute finali del film, attraverso una scena di infinita tenerezza con la piccola Margaret (interpretata dall’esordiente Faith Delaney), il brigante si riappacifica finalmente con l’eredità che ha lasciato al mondo e, come atto finale, si trasforma egli stesso in storia.
In breve
In una tradizione ormai rodata da diversi anni, A24 produce assieme a Sarnoski un film cupo e meditativo, volto a scavare nel profondo dei suoi personaggi e a rimanere nella mente dello spettatore a lungo. Un cast di ottimo livello, primo tra tutti un Hugh Jackman mai così contemporaneamente fisico e vulnerabile, mette in scena un’opera intima sicuramente da non perdere.
Rimane forse la sensazione di un’eccessiva sicurezza in certe scelte stilistiche di Sarnoski, troppo in linea con produzioni simili della stessa casa di produzione, ma il finale vi rimarrà dentro molto a lungo. Lo trovate nelle sale dal 12 agosto.
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