Conferenza stampa SBANDIERATƏ

Nell’intimità del Centro di Documentazione Aldo Mieli di Carrara si è tenuta la conferenza stampa di SBANDIERATƏ, la rassegna di documentari queer, in programma domenica 27 settembre al Nuovo Cinema Garibaldi. 

Il programma

Si comincia con Quir di Nicola Bellucci (2024, già presentato al Locarno Film Festival 2026), dedicato all’omonimo negozio palermitano di pelletteria di Massimo e Gino (venuto a mancare nel 2026 e alla cui memoria la proiezione della rassegna è dedicata), la coppia queer più longeva d’Italia e punto di riferimento per la comunità e la storia LGBTQIA+ di Palermo.

Seguirà Essere Valérie di Simone Cangelosi (2025), ritratto trentennale di Valérie Taccarelli, leggenda dell’attivismo trans e omosessuale. Il programma proseguirà con Femmenell di Andrea Fortis (2024), pluripremiato viaggio nella cultura delle femminielle napoletane e nei suoi riti, tra tradizione popolare, spiritualità, identità e trasformazioni contemporanee. Segue Uscivamo molto la notte di Stefano Pistolini (2025), ricostruzione con testimonianze e materiali d’archivio della Firenze degli anni Ottanta del “Rinascimento Rock” e della “Fauna d’Arte”. A chiudere la rassegna sarà Lina Mangiacapre. Artista del femminismo di Nadia Pizzuti (2015), documentario found footage dedicato all’artista, intellettuale e protagonista del femminismo napoletano e italiano.

Le voci di SBANDIERATƏ

Erano presenti alla conferenza Valérie Taccarelli (attivista e tra le fondatrici storiche del MIT – Movimento Identità Trans), Luca Locati Luciani (vice-presidente del centro di documentazione Aldo Mieli), Ernesto Tomasini (attore, cantante e cabarettista palermitano tra i protagonisti di Quir), Massimo Milani (protagonista di Quir e icona della comunità palermitana) ed Eleonora Santamaria (PhD all’Università dell’Aquila e programmer per il Sicilian Queer). 

«Abbiamo fatto una scelta mirata – racconta Luca Locati Luciani – volta a restituire voci legate ai nostri movimenti. Ci tenevamo particolarmente che emergessero voci legate a quel bacino d’influenza che va da Roma in giù: abbiamo, per esempio, Massimo Milani, che nel 1980 creò l’esperienza dell’Arci prima di quella che conosciamo, e che prima ancora era militante con il Fuori! (la prima e storica associazione del movimento di liberazione omosessuale italiano, fondata a Torino nel 1971 da Angelo Pezzana, ndr), Valérie Taccarelli, una delle figure fondanti dei nostri movimenti e, in particolare, del movimento transessuale in Italia, che è stata nel 1982 madrina per l’inaugurazione del Cassero di Bologna e che, ha nostro avviso, porta avanti il concetto di “militanza” nella sua accezione più pura».

«A me interessa molto questa rassegna – continua Eleonora Santamaria – perché in realtà interroga, attraverso diverse prospettive e tutte periferiche e marginali, come è possibile raccontare una storia e memoria “queer” che possano fronteggiare la censura e l’occultamento sistematico che la “Storia” ha fatto di tutte le esperienze marginali. La risposta (indicando i protagonisti dei film presenti in archivio) sono loro».

Il termine “queer” è stato, nell’ottica della conferenza stampa, soggetto di una discussione affettuosa e polarizzata. Valérie Taccarelli, per esempio, non si è mai sentita e mai si sentirà una persona queer. «Io sono una persona transessuale: per me il queer è qualcosa che cancella le identità e per me le identità sono importanti, hanno un significato politico molto forte».

Di altro avviso Ernesto Tomasini: «Io mi sentivo “queer” anche prima, quando questo concetto non esisteva. Ora che è nata questa terminologia, mi ci riconosco: per me “queer” è tutto ciò che non è binario». Della stessa opinione pure Massimo Milani, che pur utilizzando nome maschile, predilige pronomi femminili: «Per me è lo stesso: nella mia vita ho assunto questa identità di cui non avevamo nome, che ci siamo dati da soli. Io mi sento qualcosa di diverso da un uomo e una donna, sono stato “queer” prima dell’esistenza del termine».

Un termine colonizzato, però, che negli anni è divenuta una maniera elegante, una maschera di accettabilità. 

«Se penso all’uso politicizzato di parole nate come offensive e della loro riappropriazione – continua Locati Luciani – si sono perse. Alla fine degli anni ’70, per esempio, Lotta Continua aveva una rubrica chiamata “La Pagina Frocia”, a Bologna c’era il “Collettivo Frocialista”…spero che riusciremo di nuovo a riappropriarci di certi termini».

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