Jeremy Allen White in Springsteen - Liberami dal nulla. Foto di Macall Polay. (c) 2025 20th Century Studios. All Rights Reserved
Jeremy Allen White in Springsteen - Liberami dal nulla. Foto di Macall Polay. (c) 2025 20th Century Studios. All Rights Reserved

Con Springsteen – Liberami dal Nulla, dal 23 ottobre al cinema, il regista Scott Cooper firma un biopic atipico e coraggioso, un’opera che rinuncia agli eccessi e agli artifici per raccontare un momento oscuro e fragile della vita di Bruce Springsteen.

Lontano dall’epica da palcoscenico e dalle glorificazioni della carriera del Boss, il film – interpretato da un sorprendente Jeremy Allen White – si addentra nei silenzi, nei fantasmi e nelle crepe dell’anima, per mostrarci come è nato Nebraska, l’album più scarno e doloroso di Springsteen. Al posto della gloria, troviamo l’ombra. Al posto del palcoscenico, una camera da letto con la moquette, una chitarra e un registratore a quattro piste. Protagonista è Jeremy Allen White, che pur senza somiglianza fisica, restituisce con intensità lo sguardo spezzato e la voce sommessa di un artista che, nel pieno della fama, sceglie di scomparire per ritrovarsi. 

La musica come rifugio: il Boss contro il suo destino

Nel 1981, Bruce Springsteen è all’apice della fama dopo il trionfo di The River, ma dentro di lui qualcosa si incrina. Il film si apre su un palco gremito, con una versione incendiaria di Born to Run, per poi calare bruscamente lo spettatore nella solitudine di un uomo che affitta una casa isolata nel New Jersey e si confronta con le proprie ombre. Springsteen – Liberami dal Nulla racconta questa crisi non come una parentesi da superare, ma come un bivio radicale: diventare una rockstar planetaria o restare fedele a un’urgenza interiore che chiede silenzio e verità. 

Nebraska nasce così, come un atto di resistenza intima. Registrato su un quattro piste con strumenti essenziali e voce trattenuta, è il risultato di notti insonni, visioni solitarie (Badlands, The Night of the Hunter), e memorie dolorose che riemergono in particolare il rapporto irrisolto con il padre. Jeremy Allen White restituisce con intensità questa tensione: da un lato il performer che infiamma la folla, dall’altro il figlio silenzioso che teme di diventare ciò che più ha odiato. Il film accompagna la nascita delle canzoni come se fossero confessioni, evocando un’America dimenticata e disperata, ma ancora capace di dignità – quella di Johnny 99, State Trooper, della stessa Nebraska.

La regia di Cooper e lo spirito di Nebraska

Scott Cooper adotta una regia asciutta, coerente con lo spirito dell’album. La macchina da presa si muove tra gli spazi reali di quell’isolamento – dalla provincia nebbiosa del New Jersey alle camere spoglie della casa a Colts Neck – osservando senza mai invadere. Lontano dalle pose da icona, Springsteen è mostrato come un uomo smarrito, vulnerabile, che cerca nel suono grezzo e imperfetto della sua voce un gesto di liberazione. Centrale è il legame teso e mai risolto con il padre (Stephen Graham), reso attraverso frasi secche, sguardi che pesano, silenzi che raccontano più di mille parole. La registrazione domestica diventa così l’unico spazio possibile per dire ciò che altrimenti resterebbe impronunciabile. Le limitazioni tecniche – voce sfocata, strumenti ovattati – si trasformano in linguaggio, restituendo una musica che sembra arrivare da un altro tempo, o da un sé nascosto. In questa scelta di sottrazione, Nebraska trova la sua forza. E il film, nel raccontarla, non cerca di spiegare: ascolta.

Jeremy Allen White in Springsteen - Liberami dal nulla. Foto di Macall Polay. (c) 2025 20th Century Studios. All Rights Reserved
Jeremy Allen White in Springsteen – Liberami dal nulla. Foto di Macall Polay. (c) 2025 20th Century Studios. All Rights Reserved

Nebraska: contro il mito, dentro l’America

A rendere Liberami dal Nulla un’opera necessaria è il suo rifiuto della retorica. Quando tutti si aspettano l’album della consacrazione, Springsteen registra un disco che racconta assassini, sconfitti e uomini ai margini. Nebraska non parla solo di Bruce. Parla di un’America che sta cambiando volto, e che il cantautore fotografa da dentro. Le sue canzoni diventano brevi filmAtlantic City, Johnny 99, State Trooper – che mostrano un Paese segnato dalla perdita di innocenza e dal crescente senso di inquietudine. 

La narrazione si estende dal 1981 al 1982, in un’America pronta a vestire i colori reaganiani e a spingere sull’acceleratore del sogno americano. Ma il Boss prende una direzione opposta. La musica di Nebraska non consola né infiamma: inquieta. Il film segue con rispetto questo flusso emotivo e creativo, raccontando una crisi identitaria che sfugge alle logiche del successo e delle celebrazioni facili. Jon Landau (Jeremy Strong), manager e figura chiave nella vita di Springsteen, resta in disparte, osservando e proteggendo la scelta più autentica del suo artista senza intervenire.

Ispirandosi al cinema di Terrence Malick e alla narrativa di Flannery O’Connor, il film restituisce con rara coerenza stilistica il senso di vuoto e disperazione di quel periodo. Nessuna celebrazione, nessun trionfo: solo la voce fragile di un uomo che prova a salvarsi, registrando la propria solitudine in un’America che accelera, mentre lui sceglie di rallentare e guardare dentro se stesso.

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