Tom Cruise in Courtesy of Warner Bros. Pictures
Tom Cruise in Courtesy of Warner Bros. Pictures

Complesso, stratificato, angosciante. Geniale e disturbante.  Il nuovo film di Alejandro González Iñárritu è ancora quel cinema che ha il pregio e la capacità della meraviglia. Eppure Digger, in sala dal 1° ottobre, precipita verso un inaspettato tonfo al botteghino. È il pubblico che non è stato in grado di capirlo? O forse è il tempismo che è sbagliato? 

Nulla, o quasi, è trapelato del film fino alla sua uscita nei cinema, e fin dove possibile non sono stati spoilerati i grandi punti salienti, i dettagli e le rivelazioni della trama. Forse però è arrivato il momento di parlarne apertamente, per convincere gli indecisi e per spingere in sala chi ancora non ha dato una possibilità a questa storia visionaria, e terribilmente attuale.

Digger, il grande ruolo (forse incompreso) di Tom Cruise

Quando un attore hollywoodiano di serie A accetta di indossare i panni di un personaggio sgradevole e repulsivo, brutto fuori e dentro, di solito ha un unico obiettivo: un Oscar alla fine della stagione dei premi. E Tom Cruise non è da meno. 

Dopo aver «salvato l’industria cinematografica» (testuali parole di Steven Spielberg) nel post-Covid con il successo di Top Gun: Maverick, è chiaro che, lavorando con un autore come Iñárritu, Cruise cercasse questa volta una nuova affermazione personale. E magari il primo Academy Award competitivo della sua carriera, poiché ne ha ricevuto solo uno onorario.

In tutta onestà, per candidarlo alla cinquina sarebbe sufficiente solo il monologo nella potentissima scena del Parlamento in Digger. Ma la sua interpretazione va ben oltre. 

Cruise interpreta infatti un gioco di specchi, ruoli diversi che si intersecano e giocano fra le cornici di più racconti. Cruise è Digger il magnate ripugnante, il capitalista che divora il mondo senza sensi di colpa ma è anche altro. È attore, è padre, marito. Ed è un uomo traumatizzato, come lo sono tutti i personaggi in scena. Solo che la causa alla radice del trauma sarà esplicita solo alla fine. 

Per tenere insieme tutti questi livelli di esperienza, Cruise compie un lavoro enorme che, però, resta in trasparenza, senza mai pesare sulla visione del pubblico. Ci si dimentica, in altre parole, dove finisce il Digger-personaggio e dove inizia la farsa. 

ALEJANDRO G. IÑÁRRITU sul set di Digger. Courtesy of Warner Bros. Pictures
ALEJANDRO G. IÑÁRRITU sul set di Digger. Courtesy of Warner Bros. Pictures

Cosa racconta Digger

Quello di Digger è un mondo distopico in un futuro non troppo lontano. Lo si nota a piccoli pezzi, a partire dai dettagli, da minuscole note stonate che improvvisamente si rivelano parte di un disegno più grande. 

Ciò a cui si assiste è la messa in scena di un disastro. Anzi, del disastro, quello che ha portato alla fine del mondo così come lo conosciamo. In una New York letteralmente affogata, irriconoscibile e post-apocalittica, invasa anche da quelli che sembrano i resti di un mondo distrutto dal cambiamento climatico e  una guerra contro l’IA (seppur visibili solo sullo sfondo dei titoli di coda), l’unica cosa vera e profondamente umana che resta è il teatro. 

È proprio su un palco che viene rimessa in scena – da tragedia in commedia –  la storia di come l’umanità ha condannato se stessa. E il pubblico pagante, tanto nel film quanto in sala, assiste per esorcizzare la paura stessa.

 …e perché fa paura

Digger ci pone di fronte al disastro, e non ci assolve, anzi ci fa affondare nel senso di colpa e di responsabilità, senza porre una vera via d’uscita. È come se dicesse: questo è il mondo a cui andiamo incontro se continuiamo a spolpare il pianeta in nome del profitto e se continuiamo ad affidare il nostro presente e il nostro futuro a chi non conosce altro metro che il denaro e il potere. E il riferimento a Donald Trump nel film non potrebbe essere più chiaro di così.

Ecco, tutto questo probabilmente, e tutto insieme, è il motivo per cui forse Digger non è riuscito a decollare al botteghino. Perché chi si aspettava di vedere sullo schermo il solito eroe a stelle e strisce di Cruise si trova davanti la feroce critica al capitalismo per mano di un autore che, inoltre, statunitense non è. Inutile negare che la sensibilità e la visione di un gigante del cinema messicano come Iñárritu non abbia influito sulla discrepanza nella percezione tra il pubblico ideale e il pubblico reale di questo film.

Un film per cui le recensioni non bastano, bisogna scoprirlo in sala

Satira grottesca in una confezione raffinata, Digger è espressione di un cinema grandioso, pensato per la sala, perché ancora capace di stupire il pubblico con la sua ricchezza di dettagli e con l’elaborata complessità delle sue scene. 

La componente surreale e onirica del cinema di Iñárritu – esplorata in Birdman e in Bardo, per esempio – si fonde in Digger con il concetto del falso e del vero del teatro, con la sospensione di realtà. Ciò che appare più spaventoso è perché si riflette nel presente. Gran parte di ciò che appare più bizzarro appartiene invece al palco, alla messa in scena: dalla gatta Maggie, personaggio-chiave, fino al monocromatico Parlamento europeo, scena madre del film. 

Occupato (in modo figurato e letterale) da pupazzi senza alcun colore politico, autonomia, intenzione o capacità, il Parlamento è anche il luogo in cui prende forma il messaggio di Digger, lo spazio in cui Iñárritu lancia il suo grido d’allarme: nell’indifferenza delle istituzioni, il mondo brucia. 

E forse solo il tempo dirà se Iñárritu è davvero riuscito nell’intento di fare di Digger il nuovo Dottor Stranamore, con il cambiamento climatico nel ruolo che precedentemente era riservato alla bomba, ma intanto adesso non ci sono davvero scuse per non dare a questa commedia, amara e tagliente, l’occasione di interrogarci sul presente, e sul futuro a cui ci stiamo condannando. 

V.V.

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