Giulio Tonincelli, Alice nella Città. Foto di Martha Berbieri
Giulio Tonincelli, Alice nella Città. Foto di Martha Berbieri

Sunday (2025), il cortometraggio documentaristico scritto e diretto da Giulio Tonincelli, è stato presentato lo scorso 18 ottobre all’interno del programma ufficiale di Alice nella Città.

La sezione che ospita il film, Onde corte Panorama Italia fuori concorso, cerca di rappresentare un cinema autonomo, libero, con visioni non convenzionali, come quella dell’autore di Sunday: Tonincelli è un regista indipendente che sviluppa progetti viaggiando tra Asia occidentale, America Latina e Africa. Prodotto da Moonwalk con il supporto di MessUp (e supportato da una campagna di crowdfunding), il film mette in scena la quotidianità di Ayoo Sunday, una ragazza di quattordici anni affetta da disabilità, sia fisiche che psichiche, che vive in una zona rurale nell’Uganda del nord.

Qui la disabilità è uno stigma e le convinzioni popolari si sovrappongono alla comprensione di una condizione. L’indagine di Giulio Tonincelli si muove in un luogo che per colpa della carenza di strutture ed aiuti adeguati e alle condizioni di estrema povertà̀, rimane indietro. Lo sguardo del regista aderisce alla verità dei volti senza mai oltrepassare il limite: danza con la giovane protagonista, mostra una speranza che nonostante tutto esiste.

Come nasce l’esigenza di rappresentare la condizione di Ayoo e come sei entrato in contatto con lei e la sua famiglia?

Qualche anno fa sono venuto a conoscenza del “mercy killing”, una pratica ancora presente in zone rurali dell’Africa per porre fine alle sofferenze di persone con disabilità fisiche o mentali, provocandone intenzionalmente la morte.

Questo spunto mi incuriosì molto, cercai dunque di informarmi e capire meglio lo stigma ancora presente nei confronti delle persone con disabilità. A novembre 2024 sono quindi tornato nella regione degli Acholi (la prima volta ero stato nel 2016), con l’intento di approfondire questa tematica sul campo.

La superstizione, la carenza di strutture e le condizioni di estrema povertà spingono le comunità a compiere scelte estreme. Oltre ai bambini, chi subisce questa situazione sono spesso le madri, abbandonate dal compagno o dalle famiglie sotto la spinta degli anziani che a causa di convinzioni e tradizione popolari, vedono la disabilità come un problema. Le madri hanno poche alternative: salvare il proprio figlio rischiando dunque di essere emarginate e vivere così un’esistenza ancor più complessa, oppure optare per incanalare le risorse e le energie sul resto della famiglia e su quei figli che maggiormente hanno probabilità di sopravvivere ed essere un aiuto per il nucleo familiare.

Mentre facevamo ricerca sul territorio, ho incontrato Ayoo Sunday, una bimba di 5 anni nel corpo di una ragazzina di 14, con occhi vispi, profondi e curiosi. Ho così cercato di raccontare la sua quotidianità con semplicità e senza pregiudizi. Ciò che muove i miei intenti non è denigrare una popolazione o una comunità, essere giudicante né tanto meno fare confronti o esaltare un modello di vita piuttosto che un altro. Il mio proposito è far emergere verità che, anche se scomode, possano sensibilizzare e far riflettere sulle sfumature di vita lontane dalla visione di mondo a cui l’occidente è abituato.

La musica nel film è fondamentale, e partecipa attivamente sia in modo “sociale” (con la radio) che sensoriale: le riprese di Ayoo che balla, liberandosi momentaneamente da sé stessa, erano previste o sono state casuali?

La realtà ha molta più immaginazione di qualunque fantasia e finzione, per questo amo il genere documentario. Anche se spesso la società ci convince che esista un copione, la vita ci sorprende, e Sunday che balla è stato un regalo spontaneo.

Alcune zone dell’Africa sono ancora senza filtri, sovrastrutture o condizionamenti sociali imposti, e questo può essere sia positivo che negativo, in base agli occhi di chi giudica. La danza è una pratica innata negli esseri umani e qualche anno fa in Senegal, un importante psicologo africano mi disse che noi occidentali abbiamo perduto il legame con la nostra anima e con la nostra terra perché abbiamo smesso di ballare!

Anche la fotografia ha un ruolo significativo; avete lavorato molto sul colore, fatto di sfumature, morbidezza visiva, che tipo di mondo volevi restituire allo spettatore?

Tengo particolarmente alla fotografia dei miei lavori e con Vladimir Motroi, direttore della fotografia, c’è stata una forte sintonia che ci ha permesso di lavorare in modo accurato e complice. Siamo rimasti in Uganda un mese ed i giorni di ripresa sono stati circa una ventina, la maggior parte di questi abbiamo girato durante le albe e i tramonti.

Volevo far percepire e restituire le atmosfere di una terra affascinante e di un mondo che per la protagonista sembra quasi essere sospeso.

L’ Africa è un continente che ti affascina; anche il tuo prossimo film sarà girato lì, vero?

Sono estremamente attratto dal continente Africano con la sua ruvidezza, l’anarchia e le sue tradizioni poco conosciute. In Senegal grazie all’associazione TörTör (https://www.associazionetortor.com/) ho avuto la possibilità di assistere da vicino alla pratica dello Ndep, una cerimonia di esorcismo collettivo a scopo terapeutico, praticata dall’etnia Lebou. Nella loro mitologia esistono diversi spiriti capaci di impossessarsi delle persone manifestandosi attraverso malattie psichiche.

Anche il prossimo lavoro sarà un progetto indipendente, le riprese e il montaggio sono già stati realizzati, ora cerchiamo fondi per riuscire a chiudere la fase di color, sound e musiche che saranno curate da Stefano Greco (lo stesso che ha curato il sound mix e design di Sunday). Inoltre a Gennaio 2025 sono stato in Etiopia un mese, dove ho fatto ricerca per un progetto sui figli del colonialismo italiano che mi piacerebbe approfondire, ma il problema sono sempre i fondi da trovare…

Sunday di Giulio Tonincelli

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.