
Sicuramente uno dei titoli più attesi e chiacchierati di Venezia 82, The Smashing Machine, in arrivo nei cinema italiani il prossimo 19 novembre, commuove, fa riflettere e riesce nel suo intento: far parlare di sé. Diretto da Benny Safdie, il cast è composto da Dwayne Johnson, nel ruolo del protagonista Mark Kerr, Emily Blunt, Ryan Bader, Bas Rutten e Oleksandr Usyk.
The Smashing Machine, chi è realmente Mark Kerr?
Ambientato tra la fine degli anni Novanta e il 2000, il lungometraggio racconta parte della vita e della carriera di Mark Kerr (Dwayne Johnson), lottatore di arti marziali miste in un mondo che ancora non aveva pienamente recepito il significato e i valori di questa disciplina sportiva. Dopo aver debuttato professionalmente, a seguito di una vittoria che lo ha consacrato campione, Kerr sembra aver raggiunto l’apice del suo successo, ma in realtà non è così. Tra varie difficoltà lavorative e personali, l’uomo si ritrova ad affrontare il momento più basso della sua vita, che lo porta a chiedersi: che cosa è realmente importante?
Con il suo The Smashing Machine, il regista Benny Safdie decide di focalizzarsi su una storia ai più sconosciuta, per poter donare al pubblico un ritratto veritiero di una delle figure che, con il suo operato, è riuscito a dare lustro alla disciplina delle arti marziali miste. Il cuore del racconto, infatti, risiede tutto nel suo protagonista, Mark Kerr, sulle vicende che affronta, sulle difficoltà personali che intaccano sia la sua sfera familiare che la sua sfera lavorativa, e sulla sua carriera sportiva, caratterizzata da numerosi alti e altrettanti bassi.
The Smashing Machine, storia di una rinascita
Mark Kerr è un campione. È abituato a esserlo, non riesce a pensarsi diversamente, ma soprattutto non è in grado di perdere. Cosa si è disposti a fare però pur di mantenere questo lustro? Il Mark Kerr di Dwayne Johnson (strabiliante in questo ruolo) viene inizialmente presentato come invincibile ma, con il procedere della narrazione, comincia a palesarsi una serie di debolezze che lo rendono umano. Le debolezze però, coincidenti con le prime perdite, non sono facili da affrontare, ed ecco quindi che Mark cade in una fase depressiva (che lo porta anche a fare uso di droghe), che lo segna profondamente e che gli farà capire che il vero ring è la vita.
Parte da questo pretesto la seconda parte del film, che si occupa di ripercorrere quella che è la rinascita del campione ma, nonostante la drammaticità degli eventi raccontati, la sceneggiatura non permette a tale aspetto di palesarsi, rimanendo quindi troppo superficiale e mai affrontato adeguatamente. Sorte che tocca anche agli altri protagonisti della vicenda. Dawn (Emily Blunt), compagna e futura moglie di Kerr, è priva di una profonda caratterizzazione e di un adeguato arco narrativo, e il suo disturbo depressivo viene messo in un angolo.
In breve
Ciò che poteva essere un riscatto, si dimostra al contrario un biopic dalle tinte anonime, blande e incerte. Le interpretazioni, parte migliore di quanto portato sul grande schermo, convincono ma non riescono a salvare del tutto il lungometraggio, che rimane troppo segnato da una sceneggiatura che non rende giustizia né alla vicenda raccontata, né ai suoi protagonisti.
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