
Che rumore fa un incubo? Per Vahid (Vahid Mobasseri) è lo scricchiolio della gamba di legno del suo aguzzino Eghbal (Ebrahim Azizia). Un suono che infesta i suoi ricordi, lo terrorizza e gli fa desiderare un’atroce vendetta. È proprio da questo suono che ha origine il dramma morale di Un semplice incidente, film Palma d’oro di Jafar Panahi.
Tutti ne parlano, a buona ragione. Si tratta infatti di uno dei migliori film dell’anno, realizzato da Panahi anche in condizioni personali e produttive complicatissime. È il primo film diretto dal regista iraniano dopo l’incarcerazione a Evin (luglio 2022-febbraio 2023), perciò risente prima di tutto dell’esperienza diretta della prigione e del trauma che ne consegue, riflesso nei suoi personaggi. Come ogni film di Panahi dal 2011 in poi, inoltre, è stato realizzato senza il permesso ufficiale del regime, facendone un film clandestino, girato in segreto per preservare la libertà di espressione e di contenuto.
Di cosa parla Un semplice incidente
Nella sceneggiatura impeccabile dello stesso Panahi, “tutto si tiene” e ogni dettaglio si rivela essenziale. Il film inizia con la scena del semplice incidente, appunto. Un uomo, in auto di notte con la moglie incinta e la figlia piccola, investe e uccide un cane. La freddezza con cui affronta la cosa alimenta l’ambiguità intorno alla sua vera identità, come si scoprirà poco dopo. L’urto comunque danneggia l’auto, così è costretto a trovare un’officina nei dintorni. Lì incontra Vahid.
Vahid al suono della sua gamba di legno si immobilizza. Riconosce il passo dell’agente Eghbal, lo stesso che sentiva ogni volta in carcere, con gli occhi bendati, prima di essere torturato e picchiato. In cerca della sua vendetta, decide di inseguire l’uomo e ucciderlo, ma prima ha bisogno di accertarsi che sia davvero lui, così lo stordisce e chiede aiuto ad alcuni vecchi compagni di prigionia.
Shiva (Maryam Afshari) è convinta di riconoscerlo dall’odore. Hamid (Mohamad Ali Elyasmehr) dalla voce. Golrokh (Hadis Pakbaten) è frastornata dal ricordo degli abusi subiti, ma pur in abito da sposa, trascina il marito nell’avventata vendetta del gruppo.
Nessuno, tuttavia, è in grado di dire con certezza se l’uomo esanime, nascosto nel furgone con cui è trasportato nel deserto a morire, sia davvero il carceriere. Nessuno l’ha mai guardato negli occhi.
Il dubbio che si insinua blocca Vahid e gli altri dal compiere un brutale omicidio. Nel frattempo fa emergere le contraddizioni e i pensieri, anche quelli più oscuri, di ciascuno.

Cosa insegna Un semplice incidente e il suo gran finale
Nell’attesa di un’esplosione di violenza che non arriva mai, Un semplice incidente diventa invece uno strumento di indagine della natura umana. La scelta finale compiuta da Vahid arriva al termine di una lunga lotta contro se stesso, ben riassunta dal dialogo con Shiva: per non somigliare ai propri aguzzini, bisogna avere il coraggio di restare umani, anche quando è impossibile perdonare.
Risolvere il proprio enigma morale, tuttavia, non libera davvero dal male esterno, non libera dalla forza opprimente del regime, che continua a esistere nonostante tutto. E che spesso ancora vince, proprio per la sua pericolosa pervasività. O almeno questo sembra uno dei modi in cui è possibile interpretare il finale aperto, inquietante e minaccioso scritto dal maestro Panahi. Un epilogo come pochi, capace di insinuarsi tra i pensieri del pubblico e rimanervi a lungo, suscitando più domande che risposte.
Distribuito al cinema in Italia da Lucky Red, Un semplice incidente ha ufficialmente iniziato la sua corsa agli Oscar 2026, con le tre grandi vittorie ai Gotham Awards lo scorso 1° dicembre (miglior film internazionale, miglior regia e miglior sceneggiatura). È stato inoltre nominato nelle stesse categorie ai Golden Globes 2026. Non rappresenta, naturalmente, l’Iran poiché il regista è perseguito tuttora dal regime, con la recente condanna a un anno di prigione per propaganda contro il governo. Concorre perciò ai premi internazionali per la Francia.
V.V.
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