Dogman, Ph. Shana Besson. Lucky Red
Dogman, Ph. Shana Besson. Lucky Red

A qualche anno dal suo ultimo lavoro, Anna (2019), il regista di Léon e Il quinto elemento (Le Cinquième Élément) torna con Dogman, una favola contemporanea: gli animali, in particolare una grande varietà di cani di tutte le razze (65 esemplari diversi), sono i migliori compagni del protagonista, che non è una principessa in pericolo (nonostante arrivi a preparare torte con cuccioli che gli passano uova e farina) ma un uomo reduce da traumi che continua a portarsi sul corpo.

La narrazione di Besson: tra favola e violenza

Nel pieno della notte una squadra di polizia ferma un camion: alla guida un uomo vestito da Marilyn Monroe in Diamonds Are a Girl’s Best Friends (tubino di satin rosa e gioielli compresi) con il volto ricoperto di sangue e lividi, dietro più di un centinaio di cani. Quell’uomo è Doug (Caleb Landry Jones), e sta scappando insieme ai suoi “bambini” da una situazione più grande di lui. Semiparalizzato su una sedia a rotelle, Doug è vestito così perché si stava preparando per uno spettacolo di drag queen, proprio quando una banda armata ha fatto irruzione a casa sua, per vendetta, scontrandosi con il branco di cani pronti a proteggerlo.

Dal primo momento il pubblico viene accolto in una storia che non si accontenta di raccontare i fatti senza che in essi emerga una sottile magia da favola contemporanea, una sospensione che renda meno chiaro dove stanno i confini tra realtà e immaginazione.

Lo sguardo di Besson mantiene una purezza che si traduce nei suoi film, e ciò si conferma con Dogman, un film che sceglie in alcuni momenti di ridurre i suoi personaggi a caratterizzazioni didascaliche, semplificandone la portata, ma che riporta con delicata trasparenza il racconto di un rapporto indissolubile tra animale e umano.

I cani salvano Doug, e non solo una volta, lo ascoltano, lo comprendono. Costretto a spiegare ad una psicologa (Jojo T. Gibbs) perché tutto è iniziato, ricostruisce pezzo per pezzo il puzzle di una vita da reietto, con pochissimi sprazzi di gioia e perlopiù delusioni scaturite dalla sua infanzia difficile e dall’incidente che gli è costato quasi la vita.

Essere qualcun altro: l’emozione di un’esibizione

Inventarsi un passato per dimenticare il proprio: è la liberazione che Doug acquisisce attraverso il travestimento. Prima con il teatro, poi con gli spettacoli drag, l’esibizione gli cura l’anima, ogni performance un po’ di più, nonostante lo sforzo fisico lo avvicini sempre di più alla paralisi totale (e alla morte). Gli abusi di suo padre l’hanno portato non solo a preferire la compagnia di amici pelosi, ma soprattutto a voler allontanare la grande sofferenza con la proiezione irreale di un’altra vita, dove trucco, abiti e musica sono gli ingredienti principali per dimenticarsi del resto, almeno per una manciata di minuti.

I momenti più coinvolgenti del film sono proprio le sue esibizioni: l’interprete si cala a 360 gradi nella pelle e nell’anima dell’uomo, ne vive la solitudine, la sensibilità, le piccole sfumature di follia necessarie per continuare a vivere dopo un’esposizione precoce alla violenza umana e ai suoi effetti. Bastano due strofe cantate sul palco per entrare nella poesia di una trasformazione.

In breve

Besson non è per tutti, e per entrare a pieno nella sua visione delle cose è necessario soprassedere su qualche neo narrativo ed estetico e concentrarsi sul senso di stupore dei suoi racconti. Dogman è indubbiamente un film che racchiude dentro di sé incredulità e purezza, la stessa purezza che viene spesso minacciata dalla violenza dell’esistenza. Divide il pubblico, infastidisce chi si rifiuta di credere l’incredibile, mentre commuove chi si ritaglia una parte di meraviglia, nonostante il male. A prescindere il lavoro di Caleb Landry Jones è accurato, intenso, rapisce lo sguardo e i sensi.

Continua a seguire FRAMED anche sui social! Ci trovi su FacebookInstagram Telegram.

Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.