
Le parole di Ennio Flaiano, come un monito perso negli errori reiterati della Storia, aprono Serpenti, uno dei più convincenti film italiani proiettati a Venezia 83. “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”, scrive l’autore negli anni ’50, e nel 2026 leggerlo ci strappa un sorriso estremamente sofferto.
Diretto da Roberto De Paolis Maino (Cuori Puri, Princess) e presentato nella sezione Venezia Spotlight dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia, Serpenti punta i riflettori sulla tragicomica inadempienza che regna sovrana su un Paese che si inceppa nei suoi ingranaggi arrugginiti. Popolato di personaggi che più che essere sopra le righe sono puntualmente dentro il sistema, sembra in tutto e per tutto un teatro dell’assurdo, eppure è pericolosamente realistico.
Il regista firma la sceneggiatura assieme a Damiano e Fabio D’Innocenzo, di cui la visione disillusa e grottesca è impossibile non notare tra le pieghe di un racconto paradossale e disarmante.
Cortocircuito umano (e burocratico)
Lo sguardo si muove lento, con un carrello che si avvicina sempre più all’interno di una casa, per poi fermarsi in una cucina spoglia dove un gatto sta mangiando, nutrito dal suo padrone, Paolo Marra (Leonardo Lidi). Un personaggio tormentato, un uomo che ha ucciso sua moglie; lo confessa ad alta voce, come se stesse ancora elaborando l’accaduto, come se lentamente si rendesse conto che è successo davvero. Paolo si reca allora alla stazione di polizia per costituirsi, forse immagina così di redimersi, di essere giustamente punito per quello che ha fatto, di comprendere, addirittura, perché l’abbia fatto.
Ma nulla è come si aspetta, se nella testa ha qualche scena disordinata di film americani con manette e rimproveri, nella realtà un poliziotto distratto lo fa attendere in un angolo, nonostante Paolo gli abbia appena confessato di essere un assassino, un femminicida. Il tempo inizia a scorrere e accoglie un susseguirsi di veri e propri atti: dopo il prologo tre personaggi diversi costituiscono i tre atti del racconto, prima di un epilogo amaro.
Mentre Paolo vorrebbe solo marcire in galera, essere dimenticato, entra in contatto con un poliziotto maschilista e ipocrita (Alessandro Borgi), più preoccupato di farsi passare un’emicrania che di scoprire se veramente quell’uomo ha ucciso la moglie, poi con un avvocato che di presentabile ha solo l’abito che indossa (Pietro Castellitto), quando invece si rivela come un manipolatore, un alligatore pronto a sopravvivere sulla superficie mentendo e stravolgendo i fatti, se necessario.
E infine Paolo, allo stremo delle forze, psicologicamente precario, dopo essere stato spostato nell’ennesima stanza in attesa del commissario, incontra una donna annoiata, che sembra essere anche lei prigioniera di uno stallo insopportabile (Valeria Golino). I tre personaggi che scandiscono la sua discesa nell’assurdo sono, sebbene in modo diverso, tutti schiavi di modalità vincolanti, di prigioni burocratiche, di cavilli odiosi che azzerano la componente umana di qualsiasi azione, anche di un omicidio.

Lente distorsioni
Sebbene la messa in scena di Serpenti risulti nitida e pulita, una serie di distorsioni visive rendono alla perfezione la lentezza insostenibile, o semplicemente l’annebbiamento perturbante che avvolge la giustizia italiana. Quell’atmosfera sospesa aggredisce chi vi si ritrova dentro, perso in un incubo dove i dettagli più inutili diventano operazioni imprescindibili da rispettare, e dove ancora una volta si tralasciano le cose importanti, come la confessione di un assassino.
L’intuizione del regista riflette l’inadempienza atroce, che non riesce ad essere curata, che risiede nelle parole illuminate di Flaiano come nei casi di cronaca, tra le pagine di giornale, in luoghi dove uomini e donne si attengono a regole inutili, e la deriva travolge poi ogni cosa. Paolo Marra diventa il simbolo di una serie di meccanismi marci dall’interno, senza possibilità di cambiamento, ma sempre più sbagliati; è colpevole e vittima, e inizia ad attenersi ad un copione surreale fornito direttamente dai suoi interlocutori.
Roberto De Paolis Maino analizza quindi un iter devastante, insensato, che fa ridere lo spettatore nei tanti momenti in cui le cose dette sembrano più delle battute che delle asserzioni, e nel quale i personaggi transitano senza mai arrivare a un dunque, a una risoluzione.
Epilogo
Personaggi strampalati galleggiano in una realtà che conosciamo fin troppo bene, e ciò che dicono riflette spudoratamente persone reali, altri poliziotti, altri avvocati, altri colpevoli, intenti a perdersi in una spirale di illogicità. Serpenti, kafkiano e spiazzante, fa ragionare lo spettatore sul mancato funzionamento delle istituzioni e della giustizia, ma senza trovare soluzioni, senza suggerire cure, perché forse non ce ne sono proprio.
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