
La trama fenicia (The Phoenician Scheme), ultima fatica di Wes Anderson presentata a Cannes 2025, racconta le rocambolesche avventure del magnate Zsa-Zsa Korda (Benicio Del Toro) e di sua figlia Liesl (Mia Threapleton), con la quale cerca di ricucire i rapporti.
Una trama folle e irriverente, ricca di omaggi alla Vecchia Hollywood
La trama fenicia comincia subito con una dichiarazione di intenti: Zsa- Zsa Korda si trova sul suo aereo privato, quando una violenta esplosione lo fa precipitare in un campo di grano. L’uomo sopravvive per miracolo, rialzandosi con calma, dignità e classe (cit.), portando nella mano quello che pare essere un (parole sue) “organo vestigiale”. Fin dai primi minuti si coglie la volontà di creare un racconto surreale, che vuole intrattenere e strappare un sorriso.
Non mancano fin da subito numerosi riferimenti cinematografici, dall’aereo che si schianta sul campo di grano, chiaro omaggio a Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock, all’inizio di cinegiornale, immediatamente interrotto, dedicato alla memoria del magnate, che strizza l’occhio a Quarto potere di Orson Welles.
E in effetti Zsa- Zsa Korda si presenta un po’ come una versione caricaturale di Charles Foster Kane, protagonista del celeberrimo cult di Welles. L’uomo, tre volte vedovo, vive tutto solo in una gigantesca dimora fatta di imponenti scalinate, archi e intarsi marmorei, circondato da una moltitudine di opere d’arte sparse in giro a mo’ di magazzino. E l’atteggiamento di Charles Foster Kane emerge anche nella sua indole da miliardario eclettico, misterioso e solitario, oltre che nel suo comportamento apparentemente anaffettivo nei confronti della figlia Liesl, che nomina unica erede del suo immenso patrimonio.
Wes Anderson racconta un viaggio di (ri)scoperta di sé
La trama fenicia ha diverse chiavi di lettura, perché da una parte, a livello superficiale, racconta il viaggio di un magnate che ricerca supporto economico per la sua utopica impresa (la costruzione di una immensa diga e di un canale adibito al trasporto merci tramite enormi navi mercantili), ma più a fondo è un viaggio alla riscoperta di sé stesso e di affetti perduti.

Deliziosa è l’evoluzione del rapporto padre-figlia, dapprima estremamente diffidente e formale, poi dolce e confidenziale, seppur con quella punta di formalità che ha il sapore di un’epoca ormai perduta. Anche Liesl, ben interpretata da Mia Threapleton, subisce un’enorme evoluzione nel corso del racconto. Da suora novizia in procinto di prendere i voti, la ragazza diventa una vera avventuriera, amante della pipa e dei viaggi, dell’imprevisto e dell’avventura.
La trama fenicia è un ponte fra passato e presente
Anche questa volta Wes Anderson fa affidamento su un cast stellare che annovera, fra i tanti nomi, Tom Hanks, Bill Murray, Scarlett Johansson, Bryan Cranston, Rupert Friend, Charlotte Gainsbourg e Michael Cera. C’è da chiedersi se fosse così necessario chiamare in causa solo ed esclusivamente divi del cinema anche per piccoli ruoli, ma si sa, questo è uno dei “marchi di fabbrica” di Wes Anderson.
I sodalizi del regista con attori ricorrenti, infatti, conferiscono alle sue opere l’impronta di riunioni fra vecchi amici, che contribuisce a creare un’atmosfera scanzonata e irriverente. E irriverente è proprio una parola chiave della filmografia del regista, il cui più grande pregio è che non si prende mai del tutto sul serio. La perfezione formale e quasi ossessiva della fotografia e della regia è infatti accostata a una sceneggiatura brillante e una trama ai limiti dell’assurdo, con battute che fanno ridere sotto i baffi senza mai scadere nello scontato o nel volgare.
Si può dire con assoluta certezza che Wes Anderson è un regista “classico”, che non solo cita gli anni d’oro di Hollywood, ma li ricrea, senza mai rinunciare a sé stesso e al suo stile inconfondibile. E La trama fenicia è più che mai un ponte fra passato e presente, un canale preferenziale che ci fa viaggiare nel tempo e ci rimette in contatto con la vecchia Hollywood. L’epoca d’oro del grande cinema americano, da Hitchcock a Billy Wilder e William Wyler, rivive nel film, che però non si limita a semplici omaggi e citazioni. No, l’essenza stessa dell’opera possiede il cuore vibrante di quel passato creduto perduto, creando nello spettatore l’illusione di aver viaggiato nel tempo ed essere seduto in una sala cinematografica degli anni Cinquanta.
Ma ecco che un tocco di modernità ci riporta ai nostri tempi: e paradossalmente si tratta delle sequenze in bianco e nero, che vedono Zsa-Zsa Korda alle prese con delle esperienze premorte, in cui sogna di ascendere in Paradiso e trovarsi prima al cospetto delle sue ex mogli, per poi arrivare addirittura a Dio. Queste scene, emblematiche dell’ironia del regista, si riferiscono però a un altro tema ricorrente della sua filmografia: la morte.

Wes Anderson e i memento mori (allerta spoiler)
Si tratta di una tematica sempre presente, anche se trattata con estrema leggerezza. Per certi versi, le vicende di Korda potrebbero essere lette anche come una disperata fuga dalla morte, che continua a inseguirlo inesorabile. Per ben sei volte, infatti, l’uomo è scampato a incidenti potenzialmente mortali e molti altri ne affronterà nel corso del suo viaggio, fino a giungere al confronto finale con il fratellastro, zio Nubar (Benedict Cumberbatch), personificazione della Morte stessa. Ed è ancora più ironico vedere come la Morte, dopo lungo peregrinare, una volta giunta al confronto finale con Korda, scelga poi di deflagrarsi da sola.
Nonostante il magnate affronti i periodici appuntamenti con la morte con un aplomb invidiabile, è chiaramente roso dall’ansia per la possibilità di una prematura dipartita. Il suo rocambolesco e frettoloso viaggio per completare un’opera ingegneristica utopica e completamente folle, è animato sì dalla prospettiva di enormi guadagni materiali, ma in realtà cela un fine ben più alto: la costruzione di qualcosa destinato a durare nel tempo e nella memoria delle generazioni future.
Questa folle avventura altro non è che la conquista dell’immortalità, così come il film, attraverso la ricerca di un’epoca perduta e malgrado l’apparente senso di immobilità, vuole essere una dichiarazione di guerra contro il tempo che passa.
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