
A dieci anni di assenza dal suo ultimo lungometraggio (The Neon Demon), torna in sala l’affilato regista danese Nicholas Winding Refn (d’ora in avanti NWR, acronimo preferito da lui stesso) con il thriller Her Private Hell. In questi anni, tuttavia, ha dato alla luce le due serie Too Old to Die Young e Copenaghen Cowboy.
Il film è stato presentato fuori concorso alla scorsa edizione del Festival di Cannes ed è distribuito in Italia da MUBI in collaborazione con Lucisano Media Group. L’opera ha ricevuto un’accoglienza segnata da una netta spaccatura delle reazioni di critica e pubblico, divise tra entusiasmo e nero disgusto. Cosa aspettarsi quindi da questo inferno interiore?
Un universo gelido e maligno di esistenze sotto vetro
In un contesto urbano distopico dove la luce del sole non sembra arrivare e le strade sono sempre imbottite di un’inquietante nebbia rosea, la giovane attrice Elle (Sophie Thatcher) raggiunge il padre, il regista Johnny Thunders (Dougray Scott), nel lussuoso Tower Hotel. L’uomo sta preparando il suo nuovo film assieme alla giovane moglie Dominique (Havana Rose Liu), originariamente amica di Elle, e ad altre attrici. Si tratta di un’opera sci-fi decisamente camp (un’esangue simil-Barbarella) ma le riprese sono funestate dal micidiale serial killer Leatherman. Decenni prima “K” (Charles Melton), un soldato americano di stanza in Giappone in lotta con la yakuza, aveva dato la caccia al killer, responsabile della scomparsa di sua figlia, ma senza successo. La sua storia e quella di Elle sembrano convivere tra spazio e tempo, come nello stesso grattacielo coesistono lussuosi appartamenti con vista sull’Apocalisse e mondi di cristallo ultraterreni.
Questa nuova fatica di NWR è legata a doppio filo a The Neon Demon che, a sua volta, era una rivisitazione più crudele di Suspiria di Dario Argento, con l’inferno dello star system hollywoodiano al posto della scuola di danza tedesca. Di nuovo troviamo un racconto doloroso di attrici sfruttate che vivono una vita ovattata di soprusi, sottomesse a sguardi e mani maschili (in particolare quelle del killer guantate di velluto e diamanti). Una vita da bambole quasi incapaci di guardare in prospettiva la propria condizione; è lasciato allo spettatore il compito di cogliere la verità di questa becera fantasia maschile in forma di universo glitterato.
Tale senso d’impotenza di fronte al male che governa questo mondo morente è ben resa dagli efferati omicidi di Leatherman. Infatti, sono sempre eseguiti sotto lo sguardo impotente di uno dei personaggi costretto dietro a un vetro o una porta; una violenza maschilista che deve diventare monito per chi guarda e che allo stesso tempo si consuma sempre come una macabra liberazione da una gabbia. La musica di Pino Donaggio e il contesto in cui si muove il killer non possono non far emergere un chiaro omaggio a un altro maestro dell’ambiguità come Brian De Palma, in particolare al suo Omicidio a luci rosse. Qui però è forte il ruolo delle forze maligne che condizionano il percorso infernale di Elle e K.

Una fiaba nera con sfumature al neon
Her Private Hell è un film sinuoso e respingente, che riesce a restituire la visione del suo autore in purezza e senza evidenti compromessi, che turba lo spettatore sul piano etico dopo averlo irretito con la sua forma patinata e suadente. La narrazione non sempre è agile e fluida, ma riesce comunque a far procedere l’evoluzione del racconto iperrealista che NWR ha sempre fatto.
L’autore, infatti, è partito dagli angoli più neri della sua Copenaghen (trilogia Pusher), fino a spingersi nei meandri più neri dell’animo umano (Bronson), per poi sublimare nell’astrazione eterea di The Neon Demon (che prosegue in quest’ultimo lavoro). Questo processo di cristallizzazione chimica che investe la struttura narrativa torna anche in Her Private Hell, portando in primis a una polarizzazione dei caratteri dei personaggi e della natura del film. Infatti, troviamo due filoni narrativi annodati in un racconto di genere in purezza: grezzo, basso ed esplicito. In questo contesto i personaggi non sono sfumati e agiscono per istinti primari assoluti in questa prigionia fatta di pulsioni e sguardi governata da una forza ordinatrice oscura.
Il risultato è quello di un film deliziosamente squilibrato, tra luce e ombra, Oriente e Occidente e che crea una ragnatela di crepe sempre più fitta nella memoria dello spettatore ogni volta che si ritorna a rifletterci. Un film difficile da affrontare e che richiede di calarsi in un mondo totalmente fasullo e retrogrado retto dall’irrazionalità dell’inconscio. Una fiaba nera che invece di fornire alla sua protagonista gli strumenti per affrontare il mondo, le dona, invece, le armi per manipolarlo e distruggerlo.
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