PRESS CONFERENCE - FRANKENSTEIN - Director Guillermo Del Toro (Credits Jacopo Salvi La Biennale di Venezia)
PRESS CONFERENCE - FRANKENSTEIN - Director Guillermo Del Toro (Credits Jacopo Salvi La Biennale di Venezia)

Il regista Guillermo del Toro entra in contatto con Frankenstein quando è ancora molto piccolo, e da sempre desidera di realizzare un film su un personaggio che ha significato molto per lui. Cresciuto con un’educazione rigidamente cattolica, racconta di non aver mai capito con precisione le figure dei Santi, finché non ha visto Boris Karloff nel ruolo della creatura del dottor Victor Frankenstein; lì ha capito come poteva apparire un santo, o addirittura un messia, per questo in conferenza stampa definisce Frankenstein più di un sogno da realizzare, quasi una religione.

«Seguo questa creatura da quando sono bambino, e ho sempre aspettato per fare un film come andava fatto, nelle giuste condizioni, sia creative che in termini di raggiungimento dell’obiettivo che mi ero posto», precisa del Toro, che arriva a Frankenstein dopo la concretizzazione di un altro sogno cinematografico, Pinocchio.

Tutto ciò che è riuscito a creare finora, da Cronos (1993) in poi, si riversa nel suo nuovo film, in cui troviamo Oscar Isaac nel ruolo di Victor Frankenstein e Jacob Elordi nelle vesti della sua creatura. Un’opera che vanta una produzione sontuosa e spettacolare, in cui il cast, che comprende anche Christoph Waltz, Mia Goth, Felix Kammerer, Charles Dance, David Bradley, Lars Mikkelsen e Christian Convery, si inserisce in un mondo creato da zero per loro.

«Non posso credere che due anni fa eravamo a mangiare insieme, a parlare dei nostri padri, della nostra vita, e che ora siamo qui. Guillermo ci ha messo il cuore, e penso abbia permesso a noi di fare lo stesso» dice Isaac, che nel film regala una performance intensa, così come il suo contro altare Elordi.

CGI is for losers

Frankenstein si avvale di una forte componente “artigianale”; la maggior parte dei set è costruita e non digitale, questo permette agli interpreti di muoversi in spazi veri, con vere, e spettacolari, scenografie, come le batterie giganti che vediamo nel laboratorio di Victor. Recitare su set non limitati dalla CGI, che Christoph Waltz ironicamente durante l’incontro definisce “per i perdenti”, fa sicuramente la differenza: solo spazi che riportano ad un costante simbolismo tradotto nella cura delle forme e dei dettagli, e come conferma anche Oscar Isaac, ciò si riflette nelle loro performance.

Ovviamente «Non ci sono cattive risorse, ma solo modi sbagliati di sfruttarle» dichiara del Toro, e per questo nel film ci sono degli effetti speciali, ma solo nei casi in cui emerge un limite fisico che non permette di trasformare in realtà la propria idea.

PRESS CONFERENCE – FRANKENSTEIN – Actor Jacob Elordi (Credits Jacopo Salvi La Biennale di Venezia)

La bellezza e la mostruosità

La creatura di Frankenstein in parecchie delle sue rappresentazioni passate ricordava visivamente la vittima di un incidente, per questo perseguendo un’esigenza di bellezza, il regista si è ispirato a statue classiche con la pelle d’avorio o alabastro, rifiutando di inserire i punti di sutura sul volto di Elordi, sulla linea dell’opera perfetta di Victor, che per 20 anni sogna la perfezione, e che soprattutto è un artista in quello che fa.

«La creatura all’inizio è come un bambino: fragile, indifeso, ma dopo gli crescono i capelli, il suo abbigliamento cambia, e il personaggio si rivela attraverso questo percorso» spiega del Toro. A rendere contemporanea la narrazione, compresa la componente del perdono, imprescindibile come primo passo verso la riparazione, è l’amore; quello tra un padre e un figlio, quello tra un uomo rinato e una donna.

«La questione centrale nel romanzo, sin dall’inizio, è cosa significhi essere umani, cosa ci rende umani? Viviamo in una contemporaneità di paura e intimidazione, questo è certo, e la risposta data dall’arte è l’amore, e non c’è un compito più difficile, che rimanere umani in un presente in cui tutto ti spinge attorno ad una comprensione bipolare dell’umanità. Penso che il film provi a mostrare personaggi imperfetti e il diritto che hanno di rimanere imperfetti, ma anche il compito di comprendere gli altri sotto le più oppressive circostanze. C’è molto di biografico per me in Frankenstein, ma anche per chiunque provi a preservare la propria anima nel tempo in cui viviamo»

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.