
Cosa sta succedendo agli adattamenti al cinema dei videogiochi? Nell’ultimo mese è arrivato prima il Resident Evil di Zach Cregger che ha escogitato una formula alchemica aurea per trasporre come si deve un videogame, e ora ecco lo Street Fighter di Kitao Sakurai che fa lo stesso con il gioco picchiaduro.
Unico precedente davvero riuscito era stato il Mortal Kombat del 1995 di Paul W.S. Anderson, che affrontava con la giusta leggerezza un materiale narrativo che non poteva essere preso sul serio. Nel mezzo ci sono stati i tutti dimenticabili Mortal Kombat: Distruzione Totale, Dead or Alive, Tekken e i due remake proprio di Mortal Kombat.
Per quanto riguarda Street Fighter, una prima trasposizione era arrivata nel 1993 per la regia di Steven E. de Souza, ma del videogioco prendeva solo il titolo. Infatti, era un generico action movie che raccontava lo scontro tra il colonnello dei caschi blu Guile (Jean-Claude Van Damme) contro il generale/dittatore M. Bison (un meraviglioso Raul Julià all’ultima apparizione prima della prematura scomparsa), con gli altri combattenti del videogioco come contorno.
Nel 2009 si segnala anche uno reboot dedicato al personaggio di Chun Li (Kristin Kreuk), flop notevole. Nonostante questi precedenti non entusiasmanti, Legendary Pictures e Capcom hanno unito le forze per dare vita a un reboot che onorasse questa gloriosa saga videoludica affidando la regia a Kitao Sakurai. Si tratta di un autore nippo-americano attivo nella commedia demenziale, in particolare mediante candid camera. Il suo precedente lavoro (Bad Trip, con il comico Eric André) è basato su questo espediente e dimostra una grande abilità nel costruire comicità slap stick e sequenze d’azione elaborate, elementi fondamentali in Street Fighter.
La sceneggiatura, invece, è stata affidata a T.J. Fixman (Carry-On)e allo stesso Sakurai sulla base di un soggetto di Dalan Musson (Iron Sky 2) e Gary Dauberman (Conjuverse). Quindi, è stata messa all’opera una compagine di autori con esperienze solide nel blockbuster, uniti a un regista di commedia molto sensibile ai linguaggi contemporanei; che combo di mosse ne sarà uscita?
Cercasi aitanti combattenti professionisti, no perditempo
1987. I due valenti lottatori Ryu (Andrew Koji) e Ken (Noah Centineo) assistono alla morte del loro maestro in un torneo mondiale di street fighting per mano dell’entità demoniaca Akuma. La tragedia spezzerà la loro amicizia/bromance, portando il primo a ritirarsi e il secondo a farsi stritolare dagli eccessi dello showbiz (diviene macchietta dei programmi trash di Mtv).
Nel 1993, il generale M. Bison (David Dastmalchian, divertitissimo), signore della guerra padrone della fittizia città di MetroLao è in cerca di un uomo sufficientemente potente da essere sottoposto all’estrazione dello “psycho power”, energia di dubbia scientificità contenuta nel corpo dei forzuti. Solo così può diventare l’uomo più forte del mondo.
Come preda individua proprio Ryu e, per avvicinarlo, organizza un nuovo torneo mondiale di street fighting, invitando i migliori atleti mondiali (tra cui Ken), ciascuno portando la propria tecnica di combattimento. Tra gli invitati troviamo i principali personaggi del gioco come Guile (il wrestler Cody Rhodes), Balrog (50 Cent) e Vega (il cantante mascherato Orville Peck), per non parlare di Blanka (Jason Momoa) e Chun Li (Callina Liang) che si muovono attorno al torneo.
Per Ken e Ryu sarà l’occasione per ricostruire il loro rapporto e risolvere il loro passato travagliato, non senza aver ricevuto e recapitato una copiosissima quantità di botte telluriche e hadouken nell’addome.
Una distopia nineties che gioca con il presente
L’approccio migliore per riportare in sala Street Fighter doveva essere senza dubbio quello dell’autoironia e dell’esasperazione dei rapporti fuori dal ring, tra i combattenti dalle muscolature ipertrofiche. Nessuna serietà, solo eccesso e caratterizzazione dei personaggi riconoscibile anche per chi è digiuno del videogioco.
Il risultato è una ritmata sfilata di omaccioni e bellone che si menano (e si vogliono tanto bene), al punto che non suonano forzati i molti ammiccamenti queer. Non si contano i momenti tra energumeni che si ammirano i tricipiti, e l’unica vera interazione eterosessuale (che riguarda Chun Li) è genuinamente patetica.
Perché ci si sofferma su una sessualizzazione ironica dei personaggi in un prodotto che normalmente dovrebbe concentrarsi su world building e backstory dei personaggi? Perché giustamente non importa nulla a nessuno, soprattutto se i risultati devono essere degli annacquamenti estenuanti come negli ultimi Mortal Kombat. Infatti, è preferibile costruire con pochi dettagli un mondo anni ’90 distopico e crepuscolare che sembra davvero un’arena da combattimento da picchiaduro. Interessante e tragica, invece, è la parodia istantanea dello sportwashing, praticato nella realtà da dittatori o tycoon per ripulirsi l’immagine, solo che M. Bison sembra un personaggio più verosimile di chi governa gli Stati Uniti oggi. Lo street fighting come i mondiali di calcio, solo che nel torneo di MetroLao chi viene espulso non viene riammesso d’ufficio dal presidente.
Street Fighter è una gioiosa cafonata, orgogliosa di sé stessa e che trasuda il divertimento di pescare combattenti da una character select screen e di imbastire combattimenti con una resa che onora un videogioco seminale per il genere picchiaduro. La critica americana è stata impietosa con il film, ma chi scrive è arrogantemente convinto che diventerà un vero classico della spensieratezza.






