Adriano Candiago. IPC International
Adriano Candiago. IPC International

Co-autore e co-sceneggiatore del film Le città di pianura, Adriano Candiago compie con il regista Francesco Sossai un’operazione inedita per il cinema italiano, che colpisce non solo il pubblico ma anche la critica: i due autori realizzano il film che vogliono, il film che volevano sin dall’inizio, girandolo in un luogo che conoscono bene, e proprio per questo l’opera porta con sé una preziosa sincerità, che prende vita attraverso i tre protagonisti, Giulio (Filippo Scotti), Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla).

Alla luce di 16 candidature ai David di Donatello 2026,  Le città di pianura è una delle visioni più interessanti e diverse del 2025, in cui il rapporto di fiducia e amicizia dietro la lavorazione si riflette nel risultato finale. Ce l’ha raccontato Adriano Candiago.

Le città di pianura prima e dopo: che vita ha avuto il film e soprattutto, ti aspettavi che avrebbe fatto questo percorso?

No, non ci aspettavamo niente di tutto quello che è successo, e non ce lo aspettavamo perché non ci pensavamo, semplicemente. Con Francesco (Sossai, ndr), a proposito del “prima”, quindi nei grandi momenti di incertezza e disoccupazione, che ci ha accompagnato a lungo, c’è stato un periodo in cui abbiamo vissuto insieme, e avevamo inventato un format che si chiamava I pomeriggissimi; ci mettevamo sul divano in mutande, di solito era d’estate, nelle estati torride romane, a mangiare gelati confezionati e a guardare film.

Magari era un film che uno dei due aveva già visto e che voleva far vedere assolutamente all’altro, e c’era sempre questo entusiasmo, i film erano l’unica cosa che avevamo, vederli insieme ci ha portato a scoprire nuove cose, e anche a dirci: ah, il cinema si può fare anche così, un giorno dobbiamo farlo anche noi.

A Goga Film Festival hai detto che con Francesco condividete una visione del cinema: nasce dai pomeriggissimi a questo punto?

Sì, nasce da quei momenti e anche da un’amicizia totale. Francesco è mio fratello, è il mio testimone di nozze, è la persona con cui vorrei sempre fare film, anche perché è il mio regista preferito. Lo è da sempre, dal primo giorno in cui l’ho incontrato. Trovarlo sulla mia strada ha significato fare una scelta su che tipo di cinema volevo fare, ammesso che esistano tipi di cinema, ed era un cinema che andasse nella direzione delle cose di cui parliamo.

Ti ricordi almeno uno di questi film che vi ha cambiato la prospettiva sul fare cinema?

Certo, La dolce vita di Fellini. Può sembrare una risposta di una banalità devastante, però c’è un momento preciso nel film, quando il padre di Marcello lo va a trovare, è lì che dice “bevo una cosa poi torno a casa”; è l’uomo della provincia che viene completamente investito da questa Babilonia, dalla follia della Roma di quegli anni, e ne esce devastato. C’è una scena in cui Marcello entra in casa e lo trova di spalle, seduto vicino a un tavolo, gli dice: “Papà, dai”, e lui ‘non ce la fa più’, gli dice di lasciarlo là, che sta partendo, che ha già preso il biglietto, deve andare via. In quella scena c’è tutto, ci siamo noi, ciò che siamo, il rapporto con i nostri padri, l’affetto enorme ma anche la distanza, e lì abbiamo capito, con Francesco ci siamo guardati, ci siamo detti che fosse inarrivabile come livello di cinema ma solo cercare un attimo di toccare quella roba lì poteva valere la pena di provarci, a scrivere storie e a raccontarle.

Quindi i pomeriggissimi rappresentavano un momento importante, questo per dire che a un certo punto, quando ho visto il montato de Le città di pianura, ho scritto subito a Francesco: “Questo è uno di quei film che avrei tanto voluto portarti in quei pomeriggissimi”. Ero stra consapevole che il film avesse quella caratteristica, e lì per la prima volta mi sono reso conto che non potesse non avere un impatto.

Quindi l’hai capito molto prima dell’uscita in sala.

Sì perché quell’impatto lo ha avuto prima su di me. A un certo punto è giusto prendere distanza, come se quel film non fosse più tuo, facendo finta di non averci partecipato, togliendo tutta la parte emotiva, e guardarlo chiedendosi “questo film che cos’è?”. È capitato anche qualche giorno fa al Festival di Sceneggiatura di Bra, con Francesco siamo entrati in sala poco prima della sequenza finale, e riguardarla mi ha commosso. Poi con quegli attori straordinari, con la loro generosità.

A proposito di attori straordinari, come c’è finito Pierpaolo Capovilla nel cast?

C’è arrivato perché Francesco ha uno sguardo ampio sulle cose, e secondo me ha intuito, amando Il Teatro degli Orrori e tutto quello che riguarda Capovilla, che avesse una certa vicinanza con il personaggio di Doriano. La cosa meravigliosa che poi Capovilla ha fatto è trovare la dolcezza di quel personaggio. L’intero il film è fatto di personaggi di una tenerezza estrema, non nel senso pietoso del termine, nel senso di personaggi che hanno un cuore generoso, non giudicante, e secondo me questo contraddistingue Capovilla, e Francesco l’ha visto. Lui, come gli altri attori del film, ha dato tutto quello che poteva, e c’è stato anche un certo coraggio, e quella è una caratteristica dei grandi. Li vedi lì in quella sorta di Olimpo ma poi sono accessibili, e puoi parlare con loro.

In generale Le città di pianura vanta un cast di grandi interpreti.

Sì, ci sarebbe da aprire una lunga parentesi sia su Filippo Scotti che su Sergio Romano. Sergio ha fatto un lavoro enorme, non essendo veneto è andato a vivere a casa della mamma di Francesco per un periodo, ha iniziato a girare i bar intorno a Belluno, andava a parlare con la gente, a trovare questo “veneto”. Sapeva esattamente quello che stava facendo e il suo Carlobianchi ha quegli occhi pieni di dolore. Sergio ha compreso perfettamente che fosse un personaggio tragico, ma poi l’ha portato a un livello di leggerezza che ha fatto bene al film.

Per quanto riguarda Filippo invece secondo me aveva il ruolo più difficile: il film parte proprio quando Filippo/Giulio entra nella storia. Ha a che fare con lo sguardo che lui ha quando vede Giulia in mezzo alla pista a ballare. L’intensità con cui lui la guarda ci fa dire fa venire voglia di sapere tutto di lui. È una sfumatura, uno sguardo, e se solo così riesci a raggiungere chi guarda in quel modo vuol dire che hai un fuoco dentro che arde, che è la caratteristica che dobbiamo individuare quando facciamo casting.

Una scena di Le città di pianura
Una scena di Le città di pianura. Courtesy of Lucky Red, MUBI
Facendo un salto nel passato, sul canale youtube di Fulvio Risuleo è stato caricato, con una bellissima dedica, il tuo cortometraggio Scale, realizzato durante i tuoi anni al centro Sperimentale di Cinematografia e con Luca Ravenna protagonista. Cosa ti torna in mente di quel periodo?

Mi ricordo che eravamo appena entrati al Centro Sperimentale, e appena entri vuoi dichiarare chi sei, quindi c’è stato un momento in cui il nostro sogno, mio e di Luca, anche lui uno dei miei migliori amici, era fare cinema e farlo insieme, e la formula che ha sempre funzionato con noi è avere lui come attore e me come regista. Si è sempre prestato a fare qualsiasi cosa. Luca ha una forma incredibilmente clownesca, nel senso nobile del termine, di porsi alle cose, alla vita, e per me è il più grande comico italiano, ed è generosissimo. Quel corto nacque come un esercizio, dovevamo girare con una Panasonic 100, ed è del 2010, dopo abbiamo fatto tante altre cose insieme, ma mi fa piacere che Fulvio l’abbia caricato.

Parliamo del tuo primo lungometraggio, che sarà un film d’animazione: come sei arrivato a questo linguaggio?

All’animazione ci sono arrivato perché ero stufo di scrivere storie che erano irrealizzabili in forma live action, già l’ultimo corto che ho girato con degli attori nel 2013, Risorse astratte, sembrava fatto per l’animazione, ma all’epoca non sapevo proprio a chi rivolgermi, facendo poi un po’ di ricerche ho scoperto questa scuola di computer grafica a Roncade, in provincia di Treviso. Ho visto alcuno corti che avevano realizzato e gli ho scritto subito, chiedendo se avessero bisogno di storie, di registi, e loro mi hanno risposto di sì.

Con questa realtà bellissima ho fatto due cortometraggi di altissimo livello tecnico, Pat e The kiss. La forma animata mi ha permesso di collocare due storie, grazie alle quali sono stato chiamato da un produttore, Jacopo Saraceni, che lavora per Ideacinema, e che ha anche una piccola casa editrice per bambini, Il Barbagianni Editore. Aveva visto i miei corti e mi ha proposto di adattare un libro intitolato Becco di Rame, scritto da un veterinario. Si tratta della storia vera di un’oca che scontrandosi con una volpe perde il becco, e proprio il veterinario le mette una protesi e le salva la vita.

Che tipo di difficoltà ci sono dietro a un lavoro come questo?

Per realizzare un progetto del genere serve molto tempo, tante risorse, persone, abbiamo iniziato a lavorarci a marzo dello scorso anno e abbiamo un altro anno di lavorazione davanti. Questo è un film che co-dirigo con Giorgio Scorza e Davide Rosio. Giorgio è il CEO di Movimenti, e Davide è il suo socio da sempre. L’ho scritto poi con Valerio Attanasio.

Come hai capito che l’idea fosse quella giusta per un film?

Prima di tutto è un film che vorrei vedere, e che vorrei vedere al cinema. In Italia sono tutti convinti che l’animazione sia per bambini, quando mi hanno chiesto quale fosse il target ho risposto che il target sono io. Mentre ci stavo lavorando sono diventato padre e ho capito che in un film d’animazione ne vivono due: quello che guarda l’adulto e quello che guarda il bambino. Poi quando chiedi sia all’adulto che al bambino di raccontartelo, ti parlano di due film diversi. Esistono film belli e film brutti, non significa nulla “fare un film per bambini”, tende solo a svalutare il pubblico.

Se un bambino vede un film bello lo capirà, lo sentirà. La mia idea è quella di non lavorare mai con il target, se sei un produttore è diverso ovviamente, ma se sei un regista o uno scrittore non ha il minimo senso. Se sei un autore hai dentro di te l’intuizione nei confronti della storia, poi però devi convincere le persone che prendono le decisioni, tantissime persone, per questo secondo me Giorgio, Davide, Jacopo, sono degli eroi, perché ci credono e lo fanno.

Però convincere gli altri è un banco di prova, che conferma anche a te le potenzialità della tua idea, e continuare a raccontarla è fondamentale. Come con Francesco, quando facevamo ancora i camerieri a Roma, mi raccontava delle storie come se le avesse dovute girare il giorno dopo, e mi chiedevo come facesse a essere così convinto, però forse è proprio quello il gioco, quelle storie già esistevano.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.