
In occasione della Milano Design Week 2026, CirculART 4.0 si rinnova e amplia il proprio raggio d’azione, portando il dialogo tra arte, moda e sostenibilità in una nuova dimensione progettuale. Il progetto, ideato da Fondazione Pistoletto Cittadellarte, approda negli spazi di Eco Contract + Eco Design, all’interno di Palazzo Bocconi, trasformando la materia tessile in fulcro di una riflessione che coinvolge anche architettura e interior design
Non è una semplice mostra, ma un manifesto del possibile: CirculART 4.0 invita a ripensare la moda come spazio di rigenerazione e relazione. Inaugurata il 21 aprile e aperta al pubblico fino al 26 aprile, presso la sede Eco Contract + Eco Design in Palazzo Bocconi, l’esposizione ideata da Fondazione Pistoletto Cittadellarte porta a compimento un percorso iniziato nel 2009, creando un ponte tra arte contemporanea e sostenibilità.
Con il supporto del Material Innovation Lab del gruppo Kering e di partner scientifici come la Ellen MacArthur Foundation e Acqua Foundation, il progetto mostra come la bellezza possa convivere con la responsabilità. Sei giovani talenti internazionali – le artiste Camilla Alberti, Giulia Filippi e Mako Ishizuka, insieme ai fashion designer Made for a Woman, Piero D’Angelo e Martina Boero di Cavia – hanno collaborato con 16 aziende tessili italiane d’eccellenza, tra cui Albini Group, Officina39, Pulvera e Zegna Baruffa Lane Borgosesia. Il risultato è un intreccio di storie materiali e visioni estetiche che raccontano la possibilità di un nuovo equilibrio tra natura e artificio, in linea con il pensiero del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto.
Materia che si rigenera: l’arte della sostenibilità
In CirculART 4.0 la materia diventa linguaggio e possibilità di rinascita. Le opere nascono dall’incontro tra intuizione artistica e saperi manifatturieri, in un equilibrio tra gesto poetico e precisione industriale. Camilla Alberti dà vita ai suoi Hopeful Monsters, forme organiche nate da fibre e pigmenti di recupero che raccontano la vitalità nascosta degli scarti; Giulia Filippi intreccia tessuti e semi in Manto, giardino trasportabile #2, un’opera fragile e fertile, dove la natura trova spazio dentro la trama della moda; Mako Ishizuka attraverso Threads of Virtue. Infusing with an Alternative Life Philosophy, rilegge il “Kintsugi” giapponese, l’arte di riparare la ceramica rotta come gesto di cura e connessione, trasformando la riparazione in un atto di rinascita collettiva.
Anche i fashion designer condividono questa tensione rigenerativa. Martina Boero con il suo brand “Cavia”presenta The White Inside, un maglione-scultura che, dietro un esterno pesante e frammentato, rivela un interno bianco e silenzioso, simbolo di leggerezza e speranza. Piero D’Angelo sperimenta invece la tintura biologica con lo “slime mould”, realizzando Pigmenti Viventi un abito-scultura, mentre l’atelier malgascio Made for a Woman intreccia rafia e fili di recupero in La Donna Baobab, un arazzo che celebra la resilienza delle artigiane del Madagascar.
Emblematica è la presenza di Pulvera, startup brianzola che trasforma la polvere degli scarti tessili in nuova materia creativa, dimostrando come la bellezza possa nascere dal recupero. Come ricorda Michelangelo Pistoletto, «riprendere ciò che abbiamo scartato significa rimettere in circolo l’energia creativa»: un principio che attraversa l’intero progetto, dove l’arte restituisce alla materia la sua dignità poetica e la moda si fa strumento di trasformazione.
Tracciabilità e innovazione: il digitale al servizio dell’etica
La quarta edizione di CirculART introduce una novità: il Digital Product Passport (DPP), sviluppato con Temera – Gruppo Beontag. Ogni opera è accompagnata da un passaporto digitale che documenta l’intera filiera produttiva, dal reperimento delle materie prime fino al possibile riciclo. È un gesto di trasparenza che trasforma l’oggetto in una narrazione accessibile, tracciabile e partecipata.
Non solo il DPP garantisce autenticità e conformità alle nuove normative europee, ma ridefinisce il rapporto di fiducia tra brand, creativi e pubblico. Grazie a questo strumento, ogni capo diventa un archivio vivente, un racconto interattivo di sostenibilità e artigianalità. È qui che la tecnologia incontra la poesia: la moda si fa medium di conoscenza, luogo di connessione tra etica e desiderio.



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