Dalí e la Moda, foto di Annamaria Martinisi
Dalí e la Moda, foto di Annamaria Martinisi

Si è tenuta ieri a Palazzo Reale la conferenza stampa di presentazione di Dalí e la Moda, una delle rassegne espositive più attese dell’anno, aperta al pubblico dal 24 settembre 2026 al 31 gennaio 2027.

Prodotta da Palazzo Reale, MondoMostre e Civita Mostre e Musei in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, la mostra vede la curatela scientifica della Fondazione, sotto la direzione di Montale Aguer, e affiancata da Laura Bartolomè, vicedirettrice Ricerca e Progetti, e dalla nota curatrice ed exhibition designer Judith Clark (curatrice associata per la sezione moda). L’inaugurazione segna un’incredibile coincidenza, o meglio, un corto circuito naturale, con i giorni della Milano Fashion Week. La coincidenza temporale trasforma Milano nel palcoscenico ideale per celebrare l’artista che per primo ha trasformato l’abito in un’estensione del pensiero surrealista.

Durante la presentazione, l’Assessore alla Cultura Tommaso Sacchi ha evidenziato come “Palazzo Reale, con questo progetto inedito, conferma la propria vocazione a rileggere i grandi artisti attraverso prospettive sempre nuove”. All’incontro è intervenuto anche il rappresentante dell’Ambasciata di Spagna in Italia  Miguel Ángel Fernández-Palacio. 

La mostra 

“Come due sentinelle erette, i miei baffi difendono l’ingresso al mio vero io”, queste le parole che descrivono una delle oltre 200 opere e documenti, dipinti, disegni, fotografie, abiti, gioielli, accessori, oggetti e filmati, molti dei quali mai esposti in Italia, provenienti dalle tre maggiori collezioni di opere di Dalí al mondo: la Fundació Gala-Salvador Dalí di Figueres, il Dalí Museum di St. Petersburg, Florida, e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, a cui si aggiungono gli archivi storici delle maison Schiaparelli, Chanel, Dior e Rabanne.

L’indagine espositiva trascende la mera storiografia del costume per penetrare il nucleo teorico della consuetudine daliniana, la dissoluzione delle gerarchie tra le arti. Il vestito, la fotografia, la carta stampata e i dispositivi della comunicazione di massa diventano componenti ontologiche del suo universo iconografico. In linea con le riflessioni curatoriali di Judith Clark, Montse Aguer e Laura Bartolomé, la mostra affranca Dalí da una lettura riduttiva, restituendoci la figura di un demiurgo moderno capace di convertire l’intera materia culturale in una cornice performativa e concettuale.

Il vestito come dispositivo semiotico

Fin dagli anni giovanili, e in maniera sistematica a partire dal 1929 con la comparsa di Gala, l’abbigliamento si costituisce come vera e propria grammatica dell’io. La costruzione della persona pubblica si attua attraverso una raffinata strategia di messinscena.

I capi d’archivio, che spaziano dalle audacie sartoriali di Schiaparelli e Dior alle creazioni di Chanel, Cardin, Givenchy, Gucci e Pucci per Gala, fino al guardaroba eclettico dello stesso Dalí, che nella mostra sono esposti su busti sartoriali Bonaveri in lino naturale, avviano un processo visivo con la pittura. Come testimoniato dal documento filmico di Jean-Christophe Averty a Portlligat, la veste diviene lo strumento primario di una costante e consapevole reinvenzione mitografica.

L’onirismo e la sartoria

Per il maestro di Figueres, la moda rappresenta l’estensione dello spazio psichico e del sogno nell’ordinario. Iniziata nel 1935 con le illustrazioni per Harper’s Bazaar e consolidata dal sodalizio con Elsa Schiaparelli, la ricerca di Dalì, scardina la funzione meramente utilitaristica del tessuto.

Dalla celebre vetrina per Bonwit Teller a New York agli scatti di Cecil Beaton che ritraggono Wallis Simpson nell’Abito Aragosta, fino alle scenografie e ai costumi per Bacchanale realizzati con Coco Chanel nel 1939, l’abito si trasforma in un oggetto perturbante, erotico e fantastico. Una visione scenografica che culmina nel Bal Oriental del 1951 a Palazzo Labia, evento in cui la maschera e il costume si fanno rito carnevalesco e allegoria surrealista.

Il corpo come materia performativa e la frammentazione anatomica

Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, l’azione sostituisce la rappresentazione statica. La vicinanza alle sperimentazioni strutturali di Paco Rabanne spinge Dalí a concepire l’abito come scultura architettonica e supporto per l’happening. Nella cornice di Portlligat o Parigi, assieme a figure chiave della controcultura visiva come Donyale Luna, Elsa Peretti e Amanda Lear, la pittura invade lo spazio tridimensionale, trasformando la tela, la pelle e la fibra tessile in un’unica esperienza fenomenologica.

Ed ancora, l’anatomia umana, sottratta alla sua integrità metafisica, diventa materia da sezionare e ricomporre secondo una logica feticistica e surreale. I gioielli ideati dal 1949, bulbi oculari, labbra di rubino, mani d’oro, operano una metamorfosi sul corpo di chi li indossa, assimilandolo alla figura ambigua del manichino, punto di equilibrio sospeso tra artificio, desiderio e reificazione. La moda si afferma così come radicale riconfigurazione del reale, anticipando le istanze teoriche della contemporaneità.

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Annamaria Martinisi
Sono il risultato di un incastro perfetto tra la razionalità della Legge e la creatività del cinema e la letteratura. La mia seconda vita è iniziata dopo aver visto, per la prima volta, “Vertigo” di Hitchcock e dopo aver letto “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Mi nutro di conoscenza, tramite una costante curiosità verso qualunque cosa ed il miglior modo per condividerla con gli altri è la scrittura, l’unico strumento grazie al quale mi sento sempre nel posto giusto al momento giusto.