
Dal 3 febbraio al 3 giugno 2026, Palazzo Boncompagni ospita Michelangelo Pistoletto. Dalla Cittadellarte allo Statodellarte, mostra a cura di Silvia Evangelisti che attraversa oltre sessant’anni di ricerca dell’artista, ma soprattutto rende visibile un passaggio radicale: dall’opera come gesto individuale all’arte come dispositivo collettivo di trasformazione.
Inserito in un contesto rinascimentale carico di stratificazioni storiche – dalla Sala delle Udienze Papali alla scala elicoidale del Vignola – il progetto si innesta in un dialogo già avviato tra Pistoletto e Palazzo Boncompagni, iniziato nel 2021 con la mostra Gregorio XIII e Michelangelo Pistoletto – dal Rinascimento alla rinascita. Anche questa volta, l’esposizione non si configura come una retrospettiva tradizionale, ma come un percorso che mette in relazione arte, società e politica. Al centro, il ritorno a Bologna del Tavolo Love Difference – Mar Mediterraneo, non come oggetto da contemplare, ma come spazio attivo di incontro e confronto.
Lo specchio come teatro del mondo
Come ha sottolineato Silvia Evangelisti, la mostra non replica un racconto già noto, ma ne costruisce uno nuovo, capace di tenere insieme opere storiche, documenti e progetti che attraversano sei decenni di attività. Il percorso espositivo parte da Il presente. Autoritratto in camicia e conduce ai quadri specchianti, nucleo fondativo della ricerca di Pistoletto, in cui l’opera non si chiude mai in se stessa ma incorpora progressivamente lo spettatore, trasformando lo spazio dell’arte in uno spazio condiviso. Lo specchio diventa così, nelle parole della curatrice, un “documento pubblico”, capace di contenere il mondo e chi lo osserva, mettendo in crisi la separazione tra arte e realtà.
“L’unico segno che non posso negare è che io esisto”, afferma Pistoletto, individuando nello specchio lo strumento in grado di affermare questa certezza: non più il segno personale dell’artista, ma la presenza di chi guarda. In questo passaggio l’arte, nata dall’autonomia radicale dell’io, non rappresenta più la realtà, ma la contiene, rendendo visibile una responsabilità condivisa che coinvolge chi guarda, chi agisce e chi partecipa.
Statodellarte: l’arte come forma di governance
Su questa linea si innesta il concetto di Statodellarte, che Paolo Naldini, direttore di Fondazione Pistoletto Cittadellarte, interpreta come un’opera collettiva in continua formazione. “Interpreto le mostre come un preludio”– spiega – “un’occasione per attivare connessioni e relazioni”.
L’esposizione diventa così un dispositivo, capace di generare pratiche di trasformazione reale attraverso conversazioni orientate e partecipazione attiva dello spettatore. Come ha ricordato Pistoletto, “l’arte non è limitata, così come non è limitato ciò che accade intorno a questo tavolo”: lo Statodellarte non è uno Stato di nazioni, ma uno spazio aperto fondato sulla demopraxia, in cui la creatività diventa strumento civico e la responsabilità non è delegata, ma condivisa.

Il Tavolo “Love Difference”: lo spazio dove si discute
Il cuore simbolico e operativo del progetto è il Tavolo Love Difference – Mar Mediterraneo, collocato nella Sala delle Udienze Papali, dove la superficie specchiante riflette l’affresco del soffitto e le persone sedute intorno, attivando un cortocircuito tra storia e presente. Qui l’arte si manifesta come pratica politica nel senso più profondo del termine: “Love difference non vuol dire tollerare le differenze, ma accettarle” sottolinea Paolo Naldini.
Attorno al tavolo si sviluppa Conversazioni intorno al tavolo Love Difference, un public program curato da Chiara Belliti, articolato in tre appuntamenti concepiti come veri tavoli di lavoro, ciascuno dedicato allo Statodellarte di un ambito specifico: Arte, spiritualità e religione, Etica, politica e intelligenza artificiale e Moda sostenibile come responsabilità culturale e sociale, quest’ultimo focalizzato sul rapporto tra creatività, economia e ambiente. Come sottolinea Pistoletto, “la creazione oggi è un’assunzione di responsabilità”. A Palazzo Boncompagni questo principio prende forma nell’uso dello spazio, che da contenitore espositivo diventa luogo di confronto e partecipazione.
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