
Presentato nella sezione Fuori Concorso a Venezia 82, Dead Man’s Wire è in sala dal 19 febbraio distribuito da BiM.
Diretto da Gus Van Sant (che ha già ricevuto il Campari Passion for Film Award) e con la sceneggiatura di Austin Kolodney, vede nel cast Bill Skarsgard, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Al Pacino e Cary Elwes.
Il film è tratto da un episodio di cronaca realmente accaduto nel 1977, un sequestro con ostaggio le cui trattative – trasmesse in diretta tv – hanno tenuto con il fiato sospeso gli americani per 63 ore.
Dead Man’s Wire, la trama
8 febbraio 1977. Tony Kiritsis (Bill Skarsgard), un uomo di quarantaquattro anni, sentendosi tradito dalla banca che gestiva il suo mutuo, decide di entrare negli uffici della Meridian Mortgage Company e prendere in ostaggio Richard O. Hall (Dacre Montgomery), figlio del presidente della compagnia e suo socio in affari, con un cavo teso dal suo collo al grilletto di un fucile a canne.
Durante il sequestro, durato tre giorni, iniziano i negoziati per la liberazione di Hall: Tony chiede 5 milioni di dollari di risarcimento, e di non essere né accusato né tanto meno processato.
Il mondo è una lotta tra classi
Gus Van Sant decide di dare vita ad un film che è la rappresentazione di una lotta tra due classi, portando a riflettere su quanto sia precaria l’idea di avere potere e controllo nelle proprie mani. Ecco quindi che, in questo contesto, le dinamiche si invertono: coloro che normalmente vengono trascurati dalla società assumono un ruolo centrale, mentre chi solitamente occupa una posizione dominante si ritrova in una condizione di instabilità, con le proprie sicurezze compromesse.
Della prima categoria fa parte Tony, protagonista della vicenda; abituato a vivere giorno per giorno navigando nell’insicurezza, decide di prendere in mano la situazione con rabbia e arroganza, compiendo azioni estreme pur di garantirsi una prospettiva futura. Dall’altro lato abbiamo invece Richard Hall e la sua famiglia, con suo padre (interpretato da Al Pacino), che incarna tutte le caratteristiche che Tony non sopporta, oltre che tutto quello che lui non ha mai potuto avere nella vita. Ecco, quindi, che il suo estremo atto viene visto, da sé stesso ma anche da una fetta della popolazione pronta a sostenerlo durante i successivi processi, come una ribellione nei confronti di un sistema corrotto che dimentica chi ha davvero bisogno.
Dead Man’s Wire è ancora una storia attuale
Con la realizzazione di questo film, Van Sant è stato in grado di raccontare una vicenda appartenente al passato (1977) pur mantenendo un occhio estremamente contemporaneo; nonostante siano passati quasi 50 anni, l’evento parla anche di attualità, creando numerosi parallelismi con il presente. Il lungometraggio diventa quindi una metafora della società attuale, delineando una lotta di classe in cui non esistono vincitori, ma solo uomini che tentano disperatamente di delineare un nuovo destino, dove il confine tra vittima e carnefice è estremamente sottile.
Ruolo chiave in Dead Man’s Wire è sicuramente quello giocato dalla gestione della tensione. Grazie ad una sceneggiatura che si focalizza esclusivamente su quello che è il rapimento e sui negoziati, il film riesce a mantenere un ritmo lineare per la prima parte, crescente verso la fine. La regia punta la sua attenzione sui due protagonisti, Tony e Richard, agli antipodi tra loro, lasciando poco spazio a quanto accade fuori, permettendo a chi guarda di empatizzare con la vicenda.
In breve
Dead Man’s Wire è un film che funziona sotto a numerosi aspetti, confermandosi uno dei titoli che più hanno convinto nella sezione Fuori Concorso di Venezia 82. Gus Van Sant è riuscito a raccontare una storia vera, conosciuta dal pubblico solo in parte, entrando nel cuore di quanto accaduto e presentando per la prima volta i protagonisti di questa vicenda, dandogli forma e volto.
Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su Facebook, Instagram e Telegram.






