La banda muta di Alessia Bottone

La banda muta diretto da Alessia Bottone, nonché vincitore del bando Nuovo IMAIE 2025 e prodotto da Stefania Balduini per Pistacchio Film, è un cortometraggio che riflette su come il grado di civiltà di una società si rifletta oggi nei funerali. Tratto dall’omonimo racconto di Gaetano Savatteri, segue l’anziano Manfredi (interpretato da Piero Nicosia) al funerale dell’amico Elio. Infastidito dalla futilità dei presenti, l’uomo invoca la tradizione della “banda muta” per far riscoprire il valore del silenzio.

A che tipo di urgenza narrativa risponde La banda muta? Si lega a qualcosa del tuo vissuto personale?

Indubbiamente, la storia in sé è una storia che mi aveva raccontato un’amica (ovviamente mi sono basata sui piccoli dettagli da cui ho preso spunto), che aveva assistito ad un funerale di questo tipo, però si lega sopratutto ad un mio pensiero ricorrente poiché noto che in questo periodo storico, quindi negli ultimi 20 anni con lo sviluppo della televisione e dei social media, siamo tutti sempre più connessi ma indubbiamente sempre più isolati. Credo che questo isolamento, sul quale ho voluto riflettere, sia figlio sicuramente di un periodo storico che ci permette di sognare davvero molto poco, dove c’è molto poco spazio per i giovani, per le nuove idee e per chi desidera farsi conoscere. 

Questo va pari passo con una frustrazione generale nel voler cercare un ideale nel quale credere, ed è per questo che ho deciso di rappresentare una società che è proprio il contrario di ciò che io mi auspico, però dannatamente vera. 

Ho voluto inserire questo racconto finale della banda muta perché trovo che sia un modo per restituire della gentilezza di cui adesso abbiamo bisogno e anche forse una soluzione per non permettere che vinca sempre la volontà di calpestare l’altro, in questo caso il defunto e il suo amico Manfredi, il quale resta terribilmente colpito da ciò che vede, iniziando di conseguenza a farsi delle domande in merito alla sua stessa vita. Manfredi è un uomo silente perché parla poco, ma penso che i silenzi in realtà abbiano molto più da dire delle parole stesse.

Come hai lavorato sui materiali d’archivio presenti nel tuo corto?

Questo è il mio terzo lavoro con il materiale archivio perché arrivo dal Premio Zavattini con il quale avevo realizzato La Napoli di mio padre nel 2021, un docufilm al quale sono davvero molto affezionata. Quello è stato il primo trampolino di lancio per quanto riguarda il lavoro d’archivio e di ricerca visiva. 

È vero che avevo il testo di Savatteri, ma inizialmente ho voluto lavorare con le immagini e successivamente vedere se potevano funzionare con le parole, permettendomi così una certa libertà; infatti le immagini non seguono pedissequamente il testo, e questa è forse la parte che mi diverte di più poiché mi permette di spaziare e di sentirmi libera nella costruzione della narrazione.

Che ruolo ha secondo te un rito come il funerale nella nostra società contemporanea?

Il rito funebre è un elemento oggetto di studio fin dagli antichi egizi fino ad oggi, abbiamo sempre studiato come l’uomo desidera mettere la parola fine alla vita terrena. 

Io non mi sento di puntare il dito contro tutti i funerali, però ho notato che molto spesso all’interno del rito funebre vi è questa componente di individui che vi partecipa nel totale disinteresse, mentre io sostengo che la morte debba essere il momento più onesto della vita perché, sebbene non sappiamo che cosa ci sia dopo, sicuramente rappresenta la fine della vita terrena, l’attimo più puro indipendentemente dal credo religioso.

Inoltre trovo che il rito funebre rappresenti un momento importante, un rito di passaggio, soprattutto per chi davvero teneva al defunto, perché spesso il funerale non è il momento in cui ci si rende conto che la persona non c’è più, questo accade dopo, è quindi un passaggio molto importante e decisivo per poter imparare a gestire il lutto, sospeso tra la vita e la morte.

Come è stato partire da un racconto e arrivare alle immagini?

Il racconto è una parte importante, ma sicuramente marginale perché comunque si tratta di 4 minuti rispetto ad un cortometraggio di 20 minuti quindi questo mi ha permesso di poter spaziare, ma la cosa più importante è che nel momento in cui ho letto questo racconto, che ho trovato davvero magnifico, di questo ringrazio Piero Nicosia, l’attore protagonista del corto, ho capito subito che avrei potuto scrivere a fianco un testo e renderlo una sceneggiatura in maniera molto semplice perché faceva proprio parte di un filone al quale io sono particolarmente affezionata.

Per me è stata una bella prova perché, nonostante sia il secondo testo che adatto per il cinema, non è stato semplice. Il primo era contenuto in un mio cortometraggio intitolato Violenza invisibile relativo alla violenza psicologica sulle donne. 

Mi sono divertita ad utilizzare questi testi in maniera molto libera, quindi ringrazio gli autori che mi hanno permesso di fare questo lavoro e poi di inserirlo all’interno di un testo più grande come la mia sceneggiatura. Anche sposare la filosofia dei due autori per me è stato un elemento importante e interessante. 

Per il mio nuovo lungometraggio, che attualmente sto scrivendo, mi ispirerò sicuramente a una serie di autori che sto leggendo in questo periodo, sebbene vorrei ottenere una sceneggiatura personale, ma con ciò non nego che in futuro potrei sicuramente decidere di utilizzare nuovamente testi o libri già scritti.

Alessia Bottone sul set

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.