PHOTOCALL - LA VALLE DEI SORRISI - Giulio Feltri (Credits Aleksander Kalka La Biennale di Venezia - Foto ASAC)
PHOTOCALL - LA VALLE DEI SORRISI - Giulio Feltri (Credits Aleksander Kalka La Biennale di Venezia - Foto ASAC)

La valle dei sorrisi, presentato a Venezia 82 Fuori Concorso, è il nuovo film firmato da Paolo Strippoli e prodotto da FandangoNightswim Spok Films.

Co-protagonista del film, al fianco di Michele Riondino, l’esordiente Giulio Feltri. Sedici anni, l’esperienza teatrale nello spazio romano delle Carrozzerie n.o.t. e un ruolo complicato e sfaccettato, ai suoi primi passi nel mestiere. Eppure sullo schermo della Sala Grande della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, il candore di Giulio, in relazione al personaggio cucitogli addosso da Strippoli e a quella smania di crescere che incarna, ci è passato attraverso, portando in scena la storia di un adolescente che tutti considerano un “santo”, ma che dentro sé ha una guerra che si fa spazio, pronta a esplodere.

Anna Pennella, casting director del film, l’ha visto proprio a teatro, e l’ha proposto al regista, nonostante lui non volesse inizialmente un attore romano. Il risultato è una prima prova intensa e riuscita, per un horror che legge profondamente la nostra società di sorrisi falsi.

Avresti mai immaginato di esordire in un horror?

Da amante dell’horror non avrei mai pensato che il mio primo film sarebbe stato proprio un horror. Non mi sarebbe proprio mai saltato in mente. Recitare ne La valle dei sorrisi è stata una rivelazione bellissima per me.

Per arrivare al personaggio di Matteo ho intrapreso un percorso abbastanza lungo, di quasi di un anno, dove dopo scuola, quasi ogni giorno, andavo negli uffici Fandango a lavorare sul personaggio insieme al mio acting coach, Luigi Di Pietro, a cui devo molto. Durante questa preparazione c’è stata una sospensione del film; avevamo tutti paura, me compreso, che potesse saltare. Però è una pausa che mi ha dato modo di andare ancora più a fondo del personaggio. Ci ho lavorato tanto, dagli esercizi di improvvisazione a quelli per imparare a sciogliersi, continuando a provare le scene del film. Tutto sommato è stata una sospensione molto utile per me.

Per entrare nel ruolo hai avuto qualche riferimento cinematografico?

Personalmente no, non ho cercato riferimenti ma mi sono impegnato a farlo come Paolo me l’ha spiegato, come anche il mio acting coach me l’ha spiegato. Però proprio Paolo mi ha fatto vedere dei film, non puramente horror, e con protagonisti giovani, per studiarne la recitazione. Uno al quale mi ha consigliato di ispirarmi è Lasciami entrare (di Tomas Alfredson, ndr).

Cosa hai provato rivedendoti durante la proiezione di Venezia in Sala Grande?

Soprattutto molta ansia e stress. Non riesco proprio a rivedermi recitare, come immagino ogni attore o attrice, poi su uno schermo grande come quello, con la sala piena… Ovviamente mi ha anche emozionato tantissimo, pensare che tutte quelle persone, a quell’orario, mezzanotte, hanno deciso comunque di vedere il film, e molte di rimanere fino alla fine. Ma se devo essere sincero più stressante che emozionante.

L’esperienza della tua prima Mostra del Cinema, invece?

Anche quella parecchio stressante! No a parte tutto, mi è piaciuta molto, ma ciò che mi agitava di più erano le interviste, perché spesso le domande le facevano prima a Paolo Strippoli o a Michele Riondino, e io ascoltando ciò che chiedevano a loro, nella mia testa mi dicevo: se le fanno a me io faccio scena muta, come a scuola, poi invece è andata abbastanza liscia, è stata un’esperienza bellissima.

A proposito di horror, pensi che al momento sia il genere più indicato per affrontare tematiche di cui il resto del cinema non parla?

Credo che l’horror sia un genere che, senza fartelo capire esplicitamente, intende mandarti un messaggio, vuole dirti qualcosa. Però penso che la maggior parte dei film, non solo horror, possano riuscire in questo obiettivo. L’horror non lo fa più degli altri generi cinematografici, ma secondo me il genere non influisce sul messaggio, o i messaggi, che si vogliono trasmettere. Un horror può dire qualcosa come lo può fare un film comico, una commedia, come lo può fare un film romantico.

Tu che sei uno spettatore prima di essere un attore, cosa stai guardando al momento? Vai al cinema?

Sì vado al cinema, e tra l’altro da poco ci sono stato con Paolo per vedere Enzo, il nuovo film con Pierfrancesco Favino. Per il resto in questo periodo mi sto dedicando alla filmografia di Robin Williams. Dopo aver visto per la prima volta Dead Poets Society (L’attimo fuggente, ndr) ho cercato tutto quello che ha fatto durante la sua carriera. Non vedevo un film bello come quello da un bel po’, un film capace di farmi entrare in un mondo come ci è riuscito quello di Peter Weir, è stato emozionante.

In questi ultimi mesi sto cercando di guardare sempre più film, perché se voglio fare questo lavoro non posso essere ignorante in ambito cinematografico.

Prossimi progetti dopo La valle dei sorrisi?

Ho dei progetti ma non si può ancora dire nulla, sto continuando a fare dei provini, sicuramente c’è qualcosa che bolle in pentola.

Illustrazione di Lorenzo Scipioni

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.