Paolo Strippoli sul set de La valle dei sorrisi. Venezia 82
Paolo Strippoli sul set de La valle dei sorrisi. Venezia 82

La valle dei sorrisi, terzo lungometraggio per Paolo Strippoli dopo A Classic Horror Story e Piove, viene presentato a Venezia 82 nella sezione Fuori Concorso: con un giovane co-protagonista, Giulio Feltri, e un cast ben consolidato (formato da Michele Riondino, Romana Maggiora Vergano, Paolo Pierobon, Roberto Citran), il regista sfrutta i codici dell’horror, per raccontare le nostre debolezze, e l’incapacità di lasciarsi liberi di soffrire, in un paesino di montagna, Remis, dove, apparentemente, nessuno è triste. Qui Matteo è un adolescente che non riesce a vivere la sua dimensione di crescita, visto da alcuni come un angelo, da altri come un santo, è solo un ragazzo prigioniero.

Proiettato a mezzanotte, in una delle sale più importanti della Mostra del Cinema di Venezia, La valle dei sorrisi diventa il film evento della Biennale, esibisce il dramma della fragilità umana, e dell’esigenza di controllo costante sui propri sentimenti, anche quelli più orribili.

Dopo Venezia stanno scrivendo tutti che stai facendo rinascere l’horror italiano, come prendi questa cosa?

Sicuramente mi onora, però dobbiamo essere abbastanza consapevoli che non basto io a far rinascere l’horror italiano. Faccio quello che posso e spero di fare bei film; spero che i miei film piacciano e che possano aprire delle porte ad altri registi che vogliono fare questo genere.

Credo però, che per far rinascere veramente l’horror, serva che rientri nel mercato, e per far rientrare un genere nel mercato non basta che esca un film horror all’anno o addirittura ogni due anni, che è quello che sta accadendo in Italia. Il genere è qualcosa che va coltivato e per farlo diventare di nuovo parte del mercato servono diversi registi horror, diverse opere horror, che non lascino un tempo così grande nella programmazione delle nostre uscite italiane, altrimenti non si combatte la disabitudine che lo spettatore italiano ha nei confronti dell’horror italiano.

L’anestetizzazione generale di Remis viene spezzata dalle azioni di Matteo; pensi che la vera rivoluzione nei confronti di questa condizione, nel mondo reale, sarà in mano alle nuove generazioni?

Non credo in un’impostazione da parte di generazioni precedenti di ciò che sarà il futuro e di ciò che saranno le future generazioni, che sono totalmente imprevedibili. Però noi adulti, in cui mi metto anche io, non sentendomi più parte di una nuova generazione e avendo superato i 30 anni, abbiamo il compito di perimetrare in maniera responsabile la strada e di educare, soprattutto i più giovani, all’empatia.

L’empatia è una difficilissima conquista, ma è fondamentale per una società più sana; siamo in un momento storico in cui l’empatia viene continuamente minata da un sovraccarico di impulsi e immagini orribili, che ci cadono addosso. Il problema non sono le immagini orribili in sé, ma il fatto che esistano quelle immagini, il fatto che sia un mondo orribile, e vivere in un mondo orribile rischia di diventare un veicolo di anestetizzazione.

Nel film il fatto di cronaca iniziale scatena il conseguente “sentire” di Remis; anche quello si ricollega a ciò in cui siamo continuamente immersi?

Nel film l’incidente del treno iniziale è il trauma collettivo, quello che da il la a questo rituale. Quello che succede a Remis, è che la gente ha trovato un dispositivo immediato per liberarsi dal proprio dolore, per anestetizzarsi: ciò che non vuole è tornare ad affrontarlo quel dolore, un po’ quello che ci succede quotidianamente. Noi sappiamo che c’è l’orrore intorno a noi, molto spesso c’è l’orrore anche dentro di noi, ma troviamo queste scorciatoie, questi mezzi immediati per dimenticarcelo, per allontanarlo temporaneamente, e ognuno ha i propri mezzi, i propri dispositivi; la frenesia dei social network è un dispositivo, i farmaci lo sono, le droghe, l’alcol, il gioco d’azzardo lo sono.

Tutti utilizziamo queste scorciatoie, non dobbiamo dimenticarci però che il vero atto eroico, sovversivo, è guardare in faccia l’orrore del mondo e l’orrore che è dentro di noi e provare ad attraversarlo e superarlo. Appunto non siamo eroi, e non c’è nessun giudizio di valore da parte mia, né nei confronti di ciò che c’è fuori dalla metafora, né nei confronti delle persone in carne ed ossa, e tanto meno verso i personaggi del film.

Ho provato però, costantemente, nella realizzazione di questo film, a capirle e a non giudicarle. Se ci fosse stato un giudizio sarebbe stato profondamente sbagliato, perché con La valle dei sorrisi ho cercato di non avere buoni o cattivi: non volevo che ci fosse questa linea di demarcazione che trovo sempre finta in qualsiasi opera. Nella vita vera non esiste il buono e il cattivo, è una linea di demarcazione in cui possiamo cadere, da una parte o dall’altra, a seconda di quello che viviamo. Queste persone hanno vissuto delle cose orribili, ciò le porta a fare delle cose terribili, proprio per questo noi dovremmo avere un po’ più cura dell’altro, se non vogliamo avere un mondo di cattivi in futuro. Avere cura di quello che vive l’altra persona.

Il suono è centrale nel film, quasi un personaggio aggiuntivo: come avete lavorato sul sound design?

Il sound design è stato parte fondamentale dello stesso montaggio, ci abbiamo lavorato con Gianluca Basili, con cui avevo già fatto A Classic Horror Story, ma una traccia l’avevo già impostata con Federico Palmerini, che è il montatore de La valle dei sorrisi ma è stato anche il music editor del film, e ha collaborato attivamente a crearne la pasta sonora, per quanto riguarda gli effetti speciali. Non è stato qualcosa di aggiunto, ma parte della tessitura del racconto sin dal montaggio.

Emerge come una delle componenti più spaventose, al di là di quello che viene mostrato.

È anche qualcosa di fondamentale nell’horror, soprattutto in un horror che parla di possessione. La possessione è visiva, certamente, ma è anche qualcosa che a noi interessava far sentire, e quindi abbiamo creato dei piccoli agganci sonori che indicassero l’inizio e la fine di questa possessione; che fossero, più che effetti ascrivibili all’horror, abbastanza viscerali e materici.

Visivamente la condizione finale di Matteo richiama l’arte, la scultura: ci sono stati dei riferimenti artistici per la trasformazione del suo viso?

Avevamo due riferimenti pittorici e scultorei per il viso, e l’aspetto fisico di Matteo nel finale, il Matteo prosciugato, ed erano, da una parte il più riconoscibile, L’urlo di Edvard Munch, dall’altro quello che più invece ha tracciato la strada per creare quel design, ovvero le opere scultoree di Adolfo Wildt.

Quando ho parlato con Andrea Leanza, che è il prosthetic artist del film, abbiamo intrapreso questo percorso; volevamo la parte superiore del viso che somigliasse, dalle gote alla forma degli occhi, a come calano le sopracciglia, a una scultura di Wildt, e la parte inferiore con l’apertura della bocca che richiamasse L’urlo di Munch. Abbiamo cercato di immaginare L’urlo se fosse stato scolpito da Adolfo Wildt.

È possibile secondo te, nella società attuale, trovare il coraggio di non sorridere?

Io mi auguro che troviamo invece delle ragioni per sorridere, ma che sia un sorriso sincero, che non sia una maschera che nasconda un disagio profondo: sorridere è una cosa bellissima, però bisogna sentirla, in questo film nessuno lo sente veramente.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.