
Un tremore inconsueto sale dalle gambe arrivando fino al cuore, per poi rendere flebile il respiro: le immagini viste sembrano provenire da un mondo parallelo, sembrano appartenere a un reame di pura finzione, quando invece ci assomigliano come non mai. Queste sono le sensazioni dopo aver visto L’Estranea, il nuovo film di Paolo Strippoli, in Concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia e al cinema dall’8 ottobre.
Strippoli, che ha firmato anche la sceneggiatura insieme a Salvatore de Chirico, al suo quarto lungometraggio raggiunge una maturità stilistica e cinematografica che non si limita a portare sul grande schermo un film “di genere”, ma un film che lascia senza fiato, perché appoggia i suoi artigli nella parte più sensibile di noi.
Quello che racconta è “nostro”, perché si appiglia all’umanità più imperfetta che ci caratterizza, al desiderio di avere di più, alle apparenze che ci spezzano come legna secca: L’Estranea non è un film horror, ma un viaggio nell’Ade di una psicosi occulta, di una madre alla ricerca della perfezione, di una figlia che vuole solo salvarsi.
La scia del male (ritratto di famiglia)
So you face it with a smile, there is no need to cry for a trifle’s more than this
Narcotic, Liquido
Una donna, Anna Colonna (Jasmine Trinca) va a trovare sua figlia Alice (Romana Maggiora Vergano), che abita a Roma da sola, in un appartamento disordinato dove vive lontana dal resto della famiglia. Quella donna non è lì per caso, è subito comprensibile che non va spesso a trovare Alice e che forse in quell’appartamento è la prima volta che mette piede. Ha con sé una valigia, nella borsa tiene rotelle di liquirizia che continua a mangiare spasmodicamente, ed è lì per rivelare tutta la verità sulla loro famiglia alla ragazza, di confessarle del patto con un’estranea, che ha stravolto la loro esistenza.
Il film si apre subito su due piani: quello del presente, in cui Anna, mentre una città grigia la ascolta preparandosi a scatenare un inferno di pioggia e fulmini, inizia a raccontare ad Alice di come dalla candida perfezione di un quadretto familiare risolto i Colonna avessero finito per essere vittime di cose terribili, e del passato, con la casa gigantesca a Bari, le facce felici, i sorrisi. Una foto, incorniciata in casa della ragazza, ricorda proprio quel momento, immortalato prima che tutto cambiasse.
Ma la famiglia Colonna non è mai stata fuori dal normale; composta dai genitori Anna e Walter (Adriano Giannini) e dai bambini Alice (prima Gabriella Telegrafo e poi Mariandrea Cesari) e Tobia (prima Alessandro Carbonara e poi Andrea Genovese) è “normale” soprattutto negli errori, nell’amore riservato ai figli che si tramuta in controllo e incomprensione, nella sete pericolosa di conquistare sempre di più, cercare di raggiungere tutto ciò che gli viene offerto, per lasciare il segno, per guardare gli altri dall’alto al basso.
Le note di Narcotic dei Liquido riempiono le immagini di un pranzo di ferragosto, organizzato proprio dai Colonna, mentre gli anni ’90 si infuocano di nuove possibilità e tutti vestono di bianco. Un incidente, una maledetta imprevedibile crepa in quell’impeccabile scenario borghese, incrina il racconto: la piccola Alice subisce un grave incidente, il sangue macchia il bianco, l’incertezza si abbatte sul futuro.
Duale/Infernale
Non credo nel cielo e nemmeno all’inferno e non so distinguere il bene dal mare
Nessuno, Baustelle
L’incontro con l’estranea avviene tra i banchi di una chiesa in ospedale; Anna inizia a parlare con una donna misteriosa, sagace, non convenzionale nei modi ma soprattutto in quello che dice, le racconta di Alice che in quel momento è sotto ai ferri, e di quanto tema che nulla sarà più come prima. Quella donna (una magnifica Valeria Bruni Tedeschi) è a suo modo diabolica e sfacciata, e propone alla madre della bambina un patto, il primo di molti a venire, una vita per una vita, un dolore per un dolore. Quasi galleggiando nella fessura tra realtà e visione, l’estranea coreografa un sortilegio.
Nell’appartamento romano Anna rivela tutto questo ad Alice, la cronologia puntuale di ogni incontro avuto negli anni con l’estranea che le ha fatto compiere una scelta dopo l’altra, portandola allo stremo delle forze quando scegliere per gli altri sembrava impossibile. Chi è l’estranea? Un demone che gioca con le nostre sofferenze? O la materializzazione di un male più nascosto, a cui difficilmente riusciamo a dare forma?
Strippoli non si limita solo a narrare una storia, ce la fa sperimentare visivamente e fisicamente; la sua è una regia che non teme di far sentire chi guarda perso, senza terra sotto ai piedi, in balia di una spirale di avvenimenti dai quali non si può tornare indietro, e proprio la spirale (non a caso il titolo per l’estero de L’Estranea) è un simbolo che ricorre, che trascina i membri della famiglia Colonna sempre più al suo interno, allontanandoli l’uno dall’altro.

Dentro la tempesta, liberarsi dall’incubo
Anna avrebbe voluto che sua figlia diventasse tante cose, magari un’attrice (desiderio che per lei non si era avverato), e che apprezzasse quel mondo perfetto che voleva imporle, tutto perché la amava troppo. Ma l’amore è rischioso, e può travalicare i confini tramutandosi in una cieca esigenza di potere sull’altro, sulle sue scelte, credendo di sapere chi i propri figli dovrebbero amare, quale sarebbe il lavoro che dovrebbero scegliere, chi dovrebbero essere.
Dopo un viaggio tra presente e passato in cui il film ci ha afferrato facendoci rimbalzare avanti e indietro, i contorni della vicenda si fanno più chiari, e con la chiarezza arriva anche l’orrore, con cui Alice dovrà fare i conti una volta per tutte. Mentre Roma si allaga e la resa dei conti è arrivata, spezzare quella spirale è l’unica possibilità di salvezza, per Alice come per tanti altri figli sopraffatti da “troppo amore”.
In breve
Che Paolo Strippoli portasse con sé una promessa l’abbiamo capito dai suoi primi film, ma con L’Estranea consolida la forma della sua poetica, oltre che quella della regia che ama ribaltare la percezione: trova punti di vista che appartengono all’invisibile, all’indicibile, sbattendoli in faccia a chi non vuole vedere, come in questo caso la sua protagonista, una madre che ha seguito una direzione diabolica invece di aprire gli occhi e interpretare le fragilità dei propri figli.
A sorprendere, dopo tutto il dolore e la repulsione, è quanto questo personaggio ci sembri familiare, così familiare da non riuscire a condannarlo.
Qui il resoconto della conferenza stampa di presentazione del film. Continua a seguire FRAMED per gli aggiornamenti su Venezia 83 anche su Facebook e Instagram.






