
“A me manca l’Italia e a te manca Sarajevo”, davanti a un caffè, due amiche ritrovate si confessano, reduci dalla stessa storia che le ha portate a quel momento, a discutere di senso di appartenenza e ineluttabilità degli eventi. Una delle due è Mirela Hodo, protagonista di DOM, il documentario diretto da Massimiliano Battistella che ha incantato critica e pubblico.
DOM ha aperto lo scorso 28 agosto le Notti Veneziane, inaugurando la sezione non competitiva delle Giornate degli Autori. Alla proiezione erano presenti sia il regista che la protagonista, oltre alla sceneggiatrice Lisa Pazzaglia e al produttore Riccardo Biadene di Kama Productions.

Tra Sarajevo e Rimini
«Massimiliano stava già portando avanti da quasi un anno una ricerca nei Balcani, e in particolare a Sarajevo, in relazione a un progetto di fiction che l’ha portato a imbattersi nella vicenda dell’istituto di Dom Bjelave, e a incontrare Mirela. Ho capito subito che era accaduto qualcosa di importante tra di loro, di molto autentico in termini di comunicazione e relazione reale» racconta il produttore Riccardo Biadene.
Mirela è una donna bosniaca di quarant’anni che vive a Rimini con il compagno e i due figli, ma che decide di intraprendere un viaggio per Sarajevo, dove ha vissuto fino all’età di dieci anni all’orfanotrofio Dom Bjelave per poi essere trasferita con altri bambini in Italia allo scoppio della guerra, e di ritrovare la sua città dopo tanti anni. Lì vive ancora sua madre, che non vede da quando è bambina, ma vivono anche alcuni dei suoi più cari amici.
«Ero lì che esploravo, assorto in una fase di ricerca. Dovevamo fare un altro film ma poi, come spesso accade, si cambia idea o meglio, essendo particolarmente emotivo, mi lascio trasportare dalle vicende umane. Ho percepito, quando ho incontrato Mirela, che ci fosse davvero una storia importante da raccontare e che ci fosse in questa storia un messaggio universale, che potesse andare oltre il privato. Questa è stata la scintilla, quel qualcosa che poi ci ha permesso di realizzare il film così come lo vedete». Così il regista Massimiliano Battistella descrive l’incontro con la protagonista del suo film, che, con profonda fiducia nei confronti del progetto, espone la sua vita, il dolore che da anni fa parte di lei, il senso di mancanza e di colpa, nei confronti di chi è rimasto a Sarajevo mentre lei partiva per l’Italia, dove sarebbe rimasta per trent’anni.
La potenza del ricordo e i materiali d’archivio
«Ci sono state ampie riflessioni sul cosa e sul come, e soprattutto sul come rappresentare le vicende, dal punto di vista tecnico, che poi fa la differenza. Il non mostrare la guerra era un’intenzione che ho sempre avuto, fin dall’inizio, facendo vedere invece gli effetti di essa sulle persone» precisa Battistella, che in DOM affronta un tema difficile da raccontare, soprattutto non provenendo dal paese che ha subito direttamente l’assedio, senza indulgere mai nel compatimento o nel sentimentalismo facile.
«Da un punto di vista produttivo penso si debba moltissimo alla forma autentica di questo film e la relazione, in primis, tra la protagonista e il regista, ma poi anche tra tutti noi, con la troupe, grazie in ampia parte a Luisa Pazzaglia, che attraverso il metodo dello psicodramma in qualche modo ha autorizzato ciascuno di noi a essere se stesso, pur nell’esercizio del suo ruolo, della sua funzione» dice Biadene.
DOM si muove infatti in un dialogo costante tra presente e passato, ricostruito grazie al montaggio e al lavoro sul repertorio, che si alterna alle immagini di Mirela, prima a Rimini e poi a Sarajevo. L’archivio utilizzato va oltre il valore storico, perché è filtrato dalla soggettività della protagonista e dei personaggi con cui entra in contatto. C’è la testimonianza sorprendente di Dom Bjelave durante l’assedio e il girato delle educatrici del centro vicino Rimini, che Battistella descrive come «un repertorio molto intimo, in cui c’era questa prossimità di sguardo che era quella che cercavo per ciò che volevo raccontare; questa “altezza bambino” in qualche modo mi restituiva un’energia che poi in sede di montaggio, con Desideria Rayner abbiamo cercato di inserire».
Il linguaggio visivo di DOM: come un sentire comune
Anche il linguaggio visivo di DOM passa attraverso l’emotività della protagonista. Battistella opta per una serie di scelte di rappresentazione di Sarajevo lontane dall’effetto “cartolina”, per prediligere uno sguardo focalizzato sulla percezione di Mirela.
Così il regista risponde a FRAMED Magazine: «Stilisticamente, da un punto di vista di immagini, abbiamo deciso innanzitutto con il direttore della fotografia Emanuele Pasquet di adottare il formato 4:3 e di applicare come una sorta di pasta, di rumore, per far percepire un senso di sfocatura. Poi usiamo due lenti nel film: per tutte le riprese italiane il 35 mm, la lente che più si avvicinava alla ritrattistica, con un fuoco corto, proprio per suscitare anche un senso di distacco, di distanza, mentre per le riprese a Sarajevo abbiamo optato per il 28 mm, alla ricerca di quadri più ampi, cercando sempre di far sentire che quella è la sua città, con il senso di appartenenza a quella terra. C’è stato un attento studio su questi aspetti, che però nasce da un sentire comune».

Continua a seguire FRAMED per gli aggiornamenti su Venezia 82 anche su Facebook e Instagram.






