Nicola Sorcinelli, foto di Alessandro Cantarini
Nicola Sorcinelli, foto di Alessandro Cantarini

Balcanica arriva in anteprima alle Giornate degli Autori 2026 come unico film italiano nella rassegna autonoma che si svolge all’interno della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e segna il debutto del regista Nicola Sorcinelli al lungometraggio.

Nel film seguiamo il viaggio di Nazar (Babak Karimi), direttore d’orchestra, e di suo figlio Jalil (Ivar Wafaei), suonatore di tuba: due musicisti afghani in fuga lungo la rotta balcanica verso l’Italia, spinti dalla necessità di ritrovare un luogo in cui far risuonare la propria arte dopo che la musica è stata messa al bando nel loro Paese. Sul loro cammino incrociano Greta (Matilda De Angelis), medico alla prima missione sul campo, immersa in un senso di impotenza ma determinata ad prestare soccorso.

Sorcinelli mette in scena questo incontro spontaneo tra universi distanti con il suo consueto sguardo misurato ed essenziale, privo di orpelli, capace di restituire la complessa autenticità delle relazioni umane e l’impatto impercettibile, ma profondo, che le persone possono avere sui rispettivi destini.

Ne avevamo parlato alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro praticamente due anni fa e mi avevi già descritto quella che era la tua idea. Quant’è cambiata quell’idea da lì alla realizzazione del progetto vero e proprio?

In realtà pochissimo, ti direi quasi niente. È un film che ho atteso e costruito da un po’ e, per fare un’opera prima, ci vuole tempo, lo sappiamo. In questa attesa è maturata un’idea molto precisa che ho mantenuto. Più che altro, una volta che sono subentrati gli attori e abbiamo iniziato a lavorare con loro, c’è stata una calibrazione sul calore delle interpretazioni e dei rapporti, che sono diventati automaticamente più caldi. C’era già questa mia idea sul rapporto tra padre e figlio, un po’ in conflitto ma che ti fa anche sorridere.

Ne emerge infatti un rapporto molto tenero.

Molto tenero. Questo papà un po’ burbero, ma comunque estremamente dolce; un rapporto padre-figlio romantico. Con questi due attori, Babak Karimi e Ivar Wafaei, è stato bellissimo, è successo tutto in modo naturale.

E invece sul personaggio di Matilda, com’era nella tua idea iniziale? C’è stato un lavoro che ha portato a un’altra versione del personaggio?

La prima cosa che ho detto a Matilda è che avevo bisogno di un’insicurezza, del fatto che ci fosse qualcosa che la tormentasse, anche una paura di agire. È vero che il suo personaggio fa il medico, quindi è in teoria preparata a ciò che incontrerà, ma comunque ha a che fare con un altro mondo, un’altra realtà, e non sai mai quanto queste vite ti possano toccare.

Soprattutto è sempre in una sfera estremamente privilegiata: il personaggio di Greta può fare marcia indietro e tornare in Italia col suo passaporto con estrema facilità. Quello che ho chiesto a Matilda era di darmi una sensazione di spaesamento, soprattutto nella prima parte. Lei mi ha confessato, durante le interviste di questi giorni, che arrivava sul set senza sapere le battute: per sua scelta non leggeva gli stralci del giorno dopo. È un’attrice molto centrata, che ama prepararsi, e quindi aveva proprio bisogno di non sentirsi a suo agio nel non sapere le cose, portando questa sensazione nel personaggio.

La sua interpretazione va a sottrarre tutto quello che può sottrarre, anche esteticamente.

Matilda è bellissima, e siamo abituati a vederla in ruoli che esaltano questo aspetto, ma non mi interessava sottolinearlo per forza. Lei si è messa in gioco totalmente e questa scelta le è piaciuta molto.

Balcanica colpisce per l’eleganza con cui riprendi le vite dei personaggi. C’è proprio una distanza giusta.

Quando racconto queste storie ho sempre il terrore della retorica. Affrontando questa storia specifica ho cercato di stare in osservazione il più possibile, senza calcare la mano su nulla, osservando lo scorrere naturale della scena. Con questi attori incredibili è stato possibile: mi piace quando una scena è naturale, quando riconosci la verità della recitazione.

E la tematica della negazione della libertà artistica era una cosa che volevi affrontare da tanto?

Sì, assolutamente. Sono sempre stato molto vicino a questo tipo di storie di libertà negate e interrotte. Mia nonna ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale da giovane e, crescendo con lei, mi ha sempre raccontato storie di resistenza, di guerra partigiana e di lotta per la libertà.

Inevitabilmente, quando ascolto storie di libertà negate, mi rimangono dentro e trovano sfogo attraverso il mio lavoro. Quando nel 2021 la musica è stata bandita in Afghanistan c’è stata un’ulteriore negazione della libertà di esprimersi attraverso l’arte. È una cosa inconcepibile ed era interessante per me poter riportare anche questo aspetto che non tutti conoscono.

Come vorresti che i personaggi arrivassero allo spettatore?

Spero che il film possa suscitare empatia, che ci si possa riconoscere nell’essere figli o padri. Durante il Q&A una ragazza in lacrime ha detto a Babak: “In questo film mi ricordi mio padre”. L’obiettivo è provare a raccontare le vite degli esseri umani oltre i numeri: spesso quando si parla di questo tema si usano solo percentuali, mentre dietro ci sono persone in carne ed ossa. In questo momento storico comunicare queste storie è fondamentale.

Che spiegazione ha il finale del film?

Quel finale per me era un omaggio all’empatia di chi, come Greta, si mette in gioco e rischia per gli altri. Se guardo alla realtà è un lieto fine a metà, perché il viaggio non è finito. Penso ai ragazzi che arrivano ogni giorno a Trieste attraversando la rotta balcanica e vengono accolti da Lorena Fornasir, un medico che è stata una grande fonte di ispirazione per il personaggio di Greta.

C’è già una data di uscita?

Non ancora. Stanno ancora capendo con la distribuzione se uscirà entro dicembre o nei primi mesi dell’anno prossimo, anche se spero molto entro quest’anno.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.