Il regista Mattia Biondi
Il regista Mattia Biondi

Quello di Mattia Biondi è un lavoro in cui le immagini, proprie di un tempo e di uno spazio altro, improvvisamente acquistano un senso così vicino al proprio vissuto da sembrare frutto di un inconscio rivelato, di un passato dimenticato.

Regista indipendente, fondatore della casa di produzione cinematografica Piccolo Cinema Ovale e direttore del laboratorio artistico Segmenta Infiniti, Biondi concentra prevalentemente la sua elaborazione cinematografica sul materiale d’archivio, sviluppando al contempo un discorso autobiografico incisivo e misterioso. Anche tra i curatori di Laterale Film Festival, dedica la sua attenzione a film spesso lontani dalla narrazione tradizionale, propri di una ricerca che rientra in un ampio discorso artistico in cui guardare coincide con il ricordare, trovando memorie che vivono fuori da noi.

Come definiresti il tuo progetto artistico?

L’esito di un’attenzione radicale rivolta al frammento, al dettaglio minimo, al marginale. Un percorso estetico, prima ancora che cinematografico.

Come si legano i luoghi alla memoria nei tuoi lavori? (Penso subito al tuo corto A poet is dead).

Ricordare è come mettere a fuoco, un’azione analoga a quella dell’obiettivo della macchina da presa quando sceglie, isola e rivela. Nei miei film i luoghi non funzionano come semplici sfondi, ma diventano la memoria dell’altrove che abitiamo. Mi interessa quel momento in cui entriamo in una relazione misteriosa con gli spazi, come se custodissero qualcosa che normalmente resta invisibile. In questo senso i luoghi sembrano celare una dimensione ulteriore della realtà, non distante o immaginaria, ma già presente, in attesa di essere riconosciuta.

Gran parte delle tue opere si basa sull’uso del found footage, come nasce questa esigenza formale e narrativa?

Quando ho cominciato a impiegare immagini d’archivio, questa pratica era ancora poco diffusa e lontana dalla banalizzazione che oggi la caratterizza. Mi si offriva un’opportunità sovversiva: non aggiungere nuove immagini al mondo, ma rovesciare quelle già esistenti, trasportarle deliberatamente da un contesto a un altro. Era affascinante creare nella propria stanza, in totale autonomia, senza il vincolo di troupe e attori.

Cercavo la rapidità, l’annullamento di ogni distanza tra ispirazione e forma. In questa economia di mezzi, la messa in scena cede il passo a procedure mutuate dall’arte concettuale: la simmetria, la ripetizione, l’inversione e la duplicazione diventano gli strumenti con cui ordire il flusso delle immagini in movimento. È stato, e in parte continua a essere, il viaggio di un esploratore solitario, mosso da quell’imperativo che ho sempre attribuito all’arte: le cose devono cambiare.

L’uso dell’archivio consente uno sviluppo espressivo marcatamente personale e affina un senso peculiare della composizione. In fondo il cinema è proprio questo: stabilire relazioni inattese tra elementi lontani, aprire una frattura da cui possa emergere un’altra possibilità di visione. L’arte non salva, ma rende più estranei al mondo.

Rivolta e malinconia, di Mattia Biondi
Riesci a fondere il “tuo racconto”, la tua biografia, alle immagini d’archivio: si potrebbe definire come una sorta di analisi introspettiva audiovisiva?

Senza dubbio. Il cinema è uno dei pochi linguaggi capaci di cogliere i processi mentali e tradurre il pensiero in immagine. Non conosco altra via se non partire dal vissuto per espanderlo e trasfigurarlo attraverso digressioni e suggestioni, una ricognizione che non rifiuta l’artificio, pur muovendo da basi sincere.

Wilde osservava che nelle questioni vitali conta più lo stile che la sincerità — un’intuizione che non ha smesso di orientare il mio sguardo. Credo che l’atto creativo migliori quando sa temperare il pathos dell’io, privilegiando analisi e sintesi. Eppure una vena romantica resiste e non sono sicuro di volerla eliminare. La mia poetica vive nello scarto tra rigore e fantasia, lucidità e slancio.

L’operazione che metti in atto è rivolta ad una attivazione del tempo passato o all’attribuzione a esso di un altro significato?

Più che attivare semplicemente il passato, mi interessa rielaborarlo, farlo risuonare nel presente come materia ancora instabile. Il montaggio diventa il luogo in cui questa trasformazione avviene; uno spazio di sedimentazione in cui letture, visioni ed esperienze si ricombinano. È un cammino che compio per sottrazione, fino a ridurre il materiale al suo nucleo più denso. Il risultato che cerco è uno slittamento percettivo della realtà, qualcosa che permetta di guardarla e accettarla in modo nuovo.

Spesso nei tuoi lavori la voce off è parte significante e imprescindibile, qual è il suo valore? È più o meno importante delle immagini?

Utilizzo la parola e la voce off per dilatare le sequenze e accrescere il peso specifico delle immagini, esaltando ciò che resta fuori campo. Il film diventa così un esercizio d’immaginazione. Quanto più essenziale è l’immagine, tanto più ampio è lo spazio dei pensieri che può generare.

Accostare immagini e parole in modi solo in apparenza arbitrari permette di far scaturire risonanze più profonde e irrazionali. A volte la voce è rarefatta, altre più presente, ma il principio resta invariato: ogni elemento interviene solo nella misura in cui è necessario al sistema complessivo del film. Per me nel montaggio la gerarchia si dissolve, parola e immagine non si sommano, si ridefiniscono a vicenda.

Sei uno dei curatori del Laterale Film Festival, come nasce l’idea e che risposta ricevete dal pubblico?

Laterale è il progetto in cui, da dieci anni, investiamo le nostre energie migliori. Fin dall’inizio ci interessava costruire una curatela libera, inventiva e senza compromessi. Con il tempo abbiamo dimostrato che la provincia può diventare un luogo privilegiato di sperimentazione culturale. Lo abbiamo vissuto come un percorso profondamente intimo. I film degli altri sono diventati, in parte, anche nostri, e abbiamo cercato di accompagnarli e valorizzarli con la massima attenzione.

Il festival nasce dal desiderio di colmare un vuoto: offrire una dimora a opere cinematografiche coraggiose, ibride e difficilmente classificabili. Da qui la scelta di ribaltare la prospettiva e consegnare al grande schermo un cinema d’artista spesso escluso dai circuiti tradizionali.

Questa visione ha progressivamente guadagnato la fiducia di cineasti esordienti e affermati, ma anche la curiosità del pubblico. Abbiamo lavorato molto per ridurre la distanza tra spettatori e artisti, attraverso programmi rigorosi ma accessibili e una comunicazione capace di creare partecipazione. La risposta è stata sorprendente. Negli anni la sala si è riempita con continuità, e ciò conferma l’esistenza di un desiderio reale per questo tipo di proposta. Oggi Laterale è un festival di ricerca vitale e con un seguito significativo.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.