Orvieto Cinema Fest 2026. Because Today is Saturday di Alice Eça Guimarães
Orvieto Cinema Fest 2026. Because Today is Saturday di Alice Eça Guimarães

L’Orvieto Cinema Fest torna dal 20 al 27 settembre 2026 con un ricco concorso internazionale di cortometraggi. Anche quest’anno ve lo raccontiamo su Framed Magazine con una selezione quotidiana di film in programma.

Qui i cortometraggi che abbiamo visto della terza giornata di proiezioni di Orvieto Cinema Fest 2026.

God Will Not Be There di Feliciana Rosa e Stefano Spolti (Italia, 14′)

In un piccolo villaggio dell’India, nel mezzo di una grave siccità, una divinità deve incarnarsi in un bambino per far tornare la pioggia. Cosa succede, però, se un bambino rifiuta il ruolo di divinità? Cosa accade se, per esempio, tutto ciò che vorrebbe essere è piuttosto un aquilone, libero nel cielo? God Will Not Be There, Il Dio che non ci sarà, è un film che esplora proprio questo conflitto interiore, in due tempi.

Prima attraverso l’arte delle figure di sabbia, che fanno da introduzione fiabesca alla storia, una sorta di c’era una volta. E poi con la costruzione propriamente cinematografica, che esplora le aspettative sociali di fronte alle scelte personali. E lo fa attraverso la grammatica del cinema, alternando ricchi primi piani, colorati e densi di dettagli, a sequenze d’insieme, più collettive. Tutto per provare a spiegare l’inspiegabile, ovvero il legame imperituro tra sacro e profano. Tra dovere e desiderio.

Ningù Borda di Jùlia Coldwell Serra (Spagna, 20′)

Nessuno abbaia, questa la traduzione del cortometraggio catalano di Júlia Coldwell Serra. Una commedia cupa, che affonda nella lentezza volutamente grottesca di un paesino dell’entroterra, con i suoi riti sempre uguali, in cui irrompe il peso di una bugia detta per amore. La protagonista Candela, infatti, non riesce a confessare al nipotino di aver investito il suo cane e, invece, inventa una storia che si ingigantisce, fino a quando perde anche i confini tra reale e surreale.

Valeria Verbaro

L’uomo più bello del mondo di Paolo Baiguera (Italia, 17′)

Nella famiglia del regista c’è uno zio, morto di Aids, di cui non si è mai parlato troppo, perché la sua storia è un tabù; di lui restano solo 25 fotografie. L’indagine su Michele, questa figura evanescente della famiglia del regista, Paolo Baiguera, è l’argomento di questo bellissimo corto, che unisce i ricordi umani alla nuova tecnologia dell’AI.

Attraverso un dialogo in videochiamata con sua madre, la sorella di Michele, il regista usa le fotografie per estrapolare le memorie familiari dall’archivio privato della sua memoria, intervallandole con le stesse fotografie, animate e analizzate mediante intelligenza artificiale. I ricordi della sorella traghettano la storia attraverso un percorso di pregiudizi e sofferenze legate al mondo della malattia. La riflessione sul passato personale si fa riflessione sulla memoria stessa; un barlume di vita simulacrale viene restituita alle immagini di Michele, per portarne avanti il ricordo con più forza della memoria umana stessa.

Francesco Gianfelici

Because Today is Saturday di Alice Eça Guimarães (Portogallo, 12′)

Il colore si contrappone al grigio, l’intimità soppressa di una donna fa fatica a trovare il suo spazio in una vita abitudinaria dove le necessità della casa, dei figli, e di un compagno, annullano ogni suo bisogno, ogni sfumatura accesa che vibra dentro di lei, ma che è costretta a tenere sopita.

Solo quando è sola la protagonista riesce a liberarsi in un turbinio brillante di colori e fiori, riesce a trovare spazio per ciò che le piace, e la tecnica di Alice Eça Guimarães riesce perfettamente a rappresentare i due mondi: diversissimi e distinti, tra i quali la donna transita senza trovare equilibrio. Il messaggio che arriva è drammatico, e coincide con quel grigio pieno che scandisce la quotidianità più soffocante che ci assale, distorcendo la realtà, facendola diventare a tratti mostruosa, dipingendo una difficoltà reale e una via d’uscita non sempre facile.

Presépio di Felipe Bibian de Souza (Braziel, 18′)

Presépio è un’opera tragica e ironica al tempo stesso, che utilizza l’immagine del presepe, legato alla famiglia e alle feste, per mettere in scena un forte contrasto, che pone in conflitto membri dello stesso nucleo familiare a proposito di un regalo, che solleva la questione della normalizzazione della violenza, che si insinua nelle cose di tutti i giorni, così silenziosa da non attirare l’attenzione.

La deriva narrativa del lavoro di Felipe Bibian de Souza chiude lo spettatore in uno spazio violento e claustrofobico da cui è difficile uscire, in cui le domande di un uomo si trasformano in interrogativi vitali, per la società che viviamo. Sebbene dopo la tempesta tutto sembri tornare alla normalità, qualcosa continua a disturbare la quiete, qualcosa continua a risuonare nella testa di chi si è trovato a far parte di queste festività tutt’altro che distese.

Silvia Pezzopane

I’m glad you’re dead now (Francia, Grecia, Palestina, 13′)

In concorso all’Orvieto Cinema Fest 2026 e già vincitore della Palma d’oro come miglior cortometraggio al Festival di Cannes dello scorso anno, I’m Glad You’re Dead Now è scritto, diretto, prodotto (col supporto di Joaquin Phoenix e Rooney Mara) e interpretato da Tawfeek Barhom, regista palestinese che ha dedicato il premio della Croisette alla sua terra. Quella terra occupata, violata, martoriata da un Israele sempre più spinto oltre ogni limite nella foga di cancellarla.

E ci parlano di sofferenza, di lutto, di memoria i tredici minuti del breve film, ma senza presentarci situazioni, temi e figure dalla connotazione esplicitamente politica. È piuttosto un rarefatto dramma familiare quello a cui assistiamo, con due fratelli, Reda (Tawfeek Barhom) e Abu Rashid (Ashraf Barhom), che dalla città tornano sull’isola dove sono nati. Dove si trova loro padre? E cosa c’è nella bara che stanno trasportando? Lo domanda Abu Rashid, affetto da un disturbo che gli crea problemi a ricordare. 

La tensione dell’incipit avvolto nella penombra si scioglie progressivamente nella densa malinconia di un rito funebre sui generis, dove ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio rimanda a un passato di cui non apprendiamo i dettagli ma intuiamo le cicatrici. Tutto sembra caricarsi di laica sacralità, dal limone morso e abbandonato da Abu Rashid al mare del viaggio di ritorno. Che porta con sé, anche, la caduta delle illusioni su una realtà amara («Non posso continuare a dipingere tutto di rosa», dice Reda all’altro). E forse, nella toccante danza finale sulla barca, il rinnovo di un legame in grado di esorcizzare i demoni e le ferite della propria storia. 

Emanuele Bucci

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