SanPa - Luci e tenebre di San Patrignano - Credits: Netflix

I documentari migliori, quelli che rimangono impressi per anni nella coscienza, sono quelli che in realtà lasciano poco spazio ai dubbi. Come SanPaLuci e tenebre di San Patrignano. A partire dai mega spot in TV, la nuova docu-serie Netflix di Gianluca Neri ha riportato dentro le case degli italiani l’eco di un dramma morale che per anni ha invaso TG e prime pagine.

Per fare del bene si può usare qualunque metodo? Non c’è un limite? [parole di Luciano Nigro, tra gli intervistati].

Questi cinque episodi hanno così riaperto un dibattito rimasto in realtà sempre incompiuto. Perché sì, in effetti non ci sono solo luci e non ci sono solo ombre nell’impresa di Vincenzo Muccioli, tutto sta nel misurare quanto (e se) le une prevalgano sulle altre. Ed è questo che cerca di fare SanPa, presentatosi come un’argomentazione serrata e schierata verso una precisa tesi, che alla fine risulta così forte da non potersene dissociare.

Struttura e tesi di SanPa

La prima cosa da notare è che tutti i titoli e le didascalie sovrimpresse sono in doppia lingua, italiano e inglese. La grafica originale già suggerisce quindi una dichiarazione di intenti. È la volontà di spiegare la storia di San Patrignano anche a chi potrebbe non avere alcuna familiarità con questa realtà, persino al di fuori dell’Italia. Considerando che è un prodotto distribuito in tutti i 190 Paesi della piattaforma, ha ovviamente senso, ma in altri termini vuol dire anche che non lascia nulla di sottinteso o di non detto. Anche e soprattutto per chi questa storia la conosce già.

Si va per gradi, senza fretta, tanto che il primo episodio è una lunga introduzione socio-politica di quegli anni. È il 1979 e la Mafia getta in piazza l’eroina per placare quella guerra civile che erano stati gli Anni di piombo. Le città di svuotano da zecche e fasci e si riempiono di zombie. La deriva violenta della politica giovanile viene messa a tacere così, improvvisamente e incoscientemente, o almeno questo è quello che si dice nei primissimi minuti. Migliaia di ragazzi, prima nemici, si ritrovano nella stessa condizione, prigionieri della stessa condanna a morte. E lo Stato rimane a guardare.

In questo vuoto istituzionale subentra il delirio mistico di Vincenzo Muccioli. E non uso quest’espressione a caso. Muccioli si fa dunque carico di un’emergenza sanitaria che lo Stato non riconobbe mai come tale e di cui non seppe o non volle occuparsi.

L’essenzialità dell’utopia, prima dell’incubo

Da questo punto di vista allora l’idea che muove la comunità di San Patrignano è senza dubbio nobile e come tale viene presentata anche all’inizio del documentario. È un tentativo di responsabilizzazione della società attraverso l’iniziativa di un singolo cittadino, un’utopia che nel suo piccolo è perfettamente funzionale.

E infatti a introdurla è uno dei primissimi ospiti, Antonio Boschini, ex-tossicodipendente e oggi responsabile sanitario dell’Ospedale di San Patrignano. Da irriducibile sostenitore di Muccioli, è importante che lui sia il primo volto che vediamo noi spettatori, poiché innanzitutto c’è bisogno di affermare il buono iniziale di SanPa. Il talento della regia e del montaggio sta poi nel trasformare progressivamente questo testimone in una fonte sempre meno affidabile, così accecata dalla fedeltà da andar contro persino all’evidenza.

Muccioli e Boschini (a destra) ©Corriere Romagna
Muccioli e Boschini (a destra) ©Corriere Romagna

Non è vero allora che non esiste il contraddittorio in SanPa, come si potrebbe dire. C’è ed è incarnato tanto da Boschini quanto dal figlio di Muccioli, Andrea. Ed è anche vero che molti altri che avrebbero potuto arricchirlo si sono invece tirati indietro o del tutto rifiutati. Come Letizia Moratti e tutti coloro che compaiono ugualmente nei titoli di coda.

La costruzione argomentativa, tuttavia, mette insieme centinaia di ore di interviste, filmati di repertorio e atti processuali per affossare sistematicamente tutto ciò che questi due sostenitori affermano. Essenziale, cioè, è l’ordine in cui si mette insieme il ritratto di Muccioli e della comunità, a sua immagine e somiglianza. Così nel momento in cui il contraddittorio arriva a contestare ciò che la tesi del documentario ha già ampiamente espresso, non ha più alcuna forza né alcuna rilevanza. Non riesce e non vuole riportare la bilancia in una posizione di equilibrio.

Ed è giusto sia così, soprattutto se dall’altro lato si ha la possibilità di ascoltare testimonianze di prim’ordine come quelle di Walter Delogu, Fabio Cantelli o del GIP Vincenzo Andreucci.

SanPa, Fabio Cantelli ©Netflix
© Netflix

L’impossibile legittimazione di San Patrignano

La presenza di Andreucci, inoltre, permette di introdurre uno degli aspetti più interessanti di SanPa, ossia il procedural. Il maxi processo televisivo e il suo impatto sui media fanno emergere il conflitto tra la verità processuale, l’opinione pubblica e la realtà dei fatti. Ricordiamolo, Vincenzo Muccioli fu condannato in primo grado per sequestro di persona, nel cosiddetto Processo delle catene (1985). In quel caso tuttavia l’onda d’urto contro il sentire comune fu tale che la sentenza venne ribaltata in Appello, introducendo un corollario molto pericoloso.

L’assoluzione di Muccioli (come spiega il figlio Andrea), infatti legittimava la possibilità del terapeuta di intervenire contro la volontà del tossicodipendente. Intendendo ovviamente quest’ultimo incapace di intendere e di volere il proprio bene. La scorrettezza di questa affermazione è tale da far venire la pelle d’oca. Innanzitutto perché Muccioli non era un terapeuta, anzi rifiutava la psicoterapia e la psicologia in favore di erbe medicinali, riti esoterici e metodi non ortodossi. In secondo luogo perché dimostra quanto in realtà fosse inconsciamente negativa e sminuente l’idea che Muccioli aveva dei tossicodipendenti.

Li chiamava larve da raccogliere, bambini e ragazzi anziché donne e uomini, figli da educare e persino da punire. Li tratteneva con la forza, senza alcuna tutela e, nemmeno a dirlo, senza alcun contratto terapeutico o altro documento. Non tolse mai a nessuno, nemmeno ai suoi più fedeli, la terribile etichetta di tossico/a, arrogandosi il diritto di stabilire chi poteva uscire dalla comunità e soprattutto quando. Con il suo atteggiamento, paradossalmente, alimentava il pregiudizio secondo cui una persona tossicodipendente non è più in grado di intendere e di volere, anche dopo essersi disintossicata.

Il messaggio che emerge dalla struttura narrativa

Nella ricostruzione di storie, dinamiche e testimonianze, SanPa esprime allora un messaggio ben preciso, ribadito più volte e sempre più chiaro di episodio in episodio. Ossia che Muccioli era un uomo megalomane che giocava a fare Dio (anzi si credeva una reincarnazione di Gesù Cristo, da qui il suo delirio mistico). Era ossessionato dall’idea di essere il Padre, protettore e salvatore dei suoi Figli, proprio lui che con il padre aveva avuto un pessimo rapporto. Diede vita a una comunità che nei primi anni somigliava più a una comune hippie fondata sull’amore, per poi imporre su di essa la sua idea paternalistica e antiquata di ferrea disciplina.

Nel momento in cui la regia inserisce persino una clip di Indro Montanelli, che paragona San Patrignano al rigore mussoliniano, il quadro è finalmente e terribilmente completo. Nel suo piccolo, SanPa diventa l’ascesa e il fallimento di un’intera microsocietà, che dalla rivoluzione arriva al totalitarismo, all’onnipotenza.

Una delle fotografie presentate al Processo delle catene (1980) - via web
Una delle fotografie presentate al Processo delle catene (1980) – via web

Catene, chiusure in luoghi angusti e sporchi, reparti punitivi, kapò violenti, stupri mai denunciati e mai creduti, accuse di omicidio (Maranzano) e maltrattamenti. Di fronte a tale orrore disumano (che incontra qui il vuoto legislativo del reato di tortura, inesistente in Italia), sorge spontanea soprattutto una domanda.

Solo perché dava dei risultati concreti ed era l’unica opzione esistente, era giusto chiudere gli occhi e santificare l’opera e il “metodo” di San Patrignano? Davvero il fine giustifica i mezzi fino a tal punto?

SanPa non è altro che la risposta a questa domanda, in cinque accurati episodi. Un sonoro e fermo no, raggiunto per gradi, che pur in una zona di grigi, in cui non si può ragionare per assoluti, impone la necessità di un limite morale.

[Quello su SanPa non è un discorso facile da racchiudere in un solo articolo. Continuate a seguirci su FRAMED, ne riparleremo].

Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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