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Scream (Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, 2022) - Credits Paramount Pictures

Nel 1996 Wes Craven (con, non dimentichiamolo, Kevin Williamson alla sceneggiatura) rivoluziona con Scream, ancora una volta, il cinema horror.

Se nel 1984, con Nightmare – Dal profondo della notte, fa incontrare lo slasher e il soprannaturale, creando un franchise che avrebbe fatto dello humor la sua chiave di volta, con Scream scombussola il rapporto tra cinema e realtà, avvicinandoci ai personaggi che, di film dell’orrore, sono spettatori quanto noi. Qui, a differenza della saga del simpatico molestatore dalle lame affilate, rimane regista di tutti i capitoli. Fino al quarto, del 2011, poiché nel 2015 il padre dell’horror postmoderno ci lascia agli incubi di altri.

A 26 anni dal primo film, e a 11 dall’ultimo, Scream torna. Sì, senza numero, per una ragione che troverete espressa nei monologhi da horror nerd di Mindy Meeks-Martin (erede spirituale – e non solo, come suggerisce il cognome – dell’adorabile Randy dei vecchi film).

I timori per questo nuovo capitolo erano tanti, ma tante erano anche le aspettative. A prendere il timone della saga sono infatti Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, che con Chad Villella (qui produttore) formano un trio artistico noto come Radio Silence. Al loro attivo hanno la partecipazione ad antologie quali V/H/S e Southbound – Autostrada per l’inferno e, soprattutto, la divertentissima e ultra-gore commedia horror Finché morte non ci separi. Soprattutto quest’ultimo lavoro faceva ben sperare che i due registi fossero pienamente in grado di prendere le redini della saga di Scream, in cui la consapevole ironia della riflessione metacinematografica fa da padrona.

A conti fatti, com’è questo nuovo film?

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Roger L. Jackson, la voce originale di Ghostface, torna anche in questo film – Credits Paramount Pictures

Citazionistici passi indietro senza andare avanti

Il problema principale di Scream è che sembra non muoversi dalle posizioni conquistate dai capitoli precedenti. Poiché così è sempre stato, ciò che ci si poteva legittimamente aspettare è che il film compisse passi ulteriori portando avanti quel discorso metacinematografico che ha fatto la fortuna della saga. O che da quel discorso si discostasse a sufficienza da lasciar posto alla messa alla berlina di nuove, non affrontate criticità del cinema dell’orrore di oggi.

Ciò – purtroppo – non avviene, lasciando spazio a un rassicurante ritorno alle origini che può accontentare i fan, ma fino a un certo punto. Quando l’autocitazionismo diventa troppo fine a se stesso, riavvolgendo il corpo narrativo su di sé e sui suoi marchi di qualità, si perde il senso cinematografico di ciò che stiamo guardando, tra ripetitività senza innovazione e prevedibilità senza stratificazione di significato.

Certo, fa piacere tornare sui binari narrativi che conosciamo alla perfezione, con la saga di Stab che è diventata la nostra saga di Scream nel mondo finzionale che ha come centro Woodsboro, ma non ci si riesce a levar di dosso che tutto era stato già detto – e meglio.

L’aggiornamento tecnologico (ma nemmeno più di tanto) e cinematografico (scontato, ma qui c’era poco da fare, al cosiddetto art horror) e soprattutto la voluta copia carbone citazionista dell’impianto narrativo del primo film non bastano a giustificare l’esistenza di questo quinto capitolo.

Il ritorno dei personaggi storici ha qui il sapore del fanservice à la Spider-Man: No Way Home: perché, se si sapeva che sarebbero tornati, ci si augurava che il loro ruolo all’interno della narrazione fosse un po’ meno pretestuoso. Anche con la consapevolezza che è proprio questa tendenza del cinema odierno a venir messa in scena. Ma, come tante critiche che si possono muovere al film, non basta rappresentare ciò che si critica, per criticarlo davvero. Il campo è totalmente in mano ai nuovi personaggi che – come da tradizione requel o legasequel (cit.) – sono indissolubilmente (geneticamente) legati a quelli dei fasti della saga. E di cui ricalcano i contorni di funzioni narrative, prendendone in consegna i ruoli all’interno del racconto.

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Wes (Dylan Minnette), Richie (Jack Quaid), Sam (Melissa Barrera) e Dewey (Dave Arquette) in Scream – Credits Paramount Pictures

Nuovo cast, vecchia storia

Una delle cose che rende Scream un unicum tra le saghe slasher è il continuo ritorno della protagonista originale nei capitoli successivi, invece dell’immortale presenza del killer, che film dopo film massacra diversi gruppi di adolescenti promiscui. Qui è Sidney Prescott a fare da trait d’union, e l’unica icona che permane è Ghostface, la maschera, sotto il cui bianco volto si nascondono di volta in volta assassini diversi.

Se già nel quarto capitolo Sidney aveva in parte fatto spazio alle nuove leve, qui le nuove leve si prendono tutto (tranne, e questo è il “pretestuoso” di cui prima, sul finale). Non si può negare che – a parte un inizio lento a ingranare – il ritmo della seconda parte regga, e che sia comunque sempre divertente (anche se a volte ridondante) seguire i personaggi nello schematico susseguirsi degli step narrativi. Ma ciò che manca è una genuina affezione a loro, i nuovi Tatum, Randy, Stu, Billy, che pure sono egregiamente interpretati da un cast di recenti scoperte e nuove promesse: tra gli altri, Jack Quaid, vecchia conoscenza di The Boys (che interpreta qui il fidanzato della protagonista, Richie) e Jasmin Savoy Brown, una delle punte di diamante della nuova serie di Showtime Yellowjackets (che qui interpreta Mindy, amica della sorella della protagonista).

Menzione speciale per Mikey Madison – che avete già visto in C’era una volta a… Hollywood – e che qui interpreta Amber, altro membro della cerchia di amici: una meravigliosa scena con lei come protagonista non potrà non ricordarvi le sue vicende nel film di Tarantino, fateci caso! Per me il risvolto metatestuale più soddisfacente dell’intero Scream.

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Sidney Prescott (Neve Campbell) e Gale Weathers (Courteney Cox) ritornano nel nuovo capitolo della saga – Credits Paramount Pictures

Rimane, alla fine, la fastidiosa sensazione di rientrare, con la propria opinione non entusiasta, delusa, nel discorso stesso che gli autori hanno cercato goffamente di portare avanti. Quasi come se ogni critica negativa possa essere risolta con un (molto paraculo, perdonatemi) “ecco, vedete, siete proprio come gli estimatori un po’ snob che abbiamo voluto prendere di mira!”. Come se potesse arrivare, da momento all’altro, un ultimo atto direttamente rivolto allo spettatore. E più che apprezzarne l’ulteriore livello meta, questo lascia ancora più perplessi.

Volendo a tutti i costi tornare pedissequamente al passato per non “tradire” il cuore che ha reso Scream ciò che è (“Per Wes”), i registi hanno mancato l’occasione di fare dei passi avanti in autonomia. Un’evoluzione disattesa che, pur considerando le interessanti porte aperte dal finale, non sembra lasciare motivo di attendersi un nuovo capitolo.

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