
Doveva arrivare, prima o poi, il capitolo conclusivo di The Crown che, come affermato fin da subito dal creatore Peter Morgan, non avrebbe mai raccontato la contemporaneità. Resta almeno la possibilità di non divorare tutti gli episodi in una volta, con la divisione in due parti pensata da Netflix, per prolungare un altro po’ il tempo dell’addio. La vera conclusione sarà disponibile dal 14 dicembre, intanto però dal 16 novembre abbiamo avuto un assaggio: quattro episodi dedicati quasi esclusivamente a Diana Spencer, fino alla sua definitiva uscita di scena.
La quinta stagione si chiudeva infatti sul divorzio tra Carlo e Diana (1996) mentre gli episodi della prima parte di The Crown 6 sono tutti ambientati nell’estate del 1997. I principi del Galles conducono vite separate e Lady D in particolare concentra la sua attenzione sulle cause umanitarie. Attraverso Mohamed Al-Fayed (Salim Dau) incontra Dodi Al-Fayed (Khalid Abdalla), e apparentemente se ne innamora. Della loro storia in realtà si sa molto poco. The Crown prova liberamente a ricostruirla, come una breve favola dai risvolti più cupi e problematici di quanto potesse sembrare dall’esterno.
Un punto di vista difficile
C’è un particolare che non può essere ignorato questa volta, la consapevolezza che la regina Elisabetta II sia morta durante le riprese di questa stagione. Con questa consapevolezza arriva subito la tentazione di cercare di capire cosa cambia nel tono e nel punto vista della serie. La verità è che più ci si avvicina al presente e più i veri ricordi del pubblico si mescolano con la storia rappresentata, rompendo la magia delle prime stagioni in cui tutto era ancora da ri-scoprire.
La formula resta sempre la stessa, ma i personaggi sono così noti e familiari che tutto sembra aver perso la sua efficacia. È noioso, ma non brutto né scritto o realizzato male, tutt’altro. Quattro episodi focalizzati sullo stesso ristretto arco temporale dell’estate 1997 sono troppi rispetto ad altri eventi raccontati nella serie. Certo, in questo caso si tratta dell’Evento, la temuta scena della morte di Diana Spencer e Dodi Al-Fayed, a cui si è voluti arrivare, però, dando un contesto senza misura: troppo a livello di durata e troppo poco a livello di intensità di contenuti ed emozioni.

La scena più difficile – Allerta spoiler
È forse il momento che tutti aspettavano di vedere da quando The Crown ha debuttato su Netflix, l’incidente del 31 agosto 1997, che tuttavia è già nella memoria collettiva. Le immagini delle telecamere del Ritz o quelle del Pont de l’Alma sono ben radicate in noi, almeno fino alla generazione dei millennials. Come rappresentarlo allora? C’è solo un modo possibile ed efficace: senza far vedere niente. Portare la macchina da presa sotto il Pont de l’Alma, infatti, avrebbe significato creare un’ulteriore immagine, distorcendo la realtà, poiché The Crown non è mai stato un documentario. L’unico modo per raccontare il momento più delicato di tutta la serie, allora, è fare affidamento a ciò che il pubblico sa già e non ha bisogno di rivedere.
Il rumore dei freni sull’asfalto, uno scontro in lontananza, un clacson impazzito che si trasforma nelle note della sigla di The Crown: basta questo, è tutto qui ed è perfetto. È il resto che si alterna tra alti e bassi.
Conseguenze
Conseguenze è il titolo del quarto episodio, l’unico davvero necessario della prima parte di questa sesta stagione, al di là dei momenti di sfoggio dell’incredibile bravura di Elizabeth Debicki nel ruolo di Diana. È dalle conseguenze che bisognava infatti partire, dopo aver deciso (giustamente) di non mostrare la parte più tragica. Il dolore che è venuto dopo non sarebbe stato meno forte o meno d’impatto, anche per un personaggio “minore” come Dodi Al-Fayed, mai abbastanza ricordato in questa tragica vicenda.
Si spera adesso che il gran finale ritrovi la capacità di sintesi ed efficacia che questi primi episodi sembrano aver perso. Dal 14 dicembre protagonista sarà di nuovo Imelda Staunton, quasi assente nella prima parte, insieme ai “nipoti” William e Harry alle prese con la loro turbolenta adolescenza. Di nuovo, qualcosa di cui ricordiamo fin troppo bene molti dettagli pubblici e questo non può che penalizzare “l’incantesimo” del racconto, ma attendiamo sperando di ricrederci.

v.v.






