Theatron-Giulio Boato
Theatron-Giulio Boato

Il documentario su Romeo Castellucci: attraverso le immagini teatrali, una narrazione cinematografica

Theatron (2018) – “Best feature documentary” al New Renaissance Film Festival 2018 – è un’opera che si/ci immerge nell’universo creativo di Romeo Castellucci. A firmarlo Giulio Boato, regista teatrale e cinematografico. Grazie a un disegno narrativo attento mostra il lavoro e la più intima introspezione di un artista che fa della forma la sua arma migliore.

Teatro d’avanguardia, teatro contemporaneo, teatro dei corpi, messa in scena delle macchine e della carne, incursione animale e fanciullesca. Eppure Romeo Castellucci crea qualcosa di ancora non totalmente definibile. Non ha limiti ma barriere formali che lo guidano nelle realizzazioni.

Theatron di Giulio Boato

L’immagine quadrata che accoglie l’analisi è sfocata e vive di poesia del ricordo. Ha assorbito le interferenze e le sublimazioni del corpo e della scrittura scenica.

L’opera di Romeo Castellucci è racchiusa nel film che ne restituisce il senso fortemente codificato nelle azioni e nella dimensione visuale che indaga senza sosta: l’intenzione di attrarre e la repulsione suscitata nello spettatore sono le due spinte che rendono gli spettacoli della compagnia Socìetas Raffaello Sanzio espressioni storiche e reinterpretazioni dell’umano.

Il trailer di Theatron proiettato il 20 maggio 2019 alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano.

A prendere la parola chi è più vicino alla compagnia: la sorella Claudia Castellucci, che ricorda gli inizi, poi attori, critici, studiosi, e Castellucci stesso. Dando voce ai protagonisti, selezionando dal repertorio e dalle testimonianze, Boato racconta, con profonda conoscenza del mezzo cinematografico, il teatro di un uomo che ha sempre ricreato dimensioni alternative nelle sue opere. Basti pensare ad Inferno (2008), all’interno della rilettura dantesca, o all’uso dei volti codificati nel cinema, come quello di Willem Dafoe in The minister’s black veil (2016).

L’intelligenza della scrittura di Theatron si manifesta soprattutto nell’intervallo: a metà film si innesta un mini documentario nel documentario, il quale attraversa gli ultimi due anni della produzione di Castellucci. Dall’autunno del 2015 il montaggio mostra prove, dialogo, lavoro sugli attori e sui luoghi. Le riprese, propriamente cinematografiche, concedono una pausa che non è veramente tale, bensì densa di azione compressa in pochi minuti. Come è possibile raccontare il racconto stesso come fa Castellucci? Attraverso la forma, che ricontestualizza la conoscenza proponendo il risultato di uno studio sul concetto.

Il corpo

Dai primi spettacoli emerge lo scandagliamento del dramma del corpo: mutilato, incompleto, unico. Questo corpo che viene utilizzato è significante, ogni scelta canalizzata da Castellucci ha senso drammaturgico:

“Non c’è un discorso curioso o morboso, o provocatorio: niente di tutto questo. I corpi sono scelti non da me ma dalla drammaturgia”

È una soluzione univoca della forma che assume senso nel momento in cui si manifesta. E la tragedia, in cui questi corpi narrano, è dove la produzione teatrale di Castellucci si fa coscienza. Il mondo che appare dal suo disegno è innovativo e legato all’antico sconosciuto: le tecniche e i dispositivi fanno parte delle tridimensionalità progettata e si legano alla visionarietà della vita e della morte, attraverso suggestioni oniriche e immaginifiche che trascendono il teatro, facendone emblema d’analisi per la vita e la società.

Tragedia Endogonidia

Tra gli spettacoli della Socìetas emerge il ciclo della Tragedia Endogonidia (2001-2004): opera teatrale unica sviluppata in 11 episodi, ognuno con il nome di una città. Un progetto magistrale che, riprendendo i modelli della tragedia greca, inserisce nuovi sensi frutto dell’elaborazione della memoria in funzione di una riflessione per la tragedia del presente e del futuro.

Il linguaggio utilizzato è quello della videoinstallazione sovrapposta al ritmo teatrale. La performance rivela delle verità non immediatamente comprensibili e per questo profondamente perturbanti per lo spettatore.

La Fondazione Romaeuropa ha reso fruibile il ciclo filmico della Tragedia Endogonidia fino a stasera, potete conoscerne di più qui.

Documentare l’effimero

Theatron è l’opera ideale per avvicinarsi alla poetica di Castellucci anche senza conoscerne molto, ed è un approfondimento ricchissimo per chi invece segue già il lavoro dell’artista. In attesa della collaborazione (appena iniziata e che durerà fino alla fine del 2024) del drammaturgo con la Triennale di Milano, il documentario di Boato apre finalmente gli occhi su una grande prospettiva creativa nata negli anni ’80 e modellata fino allo sguardo contemporaneo, veicolando significati ancestrali e “incidendo” sulla realtà.

Il film è disponibile su RaiPlay qui.

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Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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