
Una cosa vicina è il risultato di anni di ricerca, messa a punto di materiali, autoanalisi e interpretazione dei fatti, Una cosa vicina è il primo lungometraggio diretto da Loris G. Nese, regista, sceneggiatore, direttore della fotografia, animatore e co-fondatore della società di produzione e distribuzione cinematografica Lapazio Film. Il film ha la forma di un documentario autobiografico che indaga sulla morte prematura del padre, e in cui coesistono diversi linguaggi. Il risultato è una visione sperimentale, ma narrativamente strutturata, e probabilmente tra le più interessanti degli ultimi anni.
Nese inizia il suo percorso da regista con il cortometraggio Quelle brutte cose, premiato alla 33ª Settimana della Critica di Venezia e unico corto italiano in concorso al Sundance Film Festival 2019. Prima di Una cosa vicina gira altri tre corti, tra cui Z.O., selezionato in vari festival e vincitore del Premio della Giuria Giovani a Locarno Film Festival 2023: Pardi di domani (Concorso internazionale); un primo passo verso ciò che racconterà in seguito, con il film in cui dichiara di essere sia regista che personaggio attorno al quale tutto succede.
All’interno di un ricco tour, Una cosa vicina sarà a Roma il 30 maggio alle ore 19:30 al Cinema InTrastevere, nel programma della quarta edizione di UnArchive Found Footage Fest.
Quando hai capito che volevi fare questo lavoro e che il cinema era il tuo modo di indagare il mondo? Che percorso ti ha portato fino al tuo primo lungometraggio?
Mi ci sono avvicinato tramite film che mi hanno mostrato che un altro tipo di cinema era possibile: un cinema che partisse da esperienze diverse rispetto alle classiche major americane. Quando ho scoperto dei film che venivano “dal basso”, da una visione diversa, controculturale, ho iniziato a studiarli e a sperimentare, realizzando dei piccoli corti, tra l’altro alcuni di questi sono poi entrati nel film. Poi dopo il liceo ho lasciato Salerno per studiare al DAMS di Bologna, e ci sono rimasto anche per fare la magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale, continuando a sperimentare in autonomia.
Nel 2018 ho realizzato il mio primo corto mettendo insieme un gruppo di amici, ed è stato un po’ il mio punto di ingresso in questo mondo. Da lì abbiamo fondato la nostra società, Lapazio Film, per continuare a portare avanti dei progetti indipendenti. Una cosa vicina è stato il mio primo esperimento di scrittura cinematografica più consapevole, in un momento in cui da studente universitario iniziavo a frequentare le prime sessioni di pitch, i primi mercati, a capirci qualcosa. Il progetto di Una cosa vicina nasceva con una forma più tradizionale, di documentario basato su confronti con le persone e immagini che mostravano la città in maniera contemplativa, poi nel tempo è cambiato. Aveva bisogno di maturare e di trovare quel giusto sguardo e la consapevolezza di cui avevo bisogno, che mi permettesse poi di realizzarlo.
Una cosa vicina è stato selezionato nella sezione Panorami italiani di UnArchive Found Footage Fest, un evento concentrato sui materiali d’archivio: quanto sono stati significativi per te, per la tua elaborazione personale durante la realizzazione del film?
Sono stati determinanti, probabilmente la prima volta che ho iniziato a pensare di fare un film sulla mia storia è quando ho preso in riferimento film della New Hollywood, quelli di Scorsese in particolare, che contenevano dei passaggi d’archivio, come Toro Scatenato. Mi sembravano rivelatori, perché mi facevano sentire vicini dei personaggi che in realtà stavano dall’altra parte del mondo e in epoche distanti dalla mia.
Già da ragazzino questa fu la prima scintilla, poi ho ritrovato dei temi, dei personaggi, nei filmini di famiglia che avevo a casa che avevo avuto modo di guardare e riguardare tantissime volte. Mi hanno permesso, grazie alla presenza in casa da sempre di una videocamera a nastro, di iniziare a riordinare la realtà attraverso questo strumento magico che è il cinema (e che all’epoca era una videocamera domestica).
Da lì sono nate un po’ di cose, proprio dal guardare, in maniera anche retrospettiva, quelle immagini e provando anche a collocarle e a relazionarle con il panorama mediale che ha accompagnato la realizzazione di questo film, come i racconti sulla periferia campana, e in generale su determinati contesti sociali e criminali. Questo modo di guardare mi ha fatto venire in mente delle idee e soprattutto mi ha fatto venire la voglia di ragionare con una prospettiva ribaltata rispetto a quei racconti che stavano intanto dilagando, che si concentravano sempre sui fatti criminali, sulla costruzione di personaggi criminali che tendessero all’eroico, una cosa che un po’ mi disturbava. Mi sembrava che certi racconti tendessero a distanziare lo spettatore più che avvicinarlo e metterlo in discussione, generando in lui la domanda “cosa avrei fatto io in quella situazione?”.
Quindi anche l’idea di fare un film che partisse da questi immaginari cinematografici, ma in una maniera un po’ diversa, o comunque spostando lo sguardo, spostando tutto sulla quotidianità, sulla “normalità”, ammesso che esista una normalità, trovava un ancoramento forte anche nell’utilizzo di materiali d’archivio, che sono poi la cosa più vicina, domestica e quotidiana che avevo.
Il fatto che fossero la cosa più vicina e domestica ti spaventava oppure è stato terapeutico andare a scandagliarli, a riordinarli?
Sicuramente entrambe le cose, tutto il film è stato da un certo punto di vista terapeutico, perché mi ha permesso e costretto allo stesso tempo di fare i conti con questo grande assente, con temi sepolti sotto il tappeto per tanti anni. Lo ha permesso anche a tutti personaggi coinvolti. Questo lungo processo durato una decina di anni ha fatto sì che tutte le persone coinvolte potessero affrontare questa cosa con il dialogo, per poi decidere se metterlo da parte o se continuare a conviverci in un determinato modo.
Farlo con dei materiali così scottanti, delicati, ti mette in questione da autore, bisogna avere il giusto approccio per capire se stai raccontando la storia in una maniera accettabile e sostenibile per tutti, da una parte per le persone coinvolte, che accettano di condividere le proprie esperienze, anche quelle più intime, e dall’altra per lo spettatore.
Penso fermamente che anche lo spettatore abbia bisogno di confini netti per capire in cosa si sta inserendo e per non sentirsi a disagio, ed è stata una grande sfida del film, riuscire a non sovraesporre la mia posizione privilegiata all’interno della storia. In questo il ricorso alla fiction è stato un modo per trovare un giusto posizionamento per me, che ero allo stesso tempo un personaggio fortemente coinvolto, ma che avevo bisogno di rimanere regista, consapevole di quello che stavo facendo e sopratutto lucido. Anche l’inserimento di filtri cinematografici, come ad esempio il ricorso a due attori che interpretano la mia voce ma che non sono la mia voce, è un modo per mantenere la giusta distanza e il controllo di tutte le parti, e soprattutto, che è una cosa a cui tengo molto, anche quell’aspetto ludico del fare un film.
Le voice over sono affidate appunto a Francesco di Leva e suo figlio Mario, come hai lavorato con loro e che effetto ti ha fatto sentire quelle parole raccontate da una voce che non era la tua?
Con Francesco partivo da Z.O., che è stato una sorta di spin off e primo avvicinamento a questa produzione. Avevo già scritto sia Z.O. che Una cosa vicina tanto tempo fa, li avevo pronti ma ho avuto bisogno di tempo prima di realizzare entrambi, e quando mi stavo avvicinando alla definizione dei termini produttivi del lungometraggio tirai fuori dal cassetto il progetto di Z.O., che mi è servito per capire certe dinamiche linguistiche, la relazione tra documentario, fatti reali, le interazioni con attori e spazi e animazione. Già con Z.O., portandolo in giro, vedevo che il pubblico riconosceva una grande componente autobiografica pur non essendo così esplicita (in tutti i miei precedenti corti in realtà nascondono sempre delle ispirazioni autobiografiche nascoste dietro dei personaggi di fiction che via via progressivamente vanno svelandosi).
Nel lungo ho fatto un passo in più e l’ho esplicitato, continuando il lavoro che avevo già iniziato con Francesco nel cortometraggio. Io e lui condividiamo questa voglia di raccontare il territorio campano cercando però delle prospettive alternative. A lui interessava molto il mio forte coinvolgimento nella storia, e la volontà di ribaltare lo sguardo, e qui si è confermato ciò che era già partito con Z.O. e si è esteso a suo figlio Mario; ci è sembrata poi l’evoluzione automatica e necessaria per questo lavoro.
Sia i loro lati in comune che le differenze mi hanno permesso di esprimere al massimo i vari posizionamenti del personaggio, che si trova da appena adolescente a scoprire delle verità insostenibili, che le sfumature della voce di Mario riuscivano ad esprimere in maniera molto forte, per poi arrivare ad una consapevolezza maggiore nell’età adulta con la voce di Francesco. Ho avuto l’occasione più unica che rara di lavorare su questo personaggio che cresce negli anni con due attori che sono padre e figlio, ed è stato molto bello.
Il film è sicuramente un progetto sperimentale, è stato anche presentato in molti contesti specifici con esperti del settore e critici, invece il pubblico come ha reagito al film? Perché gli elementi autobiografici colpiscono a prescindere, al di là della forma.
Premesso che non parto mai dall’idea di utilizzare una specifica tecnica a priori, anzi semmai è il contrario, è sulla base della storia che cerco poi il linguaggio che sa esprimere meglio quella dimensione. Non ho l’idea precostituita di fare qualcosa di sperimentale, è qualcosa che viene fuori durante, ma cercando di mantenere una chiave più narrativa possibile.
Credo molto nella capacità di mantenere un flusso narrativo che conduca lo spettatore, e da questo punto di vista mi rendo conto che il pubblico la sta vivendo bene, gli spettatori rimangono colpiti, travolti da certi passaggi che stupiscono e portano a vivere emotivamente certe cose in una maniera molto intensa. Io lo considero anche un film “godibile” in una maniera tradizionale, perché il flusso narrativo viene ricomposto in una maniera abbastanza immediata, e trovo una bellissima risposta in sala, c’è sempre molto dibattito, la visione genera domande interessanti, sia sul lato tecnico che sulla sfera emotiva, il pubblico è interessato alle difficoltà pratiche umane nel portare avanti un progetto del genere. Questo tour che stiamo facendo ci sta arricchendo tanto.
Adesso a cosa stai lavorando?
Sto sviluppando e iniziando a preparare la produzione del mio prossimo lungometraggio, con cui ho partecipato qualche anno fa al Torino Film Lab e Biennale College della Biennale di Venezia. Tornerà a raccontare la periferia salernitana, che è qualcosa a cui sono molto legato, avendo anche dei punti di contatto con Una cosa vicina poiché continua a esplorare il modo in cui i bambini interpretano la realtà e anche situazioni molto complesse, il tutto stavolta concentrato solo sulla sfera infantile e in chiave totalmente fiction.

I prossimi appuntamenti in sala con Una cosa vicina: Vicenza il 4 giugno alle ore 20:45 al Cinema Odeon, Bologna l’8 giugno alle ore 21:00 al Cinema Europa in dialogo con Serato Animato e Cesare Barbieri di Approdi, Torino il 16 giugno al Cinema Massimo, Messina il 16 giugno alle ore 21:00 al Cinema Lux, Carrara il 17 giugno alle ore 16:00 all’Accademia di Belle Arti di Carrara, Catania il 17 giugno alle ore 21:00 al Cinema King, Palermo il 17 giugno al Cinema Rouge et Noir con Fabio Bobbio. Continua a seguire FRAMED anche su Facebook e Instagram.






