Hobbiton. credit: Stefano Ottaviani
Hobbiton. credit: Stefano Ottaviani

Oggi è il 22 settembre. Per gran parte delle persone è soltanto un banalissimo martedì che precede l’equinozio d’autunno, ma per gli appassionati di Tolkien è un piccolo giorno di festa. Oggi è infatti l’Hobbit Day, la giornata dedicata agli abitanti più pittoreschi e buongustai di tutta la Terra di Mezzo, giornata che coincide con il compleanno di Bilbo e Frodo Baggins.

Quest’anno la ricorrenza ha un significato ancora più speciale: nel 2026, infatti, si celebra il 25esimo anniversario dell’uscita nelle sale de Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello. Venticinque anni da quando la Terra di Mezzo è comparsa sullo schermo per la prima volta. Venticinque anni da quando la Contea, con le sue verdi colline e le sue casette incastonate nella terra, è entrata nell’immaginario collettivo di un’intera generazione. 

Per chi è cresciuto guardando la trilogia di Peter Jackson, la Contea è molto più di un’ambientazione di fantasia, è uno di quei posti che abbiamo imparato a considerare una seconda casa. Un luogo dello spirito al quale, in un certo senso, abbiamo affidato il compito di custodire la nostra innocenza. Forse è proprio per questo motivo che affrontare un volo di trenta ore per raggiungere l’Hobbiton Movie Set significa avvicinarsi a quel sottile confine tra ciò che abbiamo imparato a conoscere attraverso uno schermo e ciò che, in fondo, abbiamo sempre sentito un po’ nostro. Uno dei privilegi più grandi che posso dire di aver avuto nella vita è stato proprio quello di poter attraversare quel confine.

An unexpected journey: dalla fattoria a Hobbiton

Quando arriviamo allo Shire’s Rest è da poco passata l’alba e la prima cosa che impariamo, salendo sul pulmino verde bosco che da lì ci porterà a Hobbiton, è che, prima di diventare la Contea, questo luogo era una fattoria. Una fattoria reale e tuttora operativa, con tanto di simpatiche pecore spumose che pascolano indisturbate lungo il perimetro del sito, completamente ignare del fatto che, una manciata d’erba più in là, prende vita uno dei luoghi più iconici del cinema contemporaneo.

Hobbiton, credit: Cassandra Enriquez

Il terreno, che si estende per circa 1250 acri, appartiene alla famiglia Alexander. Leggenda narra che, nel 1998, quando il location scout di Peter Jackson individuò la fattoria come il luogo ideale per trasformarsi nella Contea, Ian Alexander fosse impegnato a guardare un’importate partita degli All Blacks. Davanti alla richiesta di prestare il proprio terreno per una produzione cinematografica milionaria relativa a The Lord Of The Rings, la sua risposta fu: “The Lord of the who?”.

Superate diverse settimane di reticenza pre-contrattuale, servirono nove mesi di lavoro (e persino il supporto dell’esercito neozelandese) per trasformare quella campagna nella Contea. Furono costruite strade, furono piantati alberi, furono seminati campi di grano e mais… e alla fine delle riprese l’intero set venne smantellato.

Qualche anno dopo, quando Peter Jackson tornò dagli Alexander per chiedere ancora una volta l’uso della fattoria per filmare Lo Hobbit, le cose andarono in maniera leggermente diversa. A distanza di anni il successo della trilogia di LOTR era più che mai evidente, e il padrone di casa non solo fu ben felice di concedere l’utilizzo del suo terreno, ma propose di ricostruire il set in forma permanente, affinché potesse accogliere i fan di tutto il mondo una volta ultimate le riprese.

Da allora, Hobbiton ha continuato a crescere di anno in anno: nel 2009 il set venne ricostruito per Lo Hobbit, poi nel 2012 divenne operativo il Green Dragon Inn e infine, dal 2023, è possibile visitare i buchi-hobbit di Bagshot Row.

Il pulmino continua a percorrere la fattoria degli Alexander mentre dagli altoparlanti parte Concerning Hobbits. Fuori dal finestrino c’è una campagna neozelandese fatta di pascoli e colline, ma bastano poche note per trasformarla in qualcosa di incredibilmente familiare. 

La nebbia del mattino comincia a diradarsi, il sole illumina il verde, e mi ritrovo a pensare che, decidendo di varcare questa soglia, mi sto assumendo un rischio non indifferente per la mia immaginazione. Perché quando insegui qualcosa per più di vent’anni, prima o poi arriva il momento di scoprire se la realtà riuscirà a essere all’altezza delle tue aspettative. L’erba della Contea l’avevo già calpestata migliaia di volte nella mia fantasia. Conoscevo le porte rotonde delle casette sotterranee, l’albero di Casa Baggins, il verde lussureggiante delle colline, il ponte che conduce a Lungacque… Ma se dal vivo quel luogo tanto rassicurante fosse sembrato soltanto un banalissimo parco divertimenti? Se la Contea fosse stata più piccola, più deludente, meno vera di come la ricordavo? 

Ebbene… non è così. Ora, la Contea è finalmente davanti ai miei occhi, ed è ancora più bella di quanto avessi mai osato immaginare.

What about second breakfast? Una mattina da hobbit

Bastano pochi passi per capire che Hobbiton non è un semplice fazzoletto di terra trasformato nella riproduzione di un luogo fittizio. Al contrario, la sensazione è quella di addentrarsi in un villaggio isolato dal mondo che però esiste da sempre e che continua a vivere di giorno in giorno con le sue piccole abitudini, anche quando le telecamere sono spente.

Appena arrivati possiamo già vedere in lontananza la collina più alta, quella di Bag End, e per raggiungerla percorriamo un lungo sentiero che attraversa l’intero vicinato, lo stesso che percorreva Gandalf con il suo carro colmo di fuochi d’artificio, accolto dalle grida gioiose dei bambini hobbit. Ed è proprio lungo questo percorso che iniziamo a renderci conto di quanto la Contea sembri abitata per davvero. 

Hobbiton. credit: Stefano Ottaviani

Ovunque, attorno a noi, è pieno di dettagli che raccontano una piccola storia: ci sono orti coltivati con cura, verdure pronte per essere raccolte, panni stesi ad asciugare… Davanti alla casa di Sam Gamgee alcune api svolazzano tra i fiori, mentre davanti a quella dell’apicoltore sono esposti dei barattoli di miele. Il panettiere ha preparato un banchetto con delle pagnotte dall’aria invitante e vicino al laghetto, dove alcune papere stanno facendo il bagno, troviamo un minuscolo sgabello con dell’altrettanto minuscola attrezzatura da pesca.

Arrivando a Bag End, impariamo poi un altro piccolo dettaglio curioso: l’unico albero artificiale di Hobbiton è proprio quello che sovrasta la collina sotto cui vivono i Baggins ed è stato realizzato interamente con foglie di seta, dipinte a mano una per una. 

Da quassù la vista è ancora più suggestiva. La Contea si estende a perdita d’occhio davanti a noi, spingendosi fino a Lungacque e ancora oltre, con le sue verdi collinette punteggiate di porticine rotonde. Da alcuni camini si alza un rassicurante filo di fumo bianco e, per alcuni secondi, possiamo quasi credere che qualcuno sia davvero lì dentro ad armeggiare in cucina per preparare una sontuosa seconda colazione.

No admittance except on party business

Ci troviamo proprio davanti all’iconico cartello “No admittance except on party business” e viene quasi spontaneo pensare che sia proprio a causa di questo imperioso divieto che non possiamo entrare a curiosare negli interni di Casa Baggins. Se Bilbo e Frodo vivessero davvero qui, probabilmente non sarebbero molto felici all’idea di ritrovarsi ogni giorno con dei forestieri curiosi davanti alla porta.

Poco male, perché è arrivato il momento di tornare verso Bagshot Row, la stessa via dove abita Sam Gamgee, e scopriamo che possiamo invece entrare in una delle abitazioni dei suoi vicini di casa. Sono due, infatti, i buchi-hobbit costruiti per accogliere i visitatori e noi avremo l’onore di scoprire com’è fatta la dimora della famiglia Proudfoot (Tronfipiede secondo la traduzione italiana storica).

Dall’alto del mio metro e sessanta riesco a varcare la porta piuttosto agevolmente, mentre i più alti sono costretti a chinare la testa per evitare di sbattere contro l’architrave in legno. Appena attraversato lo stretto tunnel d’ingresso, veniamo abbracciati dalla luce calda e accogliente di un camino sempre acceso. Nel piccolo salotto c’è tutto ciò che ci si potrebbe aspettare di trovare nella casa di un hobbit: libri e giochi da tavolo, gomitoli di lana e ferri per lavorare a maglia.

Sulla parete del camino è esposto l’albero genealogico della famiglia, mentre curiosando sugli scaffali scopriamo che i Proudfoot si sono fregiati di alcuni trofei decisamente curiosi: secondo posto per Migliore Verdura, Miglior Canzone sulle Api e Maialino Più Carino della Contea. C’è persino una minuscola culla e, poco distante, la cuccia di un cane. Ogni cosa sembra essere stata lasciata esattamente al proprio posto, come se i padroni di casa dovessero tornare da un momento all’altro.

Hobbiton, credit: Cassandra Enriquez

In bagno troviamo persino una copia dello Shire Reckoning, il giornale locale degli Hobbit, con una prima pagina dedicata alla stagione del raccolto e a un importante evento di cui non avevo mai sentito parlare prima d’ora: il Grand Ol’ Potato Gala, in cui verrà premiato il tubero con la faccia più convincente. Sì, esatto, proprio la faccia. A quanto pare, il premio più ambito di quest’anno consiste in una pinta di birra e un paio di calzini di lana. È una trovata simpatica, ma anche perfettamente riuscita, perché suggerisce l’idea che gli Hobbit abbiano una vita anche quando noi non li guardiamo. Hanno il bucato da stendere, il raccolto da aspettare, il pane da sfornare… e una festa delle patate a cui prepararsi. La Contea, in fondo, non è un luogo dove accadono grandi cose, e forse è proprio per questo che l’amiamo così tanto.

Il tour prosegue tra case, orti e sentieri e finalmente attraversiamo il ponte accanto al vecchio mulino per entrare a Lungacque e fare una tappa al Green Dragon Inn, dove ci viene offerta una birra della gamma Southfarthing, prodotta appositamente per Hobbiton e acquistabile solamente qui. 

Il rapporto tra Hobbit e birra, del resto, era già presente durante le riprese. Per le scene della festa di compleanno di Bilbo, Peter Jackson voleva infatti che l’atmosfera fosse il più possibile autentica e che gli attori bevessero birra vera. C’era però un problema non trascurabile: come si poteva filmare per ore senza rischiare di ritrovarsi con un intero manipolo di attori sbronzi? La soluzione venne affidata a un birrificio di Christchurch che formulò così la ricetta della SobeRing Thought, una stout prodotta esclusivamente per il cast e con una gradazione alcolica dell’1%. Era abbastanza scura e schiumosa da essere credibile davanti alla telecamera, ma abbastanza leggera da permettere agli hobbit di festeggiare il compleanno di Bilbo senza trasformare il set in una baraonda fuori controllo.

Ma il momento più atteso deve ancora arrivare. Il nostro è il Second Breakfast Tour e, dopo la tappa al Drago Verde, ci aspetta una vera e propria seconda colazione al Millhouse. La tavola è apparecchiata con cura, con candele a illuminare la sala e una quantità di cibo che renderebbe orgoglioso qualsiasi hobbit: uova, formaggi, salumi, frutta, salsicce, pancetta e, naturalmente: PA-TA-TE! Dopo aver passato la mattina a osservare come vivono gli Hobbit, finalmente possiamo goderci noi stessi un momento da veri Hobbit, sedendoci a tavola e gustandoci il banchetto di metà mattina in un clima disteso e conviviale.

Not all those who wander are lost

Hobbiton Movie Set è soltanto una delle ragioni per cui la Nuova Zelanda è diventata una meta di pellegrinaggio per gli appassionati de Il Signore degli Anelli. Il fenomeno rientra in quello che oggi chiamiamo cineturismo, una forma di viaggio sempre più diffusa che ci spinge a visitare i luoghi che sono stati protagonisti di film e serie.

Forse però, quando viaggiamo per il cinema, non cerchiamo soltanto un luogo fisico, ma soprattutto un’immagine che abbiamo costruito nella nostra mente. Prendiamo un paesaggio reale, lo rimodelliamo in qualcosa di immaginario e poi, paradossalmente, percorriamo decine di migliaia di chilometri per ritrovare quell’immaginario nella realtà. 

In Nuova Zelanda questo meccanismo ha assunto una dimensione unica nel suo genere. La trilogia di Peter Jackson ha legato il Paese alla Terra di Mezzo in modo così radicato che questa associazione è entrata anche nella sua promozione turistica, tanto che, nel 2012, Tourism New Zealand lanciò la campagna “100% Middle-Earth”.

Questo, però, non significa che la Nuova Zelanda sia diventata la Terra di Mezzo. Significa, piuttosto, che il cinema ci ha spinto a guardare la sua geografia attraverso una lente nuova. Ed è qui che il viaggio compie, in qualche modo, un’inversione di rotta. Si parte per vedere i prati della Contea, le rocce vulcaniche di Mordor, le valli di Rohan, e poi ci si ritrova a scoprire Aotearoa, la Nuova Zelanda che respira dietro quella visione. La Terra di Mezzo diventa così una vera e propria terra di mezzo, un territorio liminale tra realtà e immaginazione, oltre la quale si apre uno spazio pulsante di vita propria.

There and back again

È infine arrivato il momento dei saluti. Ci lasciamo alle spalle Hobbiton e torniamo sul pulmino che ci riporterà nel mondo reale.

Parte The Breaking of the Fellowship. E non posso negarlo: mi viene da piangere. La musica accompagna la fine di questo viaggio con una dolcezza che ha qualcosa di crudele. Intanto, fuori dal finestrino, le pecore sono ancora lì a brucare pigramente l’erba, del tutto incuranti del nostro addio. 

La nostra giornata alla Contea è finita e sono già nostalgica all’idea che questo momento, proprio questo, non tornerà mai più. In fondo, però, che cos’è la Contea? È una casa calda e accogliente, un albero sotto cui sedersi con un libro in mano, qualcuno con cui condividere una tavola apparecchiata e una birra schiumosa, qualche ora da perdere in cose che non servono a nulla… Il punto è che non c’è niente di straordinario nella vita della Contea. Ed è proprio per questo che continuiamo ad amarla, perché ci ricorda quanto può essere preziosa una vita fatta di piccole cose, che poi tanto piccole non sono, né tanto meno scontate. Un posto in cui tornare, una persona con cui ridere fino a tardi, una mattina lenta senza niente di urgente da fare. 

Tra poco saremo lontani dalla Contea. Tra poco torneremo nel mondo reale. Ma forse un po’ di questo modo di abitare il tempo possiamo provare a portarcelo a casa.

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Cassandra Enriquez
Classe 1993, diplomata in Sceneggiatura presso la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Il mio imprinting col cinema è avvenuto all’età di dieci anni, facendo zapping alla TV e capitando casualmente sulla versione estesa de La Compagnia dell’Anello. Tutto ciò che è capitato dopo è in qualche modo legato a quella sera di zapping: il desiderio di lavorare col cinema, la voglia di imparare le lingue (dopo tutto Tolkien era un linguista), la smania di viaggiare, la passione per le belle storie… Sono affascinata da tutto ciò che riguarda l’arte dello storytelling e il mio sogno più grande è quello di vivere la mia vita dividendomi tra una bozza di Final Draft e una manciata di biglietti aerei di sola andata.