
Regista eclettico e imprevedibile, estraneo alle mode e alle convenzioni, Maurizio Nichetti si colloca all’incrocio dei linguaggi della modernità: dal teatro (“sono il mimo più loquace che conoscevo”) al cinema, dalla televisione alla pubblicità, fino alla didattica e al web. Autore in costante evoluzione, capace di ampliare continuamente i propri orizzonti espressivi, Nichetti sa anche farsi artigiano, quando necessario, grazie alla profonda conoscenza dei meccanismi e dei segreti della «macchina cinema».
Colto senza essere necessariamente cinefilo, politico senza scadere nell’ideologia, è rimasto sempre fedele alla propria identità artistica, senza mai cedere alla ripetizione o al cliché.
Nichetti e la serialità
A quasi mezzo secolo dall’uscita di Ratataplan, il film che lo impose all’attenzione internazionale dopo un lungo apprendistato al fianco di Bruno Bozzetto, tra i padri dell’animazione italiana, ripercorrere oggi il percorso di Nichetti nel mondo dell’audiovisivo significa riscoprirne non soltanto la profonda originalità, ma anche la rilevanza del pensiero teorico e la sorprendente attualità della sua ricerca. Questi e molti altri i contributi raccolti in Maurizio Nichetti. Il cinema e oltre (Marsilio), volume a cura di Pedro Armocida e Gabriele Gimmelli e presentato nella cornice di Roma Lazio In Serie, la vetrina della serietà italiana in concomitanza con la Festa del Cinema di Roma presso l’Auditorium Parco della Musica.
Erano presenti all’AuditoriumArte Maurizio Nichetti in dialogo con Giulio Sangiorgio e Pedro Armocida, dove si sono aperte le danze parlando del rapporto di Nichetti con la serialità:«La mia serialità l’ho applicata con Mammamia! (2003-2004), trenta film di otto minuti senza dialoghi, dove una mamma, Angela Finocchiaro, doveva accompagnare i figli a scuola tutte le mattine dall’asilo al liceo. È una serie che mi è piaciuto molto realizzare per Rai 2, con un ottimo ritorno di audience, finendo però per danneggiare gli ascolti di Rai1. Mi spiace solo che era un prodotto già pronto per essere venduto all’estero, ma mi è stato risposto che in Italia si producevano solo partite di calcio e opere liriche…».
Noto per la sua visione avanguardista, a tratti pure profetica, a Nichetti è stato chiesto un commento sull’intelligenza artificiale e le preoccupazioni che l’accompagnano:«Io sono ottimista di carattere, e le cose nuove le vedo sempre positivamente…all’inizio. (…) Per quanto riguardo riguarda il suo utilizzo per le serie, un campo in cui la duplicazione del format è fondamentale, io ho paura che l’intelligenza artificiale potrà far tanto. E questo metterà a rischio delle professioni che saranno sostituite e accelerate in maniera clamorosa».
Sull’input di Ladri di saponette (1989), si è passato al suo rapporto con la televisione:«La mia serialità più grossa l’ho fatta in televisione: ho fatto dodici serate di Quo vadiz (1984) e cinquantaquattro contenitori di Pista! (1986-1987)…serialità che ti segnano la vita. Quando parli per tre ore – continua Nichetti – davanti alla luce rossa di una telecamera che registra in diretta non torni più indietro. Ho imparato a “parlare” lì, perché la diretta televisiva è fatta di imprevisti. Tu puoi imparare a memoria il copione che vuoi, ma poi spunta l’ospite nuovo, la scaletta cambia».
Ripensando ai suoi esordi Nichetti ha in mente di tornare a teatro:«Ho scritto qualcosa che uscirà nei prossimi mesi, il 26 di gennaio all’Auditorium, dove racconto a un ragazzo che me lo chiede come cominciare. Il segreto è far vedere l’entusiasmo malgrado l’età che uno ha: se io sono sopravvissuto cinquant’anni in questo mondo, ho fatto i film che ho voluto io, belli o brutti che fossero. A un ragazzo io consiglierei di fare una cosa con passione, che ti piace e che, con il tempo, non ti vergogni di aver fatto. Questa – conclude – credo che sia una grande soddisfazione per chi lavora nel nostro campo: voltarsi indietro e dire “io quel film lo avrei fatto comunque così”».






