
Presentato all’Italian Pavilion al Lido di Venezia durante l’83esima Mostra del Cinema di Venezia, Straordinaria è il cortometraggio diretto da Antonio Maria Castaldo e prodotto dal Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Nel cast del corto ci sono Pietro De Silva, Daniela Piperno, Antonio Rocco, Marco Signoretti, Beatrice Gattai, Jessica Zanocco, Francesco Falchetto, Oreste Di Salvo, Francesco Pio Romano.
Dopo In Re minore, il regista torna con un lavoro che si concentra su come la sicurezza sia una responsabilità di tutti, realizzandolo attraverso il linguaggio della commedia, che diverte chi guarda portandolo in un contesto più che familiare (una riunione di condominio), e usandolo come pretesto per mostrare mancanze e conseguenze di azioni svolte con superficialità. Ha raccontato a FRAMED come la forma riesca a incidere fortemente sul messaggio, specialmente quando riguarda tutti noi.
Straordinaria è un’opera che fa riflettere, ma che soprattutto diverte: come nasce l’idea di usare il linguaggio della commedia?
Il corto nasce da un’esigenza: raccontare qualcosa di serio, che ha a che fare con l’impegno civile, senza la presunzione di voler insegnare qualcosa a qualcuno. Un autore, e l’arte in generale, non dovrebbe mai salire su un piedistallo e impartire lezioni. Quando succede, il racconto perde la sua forza. Chi scrive ha la responsabilità di raccontare il mondo attraverso i suoi personaggi, le loro contraddizioni, le loro debolezze e le loro scelte. Senza giudicarli.
La commedia è uno degli strumenti più potenti per farlo. Sa raccontare le cose più serie attraverso il ridicolo e mettere a nudo le contraddizioni dell’essere umano senza bisogno di spiegarle. In Straordinaria abbiamo scelto un’assemblea condominiale, un luogo in cui le piccole miserie umane, gli egoismi, le paure e le assurdità quotidiane diventano inevitabilmente comiche.
Ma dietro le risate c’è una questione molto seria: le conseguenze che le nostre scelte, anche quelle apparentemente più insignificanti, possono avere sulla vita degli altri. Mi piace pensare che la commedia abbia proprio questa forza: farci abbassare le difese con una risata e, quando meno ce lo aspettiamo, metterci di fronte a una verità che, raccontata diversamente, forse non avremmo voluto vedere.
Spesso è molto più complicato far ridere che commuovere, proprio per questo la scrittura del corto, assieme alla scelta del cast, è vincente. Come hai lavorato sui dialoghi?
Il confine tra tragedia e commedia è sottile. A volte cambia soltanto il punto di vista. Il primo istinto è raccontare il dramma, perché ciò che ci ferisce ha un bisogno più urgente di essere raccontato. Scrivere una commedia, invece, è come aver già attraversato quel dolore e averlo elaborato fino a riuscire a riderci sopra. Per questo far ridere è più difficile che commuovere: richiede distanza dalle cose e una buona dose di capacità di non prendersi troppo sul serio.
In questo, se posso dirlo, la romanità è maestra. Vivo a Roma da dodici anni, e se c’è una cosa che ho imparato da questa città è proprio questa: affrontare la vita, anche nei momenti più complicati, con l’ironia, la battuta, il paradosso. Basta entrare in un bar, sedersi al ristorante, ascoltare una conversazione per strada, e i dialoghi sembrano nascere da soli.
Siamo partiti da questa osservazione della quotidianità. Volevamo che i personaggi parlassero come persone vere, con le loro piccole ossessioni, le loro contraddizioni, le loro battute involontarie. In questo i tre sceneggiatori del corto sono stati eccezionali. Si vede che passano molto più tempo nei bar e per strada che a lavorare.
Anche Straordinaria, come il tuo lavoro precedente, è prodotto dal Corpo dei Vigili del Fuoco. Come hanno partecipato effettivamente alla resa finale e che prima risposta hai avuto da loro?
Dopo i tragici fatti di Crans-Montana, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco si è interrogato su come rafforzare la cultura della sicurezza e della prevenzione, cercando di raggiungere il maggior numero possibile di persone. Sono nate così diverse iniziative di sensibilizzazione: campagne istituzionali, sui social, in televisione.
Anche alla luce delle nostre precedenti collaborazioni, mi hanno chiesto di realizzare un cortometraggio su questi temi. Fin dall’inizio hanno dimostrato grande sensibilità e una notevole apertura: quando ho proposto la sceneggiatura di una commedia, la risposta è stata subito positiva. Non è affatto scontato. Significa che un’istituzione che per sua natura si confronta ogni giorno con il dramma e le sue conseguenze riconosce la forza di un linguaggio come quello della commedia. Del resto, la commedia è una delle più grandi tradizioni artistiche italiane: per decenni ci ha permesso di raccontare vizi, virtù e contraddizioni della nostra società. E il Corpo è fatto di uomini e donne che appartengono a questa stessa cultura.
Ho trovato significativo che un’istituzione abbia deciso di fidarsi della nostra scelta artistica, senza chiedere di addolcirla o di renderla più convenzionale. È stata una scelta coraggiosa, che non tutte le istituzioni avrebbero avuto la sensibilità di fare. E, da quello che mi è arrivato, pare che il risultato sia piaciuto un sacco.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ho raccontato spesso il mondo dei Vigili del Fuoco, che conosco molto bene, ma non vorrei essere definito soltanto da quello. Anche se nelle ultime settimane ci sono stati diversi incontri per cominciare a ragionare su un film e su quella famosa serie che tutti, prima o poi, mi dicono che dovrei fare.
La verità è che mi interessano anche altri mondi, altre storie. Mi interessa la verità, non come semplice verosimiglianza, ma come responsabilità di raccontare il presente attraverso storie capaci di parlare a tutti. Vorrei offrire allo spettatore uno sguardo, magari una luce diversa, sulla nostra società, sulle nostre contraddizioni, sul nostro tempo.
In questo momento sto lavorando a diverse storie. Una è un lungometraggio ambientato a Napoli, a cui tengo particolarmente. Racconta di una donna che ha inseguito per tutta la vita il sogno di diventare cantante e che, proprio quando pensa che sia ormai troppo tardi, si ritrova davanti a una nuova possibilità. Il progetto è stato opzionato da un’importante società di produzione e spero possa andare avanti. Poi, con la mia amica e co-autrice Jo Lattari, abbiamo vinto un bando di scrittura del Ministero della Cultura per Un’ora, un mondo, una serie documentaria dedicata alla scuola.
Infine sto scrivendo un film sull’identità: su ciò che siamo e su quanto il mondo che ci circonda contribuisca a definirci. È ancora un soggetto, quindi è presto per raccontarlo. Ecco, vorrei quantomeno riuscire a essere interessante per chi decide di dedicare due ore della propria vita a guardare un mio film. Mi sembra già una bella responsabilità.
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