Amsterdam
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Star-studded, è questa la parola che si usa a Hollywood quando un film è così pieno di grandi nomi da doverli strizzare nella locandina ed è questa anche la prima caratteristica di Amsterdam. È il primo film di David O. Russell dopo sette anni di silenzio. Il suo Joy, infatti, risale all’ormai lontanissimo 2015 e nel frattempo il mondo è cambiato in modi imprevedibili, anche in Occidente: da Trump, al Covid fino al conflitto alle porte dell’Europa. È solo osservandolo da questo punto di vista, come un racconto che arriva in un momento di disordine internazionale, che il caos di Amsterdam acquista senso, come anche conferma la decisa svolta politica che diventa esplicita nel finale.

Alti e bassi

C’è qualcosa che non funziona in Amsterdam e che forse è bene chiarire subito: David O. Russell, soprattutto nella prima metà, si diverte a dirigere delle interpretazioni caricate, quasi caricaturali di personaggi nati per il dramma e poi destinati alla commedia, se così si può dire.

Il tormento della guerra, dei traumi, delle cicatrici, della perdita di un posto nel mondo è volutamente annacquato dietro dialoghi “verbosi”, straripanti di parole spesso inutili al cospetto del talento attoriale di chi le pronuncia. Il risultato è la sensazione di un film che si prende gioco del pubblico, trattandolo da sprovveduto a cui tutto deve essere spiegato. O forse è solo un trucco, intelligente e furbo, per far sprofondare gli spettatori in un disordine mentale che rispecchia quello dei personaggi e persino quello del contesto socio-politico in cui tutto avviene.

Cosa racconta Amsterdam

Amsterdam è infatti la storia – liberamente ispirata a fatti realmente accaduti – di tre veterani che sventano un golpe negli Stati Uniti. Siamo negli anni Trenta, in Italia Mussolini è già al potere, in Germania la creazione del Terzo Reich è molto vicina. Negli USA iniziano a diffondersi delle strane cliniche in cui gli afroamericani e le fasce più deboli della popolazione sono sottoposti a castrazione forzata (e questa sì, è una delle verità storiche del film). Il suprematismo bianco, in altri termini, vuole prendere il potere, ma tutto ciò avviene soltanto nella seconda metà.

Ciò che viene prima è la storia appunto dei tre veterani: il medico Burt  (Christian Bale), l’avvocato  Harold (John David Washington) e l’infermiera Valerie (Margot Robbie). Tre persone che hanno conosciuto la morte da vicino, hanno visto la guerra e la violenza portarsi via parti essenziali di sé e che per questo decidono di fuggire insieme ad Amsterdam.

La città che dà il titolo al film, dunque, è un luogo dell’anima dove la felicità almeno per qualche anno sembra di nuovo possibile: un’utopia, nel senso forse più letterale possibile.

La felicità ad Amsterdam e il mistero spaventoso in patria

Gli Anni Venti dei flashback, vissuti e raccontati dai tre protagonisti sono quindi anni di pura gioia, di arte, di sperimentazione e di vita. Sono i momenti forse più poetici del film, quelli in cui ci si vorrebbe tuffare attraversando lo schermo, complici anche le straordinarie scenografie e i costumi.

Abbandonando però i ricordi e tornando al tempo presente della storia, circa un decennio dopo, un mistero minaccia Burt e Harold, a loro insaputa coinvolti in una macchina da guerra che si è avviata nuovamente. Svelare di più sarebbe però un fastidioso spoiler. Vi basterà sapere che in questo mistero, che parte da un omicidio, sono coinvolti nomi del calibro di Rami Malek, Mike Meyers, Matthias Schoenaerts, Michael Shannon, Anya Taylor-Joy, Zoe Saldaña e naturalmente Robert De Niro.

A De Niro, in particolare, è offerto un ruolo che allinea e sovrappone il personaggio all’attore, facendo da megafono a tutto ciò che dal 2016 in poi lui stesso ha detto contro Donald Trump. A lui è cioè affidato il messaggio ultimo e dichiaratamente antifascista di Amsterdam. Un film sorprendentemente politico, esteticamente gratificante come pochi, ma anche un bel po’ incasinato.

Dategli comunque una chance in sala.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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