John David Washington in BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018) - Credits: Universal Pictures
John David Washington in BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018) - Credits: Universal Pictures

Attraverso il filtro estremamente soggettivo della visione di Spike Lee, BlacKkKlansman racconta l’America di Trump, di Charlottesville e del nuovo suprematismo bianco. Sferra una critica senza via di scampo all’ipocrisia del presente. E lo fa attraverso una costruzione precisa e metodica, apparentemente leggera, invece intrisa di ideologia e politica.

L’ironia dell’uomo nero nel Ku Klux Klan

Lee sceglie di raccontare l’incredibile storia vera di Ron Stallworth, poliziotto afroamericano infiltrato sotto copertura nel Ku Klux Klan. Il regista e co-sceneggiatore si aggancia all’assurdità intrinseca di questa vicenda per ritrarre situazioni estreme, la cui unica chiave di lettura plausibile è l’ironia, inseparabile a tratti dalla satira sociale. La realtà oltrepassa l’immaginazione già nelle premesse della storia raccontata, non stupisce allora che per raccontarla sia necessario arrivare al parossismo.

Accettando tale presupposto di ribaltamento delle coordinate convenzionali di lettura e comprensione della realtà, è più semplice rapportarsi all’esagerazione del linguaggio e alla caratterizzazione dei personaggi. Di fronte allo spettatore, infatti, si sviluppano dei protagonisti volutamente incompleti, approfonditi più nella loro valenza sociale e collettiva che nelle loro psicologie. Stallworth, per esempio, interpretato da John David Washington, è definito principalmente dalla sua identità culturale e nella sua immagine di hippie-soul.

John David Washington in BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018) - Credits: Universal Pictures
John David Washington in BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018) – Credits: Universal Pictures

Allo stesso modo anche la controparte femminile, Patrice (Laura Harrier), è un archetipo, la studentessa radicale e idealista, strumento attraverso cui esprimere le istanze ideologiche più urgenti e schierate del film. Il personaggio di Flip (Adam Driver) e la sua personale scoperta della violenza razzista, invece, è l’appiglio del pubblico generalista, estraneo alle esperienze narrate. Al tempo stesso incarna la reazione idealmente necessaria dello spettatore, ossia l’impossibilità di rimanere indifferenti all’odio ingiustificato di cui si è testimoni, diretti o indiretti.

BlacKkKlansman e l’aggancio all’attualità

Il pubblico, attraverso BlacKkKlansman diventa appunto il testimone mediato di una realtà che non potrà e non dovrà, secondo Lee, più guardare con gli stessi occhi e con la stessa superficialità. Per questo motivo il film sembra diventare a tratti un vero e proprio comizio politico o una lezione di politiche della rappresentazione e African American studies in chiave pop.

I riferimenti alla contemporaneità sono poi inequivocabili e sfruttati intelligentemente da Lee che si adatta a un pubblico forse più ampio e mainstream del solito. Una necessità dettata dall’urgenza del suo messaggio (contro Trump) su un piano internazionale. Il film è stato infatti presentato a Cannes, dove ha vinto il Grand Prix 2018. Ciò non significa, tuttavia, che non vi siano dei riferimenti culturali espliciti e diretti al solo pubblico afroamericano. Oltre alla celebrazione della blackness e della black beauty e all’uso dell’immaginario musicale e modaiolo black, BlacKkKlansman è costellato di simboli culturali estremamente specifici. Dall’afro comb alla peacock chair, passando attraverso tutte le citazioni di personaggi, celebrità, film e registi che hanno contribuito alla creazione della Black culture.

John David Washington in BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018) - Credits: Universal Pictures
John David Washington in BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018) – Credits: Universal Pictures

BlacKkKlansman può dunque dare l’impressione di essere un film di compromesso, in cui l’autoreferenzialità di Lee si piega alla necessità di ampliare la diffusione del messaggio. In realtà rimane radicalmente black oriented, celando attraverso l’ironia e il sarcasmo tutta la rabbia sociale e personale che lo ha generato.

Il pubblico black è posto da Lee in una condizione di conoscenza e comprensione sempre superiore rispetto al pubblico generalista. Quella che distrattamente può sembrare una virata troppo netta del suo stile, in realtà è un grande esempio di empowerment dello spettatore afroamericano. Da un lato è un modo per vedere se stesso sullo schermo, e le maggiori questioni sociali che lo riguardano, in un film destinato alla massima distribuzione internazionale. Dall’altro è un risarcimento morale. È il piacere di vedere le logiche del suprematismo bianco ridicolizzate e pubblicamente annientate dalla storia di un black man qualunque, un uomo ordinario che casualmente diventa l’eroe di una storia in cui, però, è finalmente più facile identificarsi.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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