BONES AND ALL (2022)
BONES AND ALL, Luca Guadagnino, a Metro Goldwyn Mayer Pictures film. Credit: Yannis Drakoulidis / Metro Goldwyn Mayer Pictures © 2022 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc. All Rights Reserved.

“I want to say to the jury: you do believe that there is a space in the world of love for monsters. Thank you for this”.

Questa una delle frasi con cui Luca Guadagnino ha ringraziato la giuria della Biennale di Venezia 79 per la vittoria del Leone d’Argento alla Miglior Regia per il film Bones and All.

Storia tratta dall’omonimo romanzo di Camille DeAngelis, Bones and All è la storia di una ragazza abbandonata a sé stessa (Taylor Russell) che, come ultima risorsa, decide di imbarcarsi in un viaggio attraverso gli Stati Uniti degli anni ’80, per ritrovare sua madre (Chloé Sevigny) e, dunque, le origini della sua solitudine. In questo percorso rocambolesco, scoprirà di non essere l’unica “diversa”, conoscendo molti altri con lo stesso stigma, come il misterioso e violento Sully (Mark Rylance) e il bello e carismatico Lee (Timothée Chalamet), anch’egli fondamentalmente solo e alla ricerca di un posto nel mondo.

Il ritorno di Guadagnino

Il regista di Chiamami col tuo nome, dunque, torna sul grande schermo con un film che, seppur trattando di cannibalismo (questo il tratto anomalo che accomuna le figure di Bones and All), si mantiene in realtà in un terreno più prossimo al genere coming of age che all’horror, immaginando la fame di carne umana in maniera non dissimile da una malattia o disfunzione.

Tra scene splatter e brutali, emerge con forza infatti la storia di due adolescenti, Maren e Lee, soli ed esclusi, mostri per dolo e colpa, in realtà perfetti portatori di quel bisogno di ricerca di risposte e appartenenza che accomuna chiunque alla soglia della vita da adulti.

Guadagnino, quindi, riprende un discorso già avviato da altri colleghi prima di lui (si pensi, seppur con le dovute differenze, al film di Del Toro The Shape of Water) in cui la mostruosità è solo la metafora ideale per descrivere l’isolamento sociale, il trattamento da reclusi e reietti che il mondo ancora riserva a chiunque percepisca come diverso e “pericoloso” senza prendersi la briga di ascoltare e “vedere”.

BONES AND ALL (2022)

Crudeltà e innocenza

Dando voce alle figure stigmatizzate e alienate, viene fuori una parabola decadente in cui ognuno è alla ricerca del suo posto del mondo e del suo modo per essere amato ed accettato, il tutto attraverso una visione romantica e sensibilissima non solo dei personaggi ma anche dello sfondo che li accompagna in questo percorso interiore e non.

Tra paesaggi incontaminati e sfondi di un’America volutamente non considerata dalle narrazioni principali, Bones and All richiama un po’ il lavoro di Zhao in Nomadland, nel proiettare l’immensità della natura ancora misteriosa e isolata degli USA come appendice della invisibilità imposta ai suoi personaggi, rendendo chiaro però che, a differenza del film di Zhao, qui non ci sia rivalsa e riappropriazione di questa non conformità alle regole generali, ma dolore, paura, lotta e tanta tanta speranza.

In un racconto che sfrutta temi e sequenze cruente solo per giustapporli a piccoli frame semplici e innocenti come solo l’amore può e sa essere, Bones and All ci offre una delle regie più sensibili viste negli ultimi anni, in grado quasi di ascoltare quello che deve essere proiettato prima ancora di metterlo in scena. Ma è anche la rappresentazione di una battaglia per un proprio posto, un proprio scopo e un proprio IO.

I mostri ci circondano in mille modi e in mille modi ci ricordano che noi stessi lo siamo e questo film ci esorta a capire che non c’è niente di sbagliato in tutto ciò.

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