
Probabilmente già uno dei film più divisivi nuova stagione cinematografica, “Cime Tempestose” di Emerald Fennell, spinto da una pubblicità onnipresente, e poi sezionato, analizzato, ma anche adorato, o detestato, da un pubblico che si è nettamente separato tra ammiratori e contestatori, arriva il 31 marzo su Sky Primafila.
Perché guardarlo se ancora non l’hai fatto? Per capire la tempesta mediatica che ha scatenato, per comprendere l’obiettivo di una regista che ha voluto stravolgere qualsiasi certezza riguardante la storia originale, ma soprattutto per parlarne con cognizione di causa, perché la decostruzione attuata in “Cime Tempestose” sfiora più l’ambito sociologico che quello conematografico.
Quelle audaci e furbe virgolette
L’attenzione su quelle virgolette è stata predominante: Emerald Fennell dichiara immediatamente che la storia che porta al cinema non è il Cime Tempestose di Emily Brontë. Al di là del fatto che il risultato finale avrebbe forse meritato (o lo avremo meritato noi spettatori) un titolo completamente diverso, non è un problema che la sua trasposizione rimoduli la narrazione del romanzo, elimini alcuni personaggi, stravolga il senso di alcune azioni a favore di un’estetica predominante cara alla regista di Saltburn, perché chiunque può dare la propria interpretazione e questa è quella carica di sentimenti problematici che esplodono in fase adolescenziale lasciando solo polvere e vittime.
Ciò che risulta “problematico” è la semplificazione estrema che appiattisce la storia nella sua interezza, spazzando via complessità, sfumature, retroscena, dando in pasto al suo pubblico una banale storia d’amore e sesso con due protagonisti odiosi, che annoia a dire il vero, soprattutto in momenti in cui non dovrebbe. La questione su cui discutere è quindi la povertà di contenuti con cui Fennell vuole dichiarare la sua visione del libro, una visione legata al momento in cui l’ha letto, all’adolescenza, all’iperbolica percezione dell’amore e della sofferenza, su questa linea ci schiaffa due attori così belli da sembrare finti, Margot Robbie e Jacob Elordi, e porta a casa questa tragedia amorosa fatta di metafore visive e sequenze da TikTok.
L’inizio perfetto, smentito dal resto
Nella parte iniziale del film risiede però l’anima più pura e preziosa di una narrazione che procede determinata verso una deriva emotiva: vediamo la nascita della relazione tra Catherine bambina (interpretata da Charlotte Mellington) e Heathcliff, che ha il volto del promettente giovane attore britannico Owen Patrick Cooper, che il pubblico ha conosciuto grazie al suo ruolo nella miniserie Adolescence.
Prima quasi fratelli, poi padrona e servo, infine spettatori di uno spettacolo morboso che li perseguiterà come una spinta erotica per tutta la loro esistenza. Meno patinati degli attori che li interpreteranno da adulti, quando i sogni e le speranze avranno ormai ceduto il posto al risentimento e l’incertezza, i giovani protagonisti portano con sé una verità che brilla per pochi minuti, che funziona come incipit ma che manca poi durante l’intera visione. Dopo la loro sincera dichiarazione il film cambia codici, e finisce per costituirsi come l’alternanza di videoclipponi dall’estetica accattivante (e incredibilmente già vista) a noiose (e morbose) dichiarazioni tra i due “amanti” tormentati, vittime delle proprie azioni, esseri umani con cui, nonostante tutto, è complicato empatizzare.
Come se “Cime Tempestose” fosse concepito per due tipi di spettatori completamente distanti, prova a trovare un legame tra la dolcezza della prima parte e la spietata euforia della seconda, dove l’estetica iperbolica prende il sopravvento e, tra fragoloni e gioia anestetica si perde il racconto, lasciando spazio solo al ritmo forsennato di input visivi senza alcuna sostanza narrativa.
A rimetterci non sono solo Cathy e Heathcliff, bensì tutti i personaggi, che vengono privati della loro tridimensionalità diventando figurine piatte, ma con abiti e make up così fuori dalle righe da dettare moda, confermando l’intento di un involucro intessuto di pizzi e lustrini, ma in fondo vuoto e nero come la fine che aspetta il grande amore raccontato.

In breve
Cime Tempestose non è mai stata una storia d’amore, neanche nelle parole che l’hanno forgiata, quelle di Emily Brontë. L’attrazione, il senso di potere, la rivalsa sociale di Heathcliff e le azioni sbagliate di Catherine, costituiscono il vero nucleo di un racconto che più volte è stato adattato, quasi mai (per fortuna) rispecchiando passo passo il romanzo, bensì di volta in volta riflettendo il sentire del momento, come nel caso del film del 1992 diretto da Peter Kosminsky, così cupo e imperfetto, ma anche perfettamente inserito nella cinematografia degli anni ’90.
Forse per questo il “Cime Tempestose” di Emerald Fennell trova il suo spazio di apprezzamento in gran parte del pubblico che ne ha intessuto le lodi (o che è tornato in sala per una seconda e una terza visione); è il punto di vista interpretativo, totalmente personale, di una regista che lesse il romanzo da adolescente, e che nel film riporta quelle emozioni. Ma è anche per questo che trova aspre critiche da parte di chi non si lascia abbagliare dalla forma, quando il contenuto viene drammaticamente meno.
Da che parte stare? Dipende da cosa ha importanza per ognuno di noi nel momento in cui le luci si spengono e lo schermo si illumina. Nel dubbio, protendo verso la sostanza, e il cinque che assegno all’opera di Emerald Fennell è per il coraggio, ma non per la resa finale.
Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su Facebook, Instagram e Telegram.






