Close Lukas Dhont
Close - Credit: Kris Dewitte

Se già in Girl (2018) aveva dato prova di uno stile autoriale straordinario, delicato nella forma ma brutale nella profondità dei contenuti, con Close Lukas Dhont va oltre ogni aspettativa. E infatti, dopo la Caméra d’or a Cannes per il suo esordio, l’opera seconda gli vale direttamente il Grand Prix nel 2022.

Close è poesia per immagini. È non detto, evocazione lirica, è ricerca di armonia estetica, è dramma intimo e inconsolabile. Un film che prende alla gola e non lascia più, che si aggrappa a te, spettatore o spettatrice, attraverso gli occhi di Léo (Eden Dambrine) e non si allontana mai, proprio come il titolo suggerisce. La vicinanza – dei corpi e delle affinità elettive – è il punto focale del film, un coming of age intenso che racconta un’amicizia, forse qualcosa di più, in grado di cambiare l’esistenza.

Léo e Rémi

Léo e Rémi (Gustav De Waele) sono pre-adolescenti, in quell’età complicata tra il sentirsi ancora bambini e il voler essere già altro da sé, idealizzandosi. Giocano insieme a immaginare eserciti da combattere, sognando a occhi aperti. Trascorrono ogni ora delle loro giornate uno accanto all’altro, anche le notti, tanto è il bisogno di stare vicini, di sentire che avranno sempre uno il supporto dell’altro. Rémi, soprattutto, che spesso sembra perdersi dietro i suoi grandi occhi castani in qualche pensiero assillante, trova nelle attenzioni di Léo un appiglio a cui aggrapparsi per salvarsi.

I primi giorni di scuola superiore mettono Léo e Rémi di fronte a una domanda a cui non sono ancora pronti a rispondere: ma voi state insieme, vero? Si vede da come state vicini.

Non se l’erano mai chiesto prima, Léo e Rémi, perché a loro venisse così naturale occupare lo stesso spazio, non lasciare alcuna distanza, né mentale né fisica, senza alcun segno di malizia, attrazione o curiosità nei confronti dell’altro. Solo perché era così che volevano stare, era così che conoscevano la felicità, un po’ come le “anime gemelle” di Platone. Nel momento in cui iniziano a interrogarsi sulla natura del loro rapporto, tutto si incrina e crolla sotto il peso delle aspettative e delle convenzioni sociali.

La paura di essere felici e quella di essere emarginati

Léo sceglie di non porsi alcuna domanda. Rifiuta ogni possibile risposta e allontana Rémi fino a un punto di non ritorno che segna tutto il resto del film. Lo sguardo del regista si sposta su di lui, escludendo così Rémi ma lasciandolo in realtà sempre presente, evocato, richiamato, amato. Il bello di Close è proprio che non ha bisogno di dire nulla, perché Lukas Dhont mostra già tutto, con una sensibilità, una delicatezza e una forza espressiva senza pari.

Trascorrono così due estati e, in mezzo, una primavera di rinascita per Léo, cadenzate dalle stagioni dei coloratissimi fiori che coltiva la sua famiglia. Un anno in cui lui prova ad allontanare il pensiero di tutto ciò che è successo – e che non vi riveliamo – gettandosi a capofitto in ciò che gli sembra “normale” agli occhi degli altri: l’hockey, i videogiochi, gli scherzi in cortile, le partite di calcio.

Dimentica in apparenza l’oboe di Rémi, le ore trascorse sdraiati sull’erba o a disegnare o a inventare mondi insieme. La paura di essere emarginato supera di gran lunga il desiderio di essere felice. E quella di definire la propria identità lo coglie del tutto impreparato.

Lukas Dhont, l’autore di cui sentiremo ancora parlare

Il regista Lukas Dhont è un ragazzo poco più che trentenne con una visione del mondo folgorante. In soli quattro anni ha realizzato due film destinati a entrare nella storia del cinema europeo. Entrambi straordinari proprio grazie al suo modo di interpretare la realtà. La sua macchina da presa, spesso a mano, è sempre un corpo a corpo con i personaggi. La sua formazione accademica come direttore della fotografia unita alla sua origine e cultura belga fanno sì che ogni sua inquadratura diventi un quadro, un’esplosione di luce fiamminga.

È una sfida contro se stessi non innamorarsi dei primi piani che costruisce in Close o della poesia comunicativa di alcune sequenze, soprattutto quelle tra i campi di fiori o quelle immerse negli occhi verdi di Léo/Eden Dambrine. Ve renderete presto conto, in sala.

Il percorso di Close infatti è appena iniziato ed è al cinema dal 4 gennaio.

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valeria-verbaro-framed-magazine
Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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