Max Mayfield

Nella lotta fra i due titani, Eleven e Vecna, in Stranger Things 4 si delinea un terzo polo fondamentale rappresentato dalla storyline di Max Mayfield. Max, tormentata dal senso di colpa nei confronti del fratellastro Billy, è infatti una delle vittime del mostro, ma prima di tutto vittima della sua autopunizione.

Fin dalla sua comparsa nelle serie, Max è presentata come un soggetto abusato, vessato dalla figura aggressiva e poco affettuosa di Billy e a disagio nella nuova situazione familiare. È già vittima di un trauma ancor prima che intervenga il Sottosopra e questo è un passaggio fondamentale per comprendere lo sviluppo del suo personaggio. Quando Billy nel finale della terza stagione si sacrifica per salvare lei e i suoi amici, il dolore della perdita si somma a un sollievo sconosciuto e ancestrale, quello della vecchia Max, della bambina maltrattata, che prende il sopravvento sulla nuova Max, più forte e forse anche in grado di perdonare.

L’aver lasciato spazio a quel sollievo crea una ferita ancora più grande, che intacca l’immagine che Max ha di sé, non permettendole di riconoscersi integralmente. È una questione morale destabilizzante, che la serie affronta in modo diretto nell’ultimo episodio, con la stupenda scena fra Max e Lucas, ma che già nel corso della narrazione viene introdotta, a partire dalla più semplice delle domande: come stai? È Lucas di solito a rivolgerla con più insistenza ed è infatti spesso attraverso i suoi occhi e la sua preoccupazione che anche il pubblico inizia a interrogarsi sul benessere di Max.

Dear Billy

L’intera vicenda che vede protagonista Max, fuori dalle coordinate del Sottosopra, potrebbe essere considerata una metafora psicologica, nel senso letterale e clinico del termine. Max è depressa, si è volontariamente isolata, si è fatta risucchiare dal buco nero del suo senso di colpa, che la divora dall’interno, senza dare possibilità agli altri di aiutarla. Anche le sedute dalla psicologa della scuola sembrano non sortire alcun effetto, perché è lei stessa attenta a non rivelare troppo, ad alzare muri e non permettere a nessun di alleviare la sua sofferenza. Vecna e la morte, per quanto atroce, in questo scenario appaiono una liberazione, al punto che più di una volta si teme che Max vi si arrenda, esausta.

La prima volta a salvarla non è solo una canzone, ormai diventata la canzone (Running Up That Hill). A salvarla è l’emozione che il brano le trasmette, un piccolo piacere che scopre di poter ancora sentire anche nell’intorpidimento generale del suo malessere. Insegue quel piacere così come insegue i ricordi felici con i suoi amici. E le due cose sono collegate, nella stessa sequenza: la splendida scena di Dear Billy (4×04) in cui fugge da Vecna sulle note di Kate Bush, guardandosi dall’esterno e ricordando i momenti più belli con Lucas, El, Dustin, Mike e Will.

Pochi episodi dopo descriverà questo meccanismo di difesa contro Vecna come un “nascondersi nella luce”: voler restare dove c’è il calore umano, aggrapparsi a esso e al tempo stesso fuggire dal buio terrificante, in cui sa di non voler tornare. Nascondersi nella luce. Sono parole molto astratte, che quasi non significano nulla, se non per chi ha provato almeno una volta la paura di quel buio. E allora acquistano un senso così profondo da commuovere fino alle lacrime.

Così la seconda volta, quando Vecna arriva quasi a compiere la sua maledizione, il pianto di Max e il suo desiderio di non morire arrivano a compimento di un percorso di ritorno alla vita che i Duffer rappresentano su più piani comunicanti. Da un lato più didascalico c’è Eleven, che interviene come “dea” ex machina, riuscendo a far battere di nuovo il cuore che si era fermato. Dall’altro, più allusivo, c’è Max e soltanto Max, che fino all’ultimo non si arrende e alla fine ritrova se stessa e il desiderio di esserci, di restare, di non lasciare le persone che ama.

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valeria-verbaro-framed-magazine
Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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