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“Favolacce” e il realismo eretico, da Pasolini ai D’Innocenzo

Favolacce, il secondo lungometraggio scritto e diretto dai fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, ci parla di tante cose: della perdita (o dell’impossibilità) dell’innocenza e di un futuro nell’abisso socio-culturale di cui le periferie abbandonate a se stesse (qui, ancora una volta, quelle di una città come Roma) sono l’emblema; della crescita di due autori che, dal loro esordio La terra dell’abbastanza (2018), si mettono in discussione quanto basta, restando coerenti con quelli che, ormai, possiamo definire i loro temi (o gli elementi della loro poetica).

Ma ci parla, anche e soprattutto, di una questione aperta del dibattito sul cinema italiano, talmente centrale da costituirne uno dei tratti distintivi, nel bene e nel male: la questione del realismo. E, quindi, della realtà, qualunque cosa essa sia: e il problema, in parte, sta proprio qui.

Rappresentare (forse sognare) il reale

Totò e Ninetto Davoli (di spalle) nel film Uccellacci e uccellini (1966), di Pier Paolo Pasolini. Credits: Centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it

«Penso che sia impossibile per un narratore fondarsi su esperienze non avvenute realmente. […] Dunque il mio racconto si fonda su un’esperienza fatta in sogno. Se non avessi sognato di fare un volo cosmico, mai mi sarebbe venuto in mente di farvi, appunto, questo racconto che ne parla». Così scrive Pier Paolo Pasolini nella Storia di un volo cosmico, uno dei brani più surreali (un surrealismo, appunto, singolarmente intriso di allegorismo fantascientifico) del suo antiromanzo-testamento Petrolio. È un passaggio che per più di un verso riassume (nel ribaltarli) i termini della questione. Cosa è lecito intendere quando parliamo di rappresentazione della (o di una) realtà?

Pasolini il problema se lo era posto (emblematicamente) anche da regista e da teorico (eretico, per sua stessa ammissione) del cinema, indagato come «lingua scritta della realtà», rielaborando in modo personale, tra le altre cose, le nozioni di semiologia del cinema dello studioso Christian Metz.

Roba da far ritrarre (ieri e, forse, ancora più oggi) chi invece tende (legittimamente) a esaltare il cinema come arte del simulacro (o simulacro di simulacro), gioco di illusioni e immagin(ar)i che si richiamano e contaminano a vicenda. E che rimproverano al Pasolini teorico (improvvisato), come al (non solo suo) cinema e a molta cultura italiana dal secondo Novecento in poi, quello che Vincenzo Buccheri (2010) ha definito il «mito della realtà» del cinema (soprattutto d’autore) nostrano: ovvero «una visione “ontologica” dell’esperienza e del mondo: la convinzione, cioè, che esista una realtà oggettiva separata dai saperi, dai voleri e dai linguaggi di coloro che la abitano».

Eccolo il “peccato” (uno dei tanti) che si continua ad imputare a molti film italiani, e che si potrebbe imputare anche a Favolacce. Ma siamo sicuri che di peccato, sempre e comunque, si tratti?

Le ragioni (oggi) del “realismo”…

Kris Hitchen in Sorry, We Missed You (2019), di Ken Loach. Credits: Lucky Red

Ci sentiamo di porre due obiezioni a chi nel 2020 continua a rimproverare (non solo) al nostro cinema una sudditanza a concezioni e stilemi di marca “realistica”, o addirittura “neorealistica” (posto che abbia senso, da parte della critica, affibbiare ai film etichette di “neorealismo” dopo gli anni Cinquanta del secolo passato, e probabilmente non ce l’ha).

Per prima cosa: non sarà una buona idea, nel contesto odierno, riproporre il tema di un’oggettività reale, materiale (e materialistica, potremmo dire) dei rapporti umani attraverso il cinema? Non come un mito o un dogma, intendiamoci, ma come una questione aperta che valga la pena porsi? La nostra risposta è sì, e lo diciamo guardando ad alcuni recenti esempi fuori dal contesto italiano.

Il valore dei più recenti film di un Ken Loach nel Regno Unito o di uno Stephane Brizé in Francia, ci sembra stia proprio nel porre nuovamente con forza l’oggettività dei rapporti di forza e dei conflitti che infiammano la nostra (le nostre) società in crisi. Alla cui analisi, e alla cui rappresentazione, rischiamo forse di disabituarci nel labirinto di specchi e specchietti mediatici (non più modernamente autocritici ma, più spesso, post-modernamente anestetizzanti) dell’ecosistema mediatico odierno.

Ben venga, allora, chi (tramite il cinema, e non solo) ci ricorda che, al netto delle nostre percezioni soggettive, esiste (ancora) una oggettività dei rapporti politici, sociali ed economici (fatti di discriminazioni e diseguaglianze con tutta evidenza irrisolte) nel nostro vivere in comunità.

… Ma quale realismo?

Giulia Melillo in “Favolacce” (2020) di Fabio e Damiano D’Innocenzo. Credits: web

Ma ammettiamo pure che il realismo mimetico non sia il modo più efficace e avanzato (tanto più per un mezzo come il cinema) di evocare questa oggettività dei rapporti materiali tra gli individui. Ammettiamo, insomma, che il cinema (e non solo) possa (e in taluni casi debba) fare di più che riprodurre, attraverso i suoi artifici linguistici, una copia del mondo come è (o come ci appare). È il problema che, giustamente, si è posto proprio chi, nella modernità del secondo Novecento, ha tentato di superare i parametri, cristallizzati in comandamenti (più da certa critica che dagli autori), dell’estetica neorealista.

E veniamo, allora, alla seconda obiezione (e opzione): siamo sicuri che la via di quel “realismo eretico” ben rappresentato dal Pasolini cineasta e teorico del cinema (e in cui potremmo ben inserire, a nostro avviso, anche i D’Innocenzo) non sia una valida alternativa, tanto più oggi?

Forse invece la via per un rinnovamento del cinema che continui (o torni) a fare presa sulla società passa proprio attraverso una contaminazione tra realismo “oggettivante” e interferenze soggettive, espressioniste, metatestuali e via così: tale non da far sì che il cinema parli “meno” della realtà, ma che aumenti la complessità del suo stesso discorso sul “reale”, includendovi tutte le possibili accezioni del termine (compresa la realtà dei sogni, quindi dei tanti immaginari, come suggeriva il Pasolini “surrealista” e fantascientifico di Petrolio).

La “favolaccia” di una realtà

Tommaso Di Cola e Ileana D’Ambra in Favolacce. Credits: web

Il punto di forza di Favolacce (e, in modo parzialmente diverso, anche de La terra dell’abbastanza) sta proprio nei moduli di questo “realismo eretico” che si riscontrano fin dal titolo. Persino l’aspetto apparentemente più didascalico e stridente del lungometraggio (la voce narrante di Max Tortora, che scandisce la vicenda come i brani di un diario scritto da due persone diverse) risulta funzionale in questo senso: mettendo in cortocircuito una letterarietà artefatta, quasi posticcia (ma in qualche modo resa più concreta dalla cadenza romanesca) con la “realtà” delle sequenze che compongono l’affresco del film.

Un affresco dove il discorso su un contesto socio-culturale riconoscibile viene intensificato e radicalizzato (più che contraddetto) dalla pluralità di marcature stilistiche che aprono la “realtà” (e l’anomalo “realismo” del film) a tante più risonanze narrative ed espressive: dalle frammentazioni impressioniste (come quella sul corpo di Vilma/Ileana D’Ambra) ai ralenti che rapprendono il tempo “oggettivo” nei quadri di una memoria soggettiva; dalle reminiscenze fiabesche (Hansel e Gretel, ad esempio) alla recitazione sopra le righe di alcuni degli attori, su tutti Elio Germano.

Tasselli di un mosaico che ha sì (e, ci sentiamo di dire, per fortuna) come posta in gioco una realtà di cui è utile (se non necessario) parlare. Ma che la insegue, appunto, col filtro di quell’espressività soggettiva che rende (sanamente) “eretica” ogni mimesi: ogni (presunto) mito della realtà.

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Tag:, , , , , , , , , Last modified: 27 Ottobre 2020
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