Federico Papagna, Foto di Chiara Trinca
Federico Papagna, Foto di Chiara Trinca

Un fatto di cronaca realmente accaduto, due adolescenti che per un insulso debito di denaro uccidono un loro coetaneo, e una solitudine di fondo, che porta a rileggere i bisogni e i sentimenti di una generazione impreparata alla vita; I Fantasmi è il cortometraggio diretto da Federico Papagna, e presentato ad Alice nella Città 2025, che racconta dell’omicidio di Christopher Thomas Luciani, avvenuto nel giugno del 2024.

Dove l’immaginazione si arresta per dare spazio alla verità, lo sguardo registico fa attenzione alle più piccole sfumature, producendo un racconto intenso e doloroso, che sembra dilatarsi nel tempo che supera i quindici minuti dell’opera, e che è destinato a rimanere sottopelle.

Perché “I Fantasmi” e che ruolo ha la musica nella tua opera?

Il titolo I Fantasmi è stato strappato dal bellissimo film francese Les Fantômes, diretto da Jonathan Millet. Dovevo trovare un titolo che esprimesse lo spirito comune dei personaggi raccontati: degli adolescenti in cerca di qualcosa, che vagavano nella città come anime desolate e disperse. Dei ragazzi che osservano il loro presente con lo sguardo di chi un tempo non lo trova più, finendo per identificarsi in una strana consapevolezza della morte.

La provincia gioca un ruolo fondamentale in questa storia, spesso ti fa sentire così, cambia o nasconde la percezione di sé stessi, svuotandoti del tutto. Filippo, il protagonista, in aggiunta, dopo l’accaduto comincia a capire cosa vuol dire vivere ed essere “umano”.

La musica in un film per me deve essere un personaggio ulteriore, non un riverbero costante di ciò che già esiste nella messa in scena; e, come un personaggio, ha le sue pause e le sue battute. In questo caso ho lavorato in due modi diversi: con il compositore Gabriele Rubeo, abbiamo raccontato attraverso la musica classica un background del protagonista in modo da ottenere maggiormente una tridimensionalità narrativa, come a fare luce su un’altra parte della vita di Filippo ma che coincide con quella che sta vivendo e che vediamo. Invece, con Michele Benignetti, altro mio amico e musicista, è stato fatto un lavoro principalmente di genere: questo è un film thriller/crime e io volevo che ci fosse anche un leggero elemento musicale di quel tipo.

Trattare il reale è sempre molto complicato; come nasce la voglia di trasformare l’evento in un corto e come ti sei mosso nei confronti dei fatti realmente accaduti?

Quando ho sentito e letto di questo fatto ero casualmente a casa mia a Pescara dove è avvenuto appunto l’omicidio, ho da subito percepito qualcosa di molto intenso. Era una storia che superava la coscienza umana, il mio modo di percepire la realtà. Ne sono rimasto subito attratto, perché c’era qualcosa che dovevo scoprire e sulla quale dover indagare.

Solitamente io sono affascinato dall’insicurezza, dalla paura e dalla psicologia umana come concetti esistenziali. Qui li avevo ritrovati immediatamente. Appena dopo l’accaduto ho iniziato un’ossessiva ricerca sull’evento e sui ragazzi coinvolti. Dopo due mesi ho buttato giù una sceneggiatura che ho scritto in due giorni, più o meno. Il mio approccio è stato semplice e diretto, raccontare i fatti così com’erano. Come una persona che osserva da lontano. Questa semplicità mi ha permesso di essere conciso e di concentrarmi su altri aspetti: i personaggi, per esempio.

Ho scelto il punto di vista di quello che nella storia reale ha fatto da palo e che ha fatto aprire le indagini sul caso. Ho pensato che per questo piccolo film potevano essere i suoi gli occhi di chi sta vivendo questo brutale momento. Inoltre, restituiva alla narrazione quell’energia sottile e tagliente che mi serviva.

Che tipo di gioventù ritrai nel cortometraggio?

Nel film racconto un periodo di vita che accomuna la maggior parte di noi, quel momento adolescenziale dove hai tante cose da scoprire di te stesso ma con pochi mezzi psicologici per farlo. Allora si segue un flusso, una strana percezione delle cose. Se tra i mezzi ai quali aggrapparsi appaiono la violenza o la morte, nascono storie come questa.

Quando sono venuto a conoscenza di questo fatto ci sono entrato dentro, ho immaginato in maniera limpida le dinamiche, perché ho pensato: “quando ero adolescente poteva accadere anche me di ritrovarmi coinvolto senza volerlo in qualcosa di orribile” . Oggi tutto questo si amplifica e diventa più concreto.

Stai lavorando al tuo primo lungometraggio, ti va di parlarmene?

Si ho scritto un lungometraggio dal titolo Post-X, è un thriller/horror psicologico che scava nelle mente di un uomo per approfondire il rapporto con i suoi genitori, in particolare con la figura della madre. È un film dove c’è tanto di autobiografico. Ho già individuato il protagonista, spero prenda vita il prima possibile. In realtà, ho iniziato anche a buttar giù un soggetto di lungometraggio de I Fantasmi, mi piacerebbe allargare questa storia e poter mostrare di più.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.