
Per il concorso (Ri) Montaggi Il cinema attraverso le immagini, curato da Andrea Minuz e Chiara Grizzaffi e all’interno della della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, Margherita Monaco, studentessa della IULM (Milano), si è aggiudicata il premio principale con il suo THE SCREEN AS THRESHOLD: THE CINEMATIC EXPERIENCE AS PASSAGE. Un lavoro che tramite la forma del videosaggio riesce a creare uno spazio in cui le immagini sullo schermo e l’occhio dello spettatore si incontrano, si travolgono a vicenda. Il passaggio che si apre è fisico e percettivo, continuo.
A Pesaro il tuo lavoro ha vinto il premio come Miglior (Ri) Montaggio; in ambito critico, cosa rappresenta per te questo tipo di lavoro sulle immagini?
La pratica del video saggio è, per definizione, un modo di fare critica, analisi e riflessione sulle immagini mediante le immagini stesse. Per me, però, è anche qualcosa che ha molto a che fare con la ricerca, con la scoperta e con l’archivio: con il dare nuova luce a immagini poco note o dimenticate, inserendole in una forma e in una prospettiva diverse da quelle in cui vengono abitualmente lette.
Nel caso del mio lavoro, THE SCREEN AS THRESHOLD: THE CINEMATIC EXPERIENCE AS PASSAGE, che analizza lo schermo cinematografico come soglia attraversabile – uno dei tanti modi in cui il cinema ha pensato e rappresentato sé stesso, tanto nella sua dimensione spettatoriale quanto come medium ambientale – accanto ai classici incontestati di questo topos, come Sherlock Jr. di Buster Keaton, The Purple Rose of Cairo di Woody Allen e Last Action Hero di John McTiernan, compare, ad esempio, una pellicola sperimentale russa del 1918 diretta da Nikandr Turkin, Zakovannaja fil’moj (Incatenata dal film / Avvinta dal film), che, allo stato attuale delle fonti, rappresenta il primo esempio noto di attraversamento letterale dello schermo cinematografico: una ballerina esce dallo schermo per raggiungere uno spettatore innamorato di lei. Eppure questo primato continua ancora oggi a essere attribuito, quasi sempre erroneamente, al capolavoro di Keaton Sherlock Jr..
Tra i film a cui sono più affezionata, e che sono stata felice di includere nel lavoro, c’è poi Circuito chiuso di Giuliano Montaldo, un film italiano distribuito soltanto in televisione, in cui, durante la proiezione di uno spaghetti western, accade l’inspiegabile: nello stesso istante in cui il pistolero protagonista spara verso lo schermo, uno spettatore in sala viene colpito da un vero proiettile e muore.
Oppure Fuga dal cinema Libertà di Wojciech Marczewski, un film polacco pressoché sconosciuto al di fuori dei confini nazionali, in cui un censore statale si ribella al sistema che serve ed entra nello schermo per fare la rivoluzione insieme agli attori del melodramma che aveva censurato. Sono opere densissime, ingiustamente dimenticate, che meritano di essere riscoperte.
Pensi che THE SCREEN AS THRESHOLD sia il coronamento di un percorso di studi o vorresti continuare a farlo?
Direi entrambe le cose. Da un lato, questo lavoro rappresenta la conclusione naturale del mio percorso universitario, perché nasce direttamente dalla mia tesi di laurea magistrale, dedicata proprio al concetto di schermo cinematografico come soglia attraversabile. La ricerca partiva dalle teorie sui meccanismi di proiezione e identificazione propri dell’esperienza spettatoriale per arrivare a osservare come il cinema abbia letteralmente messo in scena, nel corso della sua storia, questa sua natura liminale.
Durante gli anni alla IULM ho inoltre avuto la fortuna di avvicinarmi alla pratica del video saggio grazie a un corso dedicato della professoressa Chiara Grizzaffi, una delle studiose che più hanno contribuito allo sviluppo della Videographic Film Studies in Italia. Le devo sicuramente il merito di avermi fatto appassionare a questa pratica.
D’altro canto, sento questo lavoro soprattutto come un punto di partenza. Il video saggio è un campo incredibilmente fertile, in cui è possibile creare qualcosa di nuovo a partire da immagini e testi cinematografici preesistenti. Anche quando hai tra le mani opere importantissime – per citare qualche altro titolo, Les Carabiniers di Jean-Luc Godard o Paprika di Satoshi Kon – quelle immagini finiscono quasi per diventare un po’ tue. È una sensazione bellissima che spero di poter riprovare.

THE SCREEN AS THRESHOLD mette insieme una lunga lista di film, ti va di raccontarmi il procedimento di lavorazione e se l’obiettivo che avevi è stato raggiunto?
Come osserva Andrea Pinotti nel suo Alla soglia dell’immagine. Da Narciso alla realtà virtuale, il desiderio di attraversare l’immagine è antichissimo: attraversa culture, epoche e media differenti. Il cinema ha saputo trasformare questo desiderio in immagini, rendendo progressivamente permeabili specchi, quadri, schermi e altre superfici iconiche.
La prima fase del lavoro è stata quindi quella della ricerca. Ho deciso di restringere il campo ai soli casi di attraversamento letterale dello schermo cinematografico: scene in cui i personaggi del film escono dallo schermo per entrare nello spazio della sala, come in The Purple Rose of Cairo, oppure scene in cui gli spettatori entrano fisicamente nel film, come in Sherlock Jr.. Ne è emerso un corpus di circa settanta film – con l’incursione di qualche serie televisiva e videoclip – estremamente eterogeneo, che attraversa le origini del cinema e la contemporaneità, il cinema d’autore e i prodotti mainstream.
In fase di montaggio ho scelto una modalità più poetica che esplicativa: attraverso un supercut, il video saggio accosta i frammenti secondo analogie visive, gesti ricorrenti e rime iconografiche, lasciando che siano le immagini stesse a costruire il discorso. Così, attraverso il montaggio e senza soluzione di continuità, prende forma un unico grande percorso in cui lo schermo viene strappato, violato, cercato, toccato, amato e, soprattutto, attraversato. È una forma volutamente aperta, che non vuole imporre un’unica interpretazione, ma invita lo spettatore a costruire il proprio percorso e, in un certo senso, ad attraversare lui stesso quella soglia.
Accanto al prestigioso premio (Ri)Montaggi ricevuto alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, per il quale sono profondamente grata, e alla selezione nella sezione Video Essay di FILMADRID, la soddisfazione più grande è stata ascoltare le reazioni positive di chi ha visto il mio lavoro. Molti mi hanno raccontato di essersi lasciati trasportare da quel flusso di immagini e di aver, in un certo senso, attraversato insieme a esse quella soglia, per poi ritrovarsi inevitabilmente di nuovo fuori dallo schermo.
In fondo è ciò che il cinema fa da sempre: ci invita a entrare nel suo mondo e, quando tutto finisce, ci riconsegna al nostro. Se il mio lavoro è riuscito, anche solo in piccolissima parte, a restituire questa esperienza, allora credo che il suo obiettivo sia stato raggiunto.
Continuate a seguire FRAMED anche su Facebook, Instagram e Telegram.






