Mirco Mencacci e Silvia Pezzopane nel SAMworld Dolby Atmos Studio. Foto di Andrea Menghini
Mirco Mencacci e Silvia Pezzopane nel SAMworld Dolby Atmos Studio. Foto di Andrea Menghini

Mirco Mencacci, sound designer e fondatore del S.A.M. Recording Studio, oltre a essere co-direttore artistico del Collinarea Festival insieme a Loris Seghizzi, è anche ideatore dello strumento tecnologico Connessioni, che a Lari si pone dal 2020 al servizio di performance multimediali in ambienti urbani connessi tra loro.

Ha raccontato a FRAMED Magazine come funziona e perché nasce un’idea così attenta alla dimensione del suono.

Come funziona lo strumento tecnologico Connessioni?

Nasce come idea 15 anni fa. Poi, quando è stata rifatta la pavimentazione del paese, abbiamo avuto l’occasione di chiedere di porre delle tubature apposite e durante il Covid abbiamo pensato di sfruttare proprio quel momento in particolare per passare le fibre e unire sei luoghi del paese. Quindi lo studio di registrazione, il teatro, la chiesa, la piazza principale, il castello e il giardino del comune. Queste sono state le location prescelte. Durante il Covid è stato utile anche perché il pubblico non poteva essere troppo compatto, ma in questo modo abbiamo avuto la possibilità di dislocarlo in tutto il paese, risolvendo anche un problema logistico di quel periodo specifico. Però l’idea era proprio quella di mettere questo sistema a disposizione degli artisti per trovarsi a Lari in un luogo dove poter sperimentare e far interagire un’arte con l’altra.

Da questo si sviluppa poi il nostro progetto, che prevede di avere delle performance completamente a sé stanti in ogni luogo, che però in certi momenti si compenetrano. Per fare un esempio anche soltanto acustico, quest’anno abbiamo fatto il concerto di Gualazzi nella piazza principale, utilizzando in tempo reale il riverbero della chiesa per far immergere gli spettatori della piazza in un luogo diverso da quello dove si trovavano.

Avevamo l’impressione di essere nella chiesa perché abbiamo messo una serie di diffusori intorno al pubblico, e abbiamo messo una serie di microfoni dentro la chiesa che riprendevano il suono inviato in chiesa del pianoforte e della voce, che veniva riprodotto all’esterno in modo che, appunto, il riverbero e l’acustica della chiesa si trasferissero nella piazza. In questo mondo dove tutto sta diventando sempre più virtuale, l’idea era sì, di usare il virtuale, però di tornare un po’ anche alla dimensione reale.

E infatti attraverso questo sistema si apre proprio una connessione tra il futuro del virtuale e una dimensione teatrale.

Questo è l’obiettivo, mettere la tecnologia al servizio dell’uomo, e non il contrario.

Hai anche seguito il PhD relativo allo sviluppo della sensibilità nei confronti del suono. Come nasce l’idea?

Nasce da lontano. Mi occupo di suono da tutta la vita, e nel 2001, lavorando a Roma, mi sono reso conto di quanto l’inquinamento acustico fosse fastidioso, per me in particolare che uso prevalentemente le orecchie, non vedendo. Ho iniziato a studiarlo, scoprendo cose abbastanza terrificanti, e cioè che per l’Organizzazione Mondiale della Sanità almeno 12.000 persone all’anno in Europa muoiono a causa dell’inquinamento acustico, 25 milioni di persone sempre in Europa soffrono di disturbi di vario tipo fino ad arrivare appunto, purtroppo, alla morte. Mi sono detto: cosa fare?

Inizialmente avevo l’idea di aprire un centro di ricerca multidisciplinare, purtroppo non sono riuscito a realizzarlo in Italia, ho provato in Inghilterra, per tutta una serie di vicissitudini anche lì purtroppo non è stato possibile, ma continuo a lavorarci. Contemporaneamente però ho voluto gettare un piccolo semino nel paese di Lari, dove vivo, con l’organizzazione di un incontro per parlare di suono a vari livelli, di inquinamento acustico, di suono nella psicologia, nell’architettura e nell’ingegneria. Il suono è veramente dappertutto.

Da due anni invece stiamo facendo questo dottorato in cui invitiamo dottorandi a confrontarsi con varie discipline. Vengono architetti, bioacustici, psicologi, anche lì per avere un’un’idea multidisciplinare e ognuno possa usufruire del sapere degli altri. Vorrei renderlo sempre più divulgativo e non solo per gli addetti ai lavori, mi piacerebbe che diventasse anche itinerante.

Mirco Mencacci e Silvia Pezzopane nel SAMworld Dolby Atmos Studio. Foto di Andrea Menghini
Con il SAMworld Dolby Atmos Studio avete creato altre esperienze interattive sonore per il pubblico, come la navicella sonora. In cosa consiste?

La sperimentazione è sempre stata la cosa che mi interessa di più, perché anche nel mondo del suono, della riproduzione, penso che ci sia ancora tanta strada da fare. Nell’immagine siamo arrivati veramente molto avanti, il suono è rimasto secondo me un po’ indietro. E quindi da anni mi sto dedicando a cercare strade nuove, linguaggi nuovi di espressione attraverso il suono tridimensionale.

Qualche anno fa abbiamo portato nelle scuole un oggetto, una piccola cabina ottagonale con degli altoparlanti posti sopra e nel pavimento, dove il suono venisse fruito in un modo diverso. Realizziamo delle registrazioni con un un set di microfoni e facciamo in modo che la persona che si siede al centro di questa cabina abbia la possibilità di ascoltare il suono in modo tridimensionale, come se si trovasse realmente nei luoghi. C’è un touchscreen su cui chiunque entri nella navicella può selezionare le fotografie, ad esempio, di una montagna, di una grotta, e trovarsi acusticamente in quel luogo.

La dimensione sonora rimane sempre indietro rispetto a quella visiva. Anche nel cinema, mi viene in mente un regista come Nolan, che fa dei gran film da un punto di vista dell’immagine, anche sul suono svolge un importante lavoro, ma secondo me non è altrettanto immersivo come l’immagine dal punto di vista della spazialità. Per questo è importante portare avanti la ricerca sul suono, e sensibilizzare nei confronti delle sue possibilità.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.