Francesco Guccini. Foto da : "Francesco Guccini: fra la via Emilia e il West" Courtesy of Nexo Studios
Francesco Guccini. Foto da : "Francesco Guccini: fra la via Emilia e il West" Courtesy of Nexo Studios

Un ricordo personale e una riflessione, il nostro addio a Francesco Guccini

A cura di Francesco Milo Cordeschi

A una settimana dalla scomparsa di Guccini mi sento di condividere una piccola riflessione. È difficile stemperare e dar ordine alle emozioni di questi giorni, ma ci proveremo. D’altronde uno dei più grandi lasciti (umani e letterari) di Guccio è che anche l’inesprimibile può aver forma ed espressione. 

È probabilmente la prima volta che la perdita di un personaggio pubblico mi tocca così nel profondo. Nell’interrogarmi su questo sentimento ho pensato a vari spunti, le bellissime piazze affraternate dai canti e alcuni post di amiche e amici condivisi sui social, i cui omaggi risuonano in un comune fil rouge: «Sei stato la mia adolescenza, sei stato i miei vent’anni, i miei trenta, i miei quaranta, e via di seguito». 

In questi giorni sto recuperando una lettura, Botanica della meraviglia. Coltivare lo stupore alla fine del mondo di Andrea Colamedici e Maura Gancitano (edito da HarperCollins). In un passaggio, citando Heidegger, si parla di due tipi di esistenze: quella che si rifugia nel “si” (ossia, “si deve”, “si fa”, “si pensa”), in cui la morte è percepita come un’appendice, un evento a noi avulso, posticipabile all’infinito; c’è poi un’altra condizione, l’essere-per-la-morte (Sein zum Tode), che accoglie la mortalità senza rifuggire dall’angoscia che ne consegue, ma che anzi la attraversa, in modo che il tempo possa impregnarsi di senso, e che si possa sperimentare una libertà autentica (cosciente della proprio finitudine). 

Ecco, Guccini è stato anzitutto un artista libero. Penso lo sia stato proprio perché ha saputo stare nel tempo, lo ha saputo osservare e raccontare, il suo e anche quello degli altri, suo malgrado. Come spesso diceva, per lui il tempo era anche quello ‘atmosferico’, quello dello strenuo avvicendarsi delle stagioni, in cui una fitta nebbia notturna suggellava l’arrivo del «Dio dell’inverno». Ne ha parlato con uno sguardo puro, quasi animistico, debitore dei suoi primi grandi maestri, quei «saggi ignoranti di montagna» della sua Pàvana, la città «ai confini della sera», dove la Toscana lentamente diventa Emilia. 

In un suo recente post (illuminante) Vinicio Capossela riflette su come l’Ulisse raccontato da Guccini nel brano Odysseus sia in fondo simile a lui. Pàvana come novella Itaca, un monte petroso da cui si è partiti e a cui si è destinati a tornare. Suona paradossale parlarne proprio in questi giorni, in cui l’adattamento nolaniano su grande schermo furoreggia ancora nel dibattito critico. La casa come punto di memoria, quelle Radici che «danno saggezza» come nell’omonimo brano-capolavoro, sono i posti e i paesaggi in cui Guccio ha saputo contemplare la natura e il tempo, nella loro finitudine e nel loro ciclico rigenerarsi, scorgendone elementi di meraviglia e conflitto.

Va molto di moda ultimamente usare il termine ‘abitare’. Non amo molto usarlo, ma effettivamente Guccini dava davvero l’impressione di aver abitato il proprio tempo, oltre a case e città. Lo ha dimostrato raccontando storie di gente comune e dal riverbero collettivo. Storie di ragazze che subivano l’onta dell’aborto clandestino prima della Legge 194 (Piccola storia ignobile), storie di dignità e saggezza (Il pensionato), storie di giustizia e rivalsa (La locomotiva, fra tutte, ma anche Libera nos Domine), storie di memoria (Auschwitz e Primavera di Praga), storie di amori difficili e incompiuti alla Calvino (Autogrill), di città che non scordano (come la sua Bologna «capace d’amore e di morte» all’indomani della strage della stazione Centrale del 1980, o come la Genova di Piazza Alimonda dopo l’assassinio di Carlo Giuliani nel 2001), storie di resistenza a un tempo impietoso, ordinario, da cui però è possibile redimersi (Signora Bovary dell’omonimo album del 1987). 

Credo non sia un caso se in questi racconti gran parte di noi ha saputo ritrovarsi e, in fondo, conoscersi meglio. Lui stesso, in quanto «eterno studente», nella sua impervia traversata da anomalo Odisseo ‘emiliano’, cercava sé stesso in ogni lettura, parola e musica: «Negli angoli di casa cerchi il mondo, nei libri e nei poeti cerchi te» (Un altro giorno è andato). Ha ragione da vendere Gino Castaldo quando su la Repubblica scrive: «I veri maestri ti insegnano a essere te stesso e quindi a essere diverso da loro». 

Nel riascoltare l’intero repertorio, in questi giorni, mi rendo conto di quanto Guccini sia stato straordinariamente vicino al mio tempo. C’è stato nei miei tredici anni, durante la stesura della mia tesina delle medie dedicata alla rivoluzione cubana (viziata in parte dall’ascolto di Stagioni); c’è stato nei miei sedici anni, nelle sue inquietudini e desideri di riscatto (simil Avvelenata), c’è stato nelle mie malinconie, nei miei non detti («è difficile spiegare, è difficile capire»), c’è stato nei miei sfoghi, nelle mie indolenze, nel mio non voler aderire a un mondo vuoto, arido e omologato (Addio). C’è stato negli amori più spassionati e nelle delusioni più cocenti, nei viaggi che ho fatto, nei paesaggi che ho visto, e nelle città che ho visitato. Guccini c’è stato nelle mie cadute, e nelle mie lente riprese. Ha saputo raggiungermi anche nelle perdite più dolorose con la sua Lettera.  

C’era la prima volta che andai a Bologna. Bighellonandomi un’estate per Via Paolo Fabbri, cercavo invano qualche frammento di lui; nella mia testa avevo forse coltivato l’illusione che in quel Via Paolo Fabbri 43 scandito su quel vecchio album, con cui imparai a conoscerlo, vi fosse celato un cordiale invito. 

Guccini c’era anche a Lucca nel 2016 (stavolta fisicamente), nella chiesa di San Giovanni, in un appassionato incontro con Milo Manara: «Mi chiamo Francesco Guccini, sono nato a Modena il 14 giugno 1940» incalzava ironico: «E sono senza olio di palma». Per la prima volta l’ho sentito parlare del suo amore per i fumetti (Hugo Pratt e Topolino in particolare), raccontare le sue collaborazioni con Magnus, e le serate improbabili trascorse in osteria fino a tarda notte con Andrea Pazienza, i quali alticci ‘giocavano’ a staccarsi i bottoni dei rispettivi cappotti.

Guccini c’è ancora oggi. Lo trovo nel mio frasario, per lo più colloquiale che scritto. Guccini è nei verbi ‘brigare’ e ‘rabbuiare’. Guccini è nella mia storia e nelle storie di noi tutti. C’è in quello stringersi e in quel gioioso accumunarsi nelle piazze di queste settimane, come dei vecchi amici che non si vedono da tanto, ma sono sempre pronti a «masticare il mondo». Non so sinceramente se tutto questo sia il frutto di un semplice retaggio, o se è ciò che accosteremmo al senso dell’eternità. 

So solo che travalica qualsiasi convenzione, trascende qualsiasi sterile e ripugnante logica da trend topic o di algoritmo social; come se parole e storie possano catalogarsi in banali ‘tendenze’ passeggere, e il giorno dopo fossimo già pronti a voltare pagina. Io non ci sto. Quest’assenza fa male. È ingombrante e straniante conviverci. Capisco il paradosso, Guccio era ormai stanco e, come raccontava in un’ultima intervista, avrebbe picchiato Seneca per strada se avesse provato a persuaderlo sui benefici della vecchiaia. Nonostante tutto è difficile svegliarsi consapevoli che quel momento, lo stesso che lui cantava, è arrivato; il nostro poeta se n’è andato, e «l’alba non vedrà». 

Forse la stessa illusione che mi fece vagare ramingo per Via Paolo Fabbri nell’idea di trovarlo, in quella torrida estate bolognese, mi ha fatto credere negli anni che ci sarebbe sempre stato. Che quella figura eterea, saggia e guascona avrebbe continuato a seguire il mio tempo su questa Terra, lui che senza volerlo sembrava conoscerlo meglio di me. 

Da figli e figlie della sua musica, da ‘culodritti’ adottivi, ora possiamo affidarci alle canzoni, e trovare timidamente in quei testi conforto e risposte. Possiamo accogliere il nostro tempo, nella sua finitudine, e provare il più possibile ad esserne protagonisti; spalancare gli occhi verso il mondo come «carte assorbenti», senza rinunciare a quello slancio vivo e politico di un certo stare nella propria storia. Ascoltare noi stessi e chi ci è attorno, come il Maestrone ci ha insegnato. 

«E che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva, come di una cosa viva

Lanciata bomba contro l’ingiustizia!

Lanciata bomba contro l’ingiustizia!»

Ciao Guccio.    

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Francesco Milo Cordeschi
Sono un comune romano del mondo che, dal 1990, coltiva avidamente più ossessioni: l'influenza degli spazi sull'identità, l'influenza degli immaginari sull'identità e, soprattutto, l'influenza di Tim Burton e Vittorio De Sica sull'identità. Di recente, sto anche esperendo l'importanza dei The Killers quando si è soli in macchina. Mi interesso e discetto di cinema, arti visive, politica e attualità tout court, con la lente prediletta dei gender studies. Collaboro tutt'oggi con diverse realtà editoriali. Nel 2021 è uscito il mio primo saggio 'Wonder Woman - Un'Amazzone tra noi', edito da Armillaria.